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TNP, un passo avanti

di mazzetta
da www.altrenotizie.org, 31 maggio 2010

Centottantanove paesi hanno siglato una storica intesa nell’ambito del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP). L’intesa, formalizzata in una dichiarazione sostenuta dall’unanimità e presentata all’ONU, impegna i paesi firmatari ad uscire dall’ambiguità che ormai da anni costringeva allo stallo l’intero progetto. Il TNP è un accordo multilaterale, nell’ambito del quale i paesi che non hanno le atomiche s’impegnano a non costruirne e, quelli che ce le hanno, s’impegnano a ridurre le proprie fino a rinunciarvi.

Alla vigilia dell’accordo la Gran Bretagna, a dare peso e solennità all’occasione ha ufficialmente pubblicizzato il numero delle sue testate (160 operative, 225 in totale) e tutti i paesi firmatari in possesso di armamenti nucleari hanno aderito all’unanimità, con la notevole inclusione degli Stati Uniti, a lungo il vero impedimento alla firma di un accordo concepito e in linea di principio accettato, già molti anni addietro.

L’accordo, oltre a rinnovare la dottrina “dei tre pilastri” (Riduzione per chi ha armi atomiche, rinuncia per chi no, assistenza per l’accesso al nucleare “civile”), per la prima volta richiama ed evidenzia in particolare le responsabilità di quattro paesi: Pakistan, India, Corea del Nord e Israele, che non hanno sottoscritto (o l’hanno ricusato come nel caso della Corea del Nord) il TNP e possiedono armamenti atomici. Per la prima volta il documento chiede espressamente a India, Israele e Pakistan di firmare NTP e CBTC ( per le armi chimiche e biologiche), mentre intima seccamente alla Corea del Nord di liberarsi del suo programma nucleare.

Per l’India il problema sarà risolto con l’adesione già prevista nel quadro dell’accordo per la condivisione di tecnologie nucleari e spaziali con gli Stati Uniti, siglato da Bush, che non possono essere trasferite ai paesi non-firmatari. Per gli altri tre paesi le cose sono molto più difficili, ancora di più con Israele, che non discute neppure di nucleare perché non ammette di avere armi nucleari e pure rifiuta l’adesione al TNP.

Proprio Israele e la sua politica nucleare sono state il motivo dell’ostruzionismo statunitense fin dal lontano 1995, ora abbandonato anche grazie al cambio di passo dell’amministrazione Obama, che ha preso il Nobel per questo e che non poteva certo lasciar scadere il trattato, come lo stesso prevedeva qualora entro quest’anno non si fosse raggiunta un’intesa.

Numerose voci si sono levate dagli Stati Uniti per minimizzare l’evento e addirittura per mettere in dubbio l’impegno, raggiunto sulla base del consenso all’unanimità. Numerose voci ne hanno discusso in Israele, come in India, in diversi paesi d’Europa, in Pakistan, nelle due Coree e nei paesi arabi. La notizia del giorno ovunque, tranne che in Italia dove non ha raccolto alcuna attenzione e negli Stati Uniti, dove se n’é discusso pacatamente e sommessamente.

L’adesione di principio al disarmo nucleare è molto forte a livello retorico nell’amministrazione Obama, ma quando si arriva a fare i conti si scopre che gli Stati Uniti recentemente si sono impegnati ad eliminare soprattutto i missili da rottamare (ce ne sono di 50 anni fa) e comunque per una parte che aveva già il consenso statunitense fin dai tempi di Reagan.

Il nuovo trattato è di enorme importanza, perché oltre a siglare l’impegno ad andare verso l’estinzione degli armamenti atomici, i paesi firmatari si sono impegnati a seguire gli stessi passi anche per le armi batteriologiche e chimiche, che nel complesso sono le famose “armi di distruzione di massa” di tragica e recente memoria. Nel trattato inoltre è prevista anche una conferenza da tenersi nel 2012, nella quale porre le basi per fare di diciannove stati del Medioriente un’unica zona libera da questo genere di armamenti.

È abbastanza chiaro che la novità richiede ad Israele di rinunciare all’ipocrisia del “non conferma e non smentisce” che ha seguito per decenni, ma è altrettanto chiaro che da un punto di vista strettamente strategico non sarebbe un gran danno, tanto più che il famigerato reattore di Dimona è ormai alla fine del suo ciclo vitale. Ufficialmente Israele ha reagito alla notizia prima con semplicità e sobrietà, dicendo che di disarmo se ne potrà parlare dopo che la zona avrà raggiunto la stabilità e accordi di pace, una cautela giustificata dalla complessità del momento tale da essere colta anche da Netanyahu e dai suoi alleati più esagitati.

Che alla fine devono aver prevalso se a 24 ore di distanza Israele ha denunciato la proposta per il Medioriente denuclearizzato come “ipocrita e bagliata” e affermando che non adempirà alle sue richieste e previsioni. Nemmeno altre 24 ore e il Sunday Times ha annunciato che una fonte israeliana afferma che Tel Aviv manderà tre sottomarini dotati di armi atomiche a incrociare davanti alle coste iraniane. In funzione deterrente, ma anche con compiti di spionaggio e infilrazione.

L’idea di un Medioriente de-nuclearizzato è particolarmente attraente per l’Europa, già a tiro di Israele, vicinissima a quel Gheddafi che pare aver rinunciato all’atomica dando a Bush quello che aveva avuto dal Pakistan e ricevendo in cambio una totale riabilitazione. Da noi non si è mai sentito alcun allarme per i missili o le bombe di Gheddafi, che pure pochi anni fa colpì le nostre spiagge, senza che l’Italia tutta insorgesse o si preoccupasse. Legato al possesso delle atomiche da parte d’Israele c’è quello del resto dei paesi arabi, che in mancanza di un impegno al disarmo potrebbero decidere mettersi in pari e di conseguire un deterrente all’arsenale israeliano, a cominciare dall’Egitto.

Nel nostro paese quelli che decidono con cosa spaventarci non amano parlare di nucleare, anche perché abbiamo qualche decina di bombe atomiche americane che per il TNP non potremmo tenerci, e allora tutti i governi hanno sempre volato basso sul tema, figurarsi ora che stanno tentando il gran colpo decidendo proprio la costruzione di centrali nucleari.

L’implementazione dell’accordo ha due difetti agli occhi di Washington, perché il documento non cita l’Iran, rendendo molto più difficili le sanzione annunciate con foga e forse imprudenza dal Segretario di Stato, Hillary Clinton all’indomani dell’accordo Iran-Brasile-Turchia, con il quale l’Iran ha annunciato la sua disponibilità a impiegare uranio arricchito all’estero, una scelta che rende inutile la costruzione di centrifughe utili anche ad arricchire l’uranio per farne bombe.

Secondariamente, ma non ultimo per rilevanza, consegna Israele all’ingrato ruolo di fuorilegge. Una posizione, quella dell’unico paese al mondo che non ha firmato nessuna delle convenzioni sulla limitazione delle armi NBC, dalla quale è abbastanza difficile alzarsi ogni giorno per dirsi minacciati dal programma atomico iraniano. Un paese al quale proprio il Nobel per la Pace, Presidente dell’altro grande accusatore dell’Iran, ha appena finanziato uno scudo antimissile che lo renderà teoricamente intoccabile. Paradossalmente un altro passo verso l’impossibilità per Israele di sostenere il ruolo di paese minacciato.

Anche perché l’Iran per non ha ancora nessuna capacità nucleare militare, essendo ben lontano dal poter arricchire l’uranio come richiesto per l’atomica e ha appena ribadito l’impegno a non non ricercare la bomba, aderendo al nuovo trattato e all’iniziativa di pace collegata. Già era poco credibile che ad accusare l’Iran fosse un paese che non aderisce al trattato (e che ha condiviso tecnologie ed esperimenti nucleari con un paese quale il Sudafrica dell’apartheid) e che negli ultimi anni ha aggredito buona parte dei paesi confinanti dicendo che si trattava di aggressioni “preventive”.

Molte meno preoccupazioni sembrano destare invece, per la comunità internazionale e per gli Stati Uniti, i casi di Pakistan e Corea del Nord., due attori appesi alla benevolenza estera che possono essere ridotti alla ragione con maggiore facilità e probabilità. La Corea del Nord non può nutrire nessuna speranza in un’affermazione militare e, prima o poi, è destinata a ricongiungersi al Sud come (e forse quando) Taiwan si ricongiungerà alla Cina.

Il Pakistan, alleato storico degli Stati Uniti, che vive il suo arsenale come un deterrente nei confronti dell’India, rappresenta incognite maggiori, in particolare se dovesse continuare come in passato a distribuire tecnologie belliche ai soci del suo programma nucleare: Libia, Iran e Arabia Saudita, principale sponsor di quella che fu battezzata l’atomica “islamica”, voluta per fronteggiare quelle di cristiani, ebrei e indù che le avevano già.

Atomiche e religioni: un pessimo miscuglio quello pachistano, che sembra sempre di più nel mirino dell’amministrazione Obama., tanto che proprio la sua elezione ha portato a un netto aumento delle vittime di attentati e confronti armati nel paese, che comunque è sempre più dipendente e legato agli Stati Uniti e agli organismi internazionali.

Provando a volare appena più alti, bisogna riconoscere che le novità sono nel complesso notevoli e da salutare con favore, visto che offrono all’ONU una boccata di prestigio e uno strumento nel quale sono cristallizzati i principi che regoleranno la questione degli armamenti non convenzionali nei decenni a venire. Uno strumento grazie al quale cade finalmente l’ostruzionismo americano a tutela di un doppio standard utile agli alleati.

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