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Guantanamo: si aspetta Obama

di Michele Paris
da www.altrenotizie.org

Il 22 gennaio 2009, due giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, in un gesto di rottura altamente simbolico, l’allora neo-presidente degli Stati Uniti Barack Obama firmò un ordine esecutivo per disporre la chiusura del carcere di massima sicurezza di Guantánamo. Alla fine del 2009, di fronte a mille difficoltà e resistenze, la scadenza per lo sgombero del famigerato campo di detenzione venne però rimandata di qualche mese.

Oggi, invece, sono in molti a credere che Obama abbia quasi del tutto abbandonato gli sforzi per cancellare uno dei simboli principali degli eccessi della lotta al terrorismo e che la prigione continuerà a restare operativa anche dopo la fine del suo primo mandato presidenziale nel gennaio del 2013.

Sopraffatta dalla complessità del compito affidatale, la speciale commissione incaricata di valutare la posizione dei detenuti a Guantánamo, e di procedere verso la chiusura del carcere, nel luglio dello scorso anno ottenne dalla Casa Bianca un prolungamento di sei mesi per portare a temine il proprio lavoro. Già allora iniziava però a diffondersi una certa sfiducia circa la possibilità di rispettare la scadenza iniziale fissata da Obama. Alla fine, nel mese di dicembre, arrivò l’ammissione ufficiale che la promessa di chiudere Guantánamo entro gennaio 2010 non sarebbe stata mantenuta.

Allo stesso tempo, sembrava che qualcosa stava cominciando a muoversi per trovare una soluzione alternativa alla struttura costruita sull’isola di Cuba. Il Dipartimento della Difesa ottenne infatti il mandato di acquistare una prigione statale dall’amministrazione carceraria dell’Illinois per la somma di 350 milioni dollari. Nella cittadina di Thomson, a poco meno di 250 chilometri a ovest di Chicago, era stato individuato un carcere di massima sicurezza in disuso che sembrava adatto a ricevere i detenuti più “complicati” ospitati a Guantánamo.

Se le autorità locali apparivano ben disposte verso un’iniziativa che avrebbe portato centinaia di nuovi posti di lavoro in un momento di grave crisi economica, decisamente meno disponibili si sono dimostrati al contrario i membri del Congresso di entrambi gli schieramenti. Che le intenzioni di Obama non fossero ben accolte alla Camera dei Rappresentanti e al Senato, lo si era peraltro capito già lo scorso anno, quando i due rami del parlamento negarono il trasferimento dei detenuti di Guantánamo sul territorio americano se non per apparire nelle aule dei tribunali nel corso di processi a loro carico.

Ancora più chiaro il dissenso dei parlamentari USA si è manifestato poi qualche settimana fa, quando le commissioni preposte di Camera e Senato hanno bloccato all’unanimità lo stanziamento dei fondi per i lavori di adeguamento del carcere in Illinois. Come se non bastasse, sono stati congelati anche i trasferimenti dei detenuti verso alcuni paesi “a rischio”, come Afghanistan, Arabia Saudita, Pakistan, Somalia e Yemen, dai quali provengono oltre il 70 per cento dei 181 attuali ospiti di Guantánamo.

Per la Casa Bianca la responsabilità di questa inerzia va assegnata proprio al Congresso e alla sua pressoché totale indisponibilità a cercare una soluzione che preveda la chiusura del carcere. Secondo altri, tra cui lo stesso presidente della commissione per il controllo delle Forze Armate del Senato, il democratico del Michigan Carl Levin, l’amministrazione Obama non si starebbe impegnando abbastanza per far valere tutta la propria influenza di fronte ai parlamentari recalcitranti.

Le vicende legate al fallito attentato ad un volo partito da Amsterdam e diretto a Detroit il 25 dicembre scorso e quello ugualmente non riuscito a Times Square, a New York, a maggio, hanno poi contribuito a creare un ambiente ostile alla chiusura di Guantánamo e alla liberazione di alcuni detenuti. La percezione di una costante minaccia terroristica è tornata così a diffondersi negli USA, tanto che i sondaggi che davano una leggera maggioranza degli americani favorevoli allo smantellamento del carcere nel gennaio 2009, oggi indicano che un 60 per cento lo vorrebbe ancora operativo.

Una delle categorie di detenuti a Guantánamo che crea i maggiori problemi alla Casa Bianca è rappresentata dai 58 cittadini yemeniti ai quali è stato dato l’OK per la liberazione, ma che non possono essere trasferiti nel loro paese d’origine perché, appunto, valutato troppo instabile. Nello Yemen, secondo il governo americano, questi detenuti potrebbero finire nuovamente ad ingrossare le fila dei gruppi affiliati ad Al-Qaeda che si dice siano presenti sul territorio.

In alternativa, l’amministrazione Obama aveva chiesto all’Arabia Saudita di inserire alcuni yemeniti nel suo programma di riabilitazione per jihadisti. La risposta è stata però negativa, come ha confermato qualche giorno fa lo steso sovrano saudita al presidente americano durante una visita ufficiale a Washington.

Ancora più scottante è la sorte di una cinquantina di presunti terroristi valutati come elementi pericolosi che con ogni probabilità continueranno ad essere detenuti a Guantánamo o altrove pur senza sufficienti prove a loro carico e quindi senza processo. La loro posizione rivela chiaramente la natura illusoria della promessa di Obama d’invertire la rotta rispetto agli abusi del suo predecessore.

Se anche Guantánamo dovesse chiudere nel prossimo futuro, le forzature legali che prevedono la reclusione senza prove e praticamente senza diritti per i detenuti continuerebbero infatti immutate. Semplicemente, nei piani della Casa Bianca, le detenzioni arbitrarie verrebbero spostate da una base navale a Cuba ad un carcere del Midwest in territorio americano.

In attesa di un accordo sulla chiusura, e di una cornice legale che permetta di tenere in carcere indefinitamente i sospettati di terrorismo senza istruire alcun processo, è probabile che nei prossimi mesi giungeranno nuove iniziative che cercheranno di convincere l’opinione pubblica dei cambiamenti in atto per dare un volto umano a Guantánamo. La parziale limitazione fissata da Obama ai brutali metodi di tortura avallati da Bush e Cheney, assieme alla limitata revisione delle procedure che regolano l’attività delle commissioni militari per dare qualche diritto in più agli imputati, rientrano precisamente in questo scenario.

Nonostante i tentativi, tuttavia, la vera fine di tutto ciò che ha rappresentato e continua a rappresentare il carcere di Guantánamo avverrà solo quando la pienezza dei diritti legali sarà ristabilita per tutti i detenuti, siano essi americani o europei, afgani o pakistani, sauditi, somali o yemeniti.

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