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Italia-Nigeria, senza ritorno

di Alessandro Iacuelli
da www.altrenotizie.org

Freon, è il nome commerciale di una famiglia di gas, noti anche come CFC (clorofluorocarburi). Sono gas impiegati nei cicli del freddo, poi abbandonati perché responsabili del buco nell’ozono, e addirittura proibiti dal 1990 per molti usi. Ma freon è anche il nome dell’operazione condotta dal Corpo forestale dello Stato, che ha condotto all’identificazione di un’organizzazione criminale dedita al traffico internazionale di rifiuti, soprattutto derivanti da apparecchiature elettriche ed elettroniche; traffico che è stato in piedi per anni tra la Provincia di Torino e la Nigeria.

Ad essere trasportati verso l’Africa occidentale erano frigoriferi e congelatori dismessi che, insieme a ingenti quantitativi di elettrodomestici, apparecchiature elettroniche e parti di veicoli, erano stipati a Torino in container da nave pronti per essere trasportati dal porto di Genova fino in Nigeria. I carichi erano contrassegnati come “masserizie” per la spedizione ma, in seguito ai sequestri effettuati alla dogana di Genova, sono risultati costituiti da tonnellate di rifiuti pericolosi, e pieni di freon.

Sei mesi d’indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Torino e condotte dai Forestali del Nucleo investigativo provinciale di Polizia ambientale e forestale di Torino, hanno portato al sequestro di centinaia di tonnellate di rifiuti e all’iscrizione sul registro degli indagati di 14 persone tra rifornitori, trasportatori e gestori dei rifiuti, tutti di nazionalità italiana o nigeriana, ma residenti nella provincia del capoluogo piemontese. Traffico illecito di rifiuti e violazioni della Convenzione di Basilea sui movimenti internazionali e sull’eliminazione di rifiuti pericolosi: a oggi sono questi i capi d’accusa formulati.

I rifiuti erano forniti prevalentemente da uno stabilimento di Beinasco e da centri di raccolta del pinerolese, erano poi trasportati a Torino e depositati su un’area ampia migliaia di metri quadri, ora posta sotto sequestro. Si stima che il traffico abbia generato un volume di affari di oltre 500.000 euro l’anno, considerando anche il conseguente risparmio dei costi per lo smaltimento regolare dei rifiuti.

Ma non si tratta di rifiuti solo piemontesi: sui trasporti illeciti è stata realizzata davvero l’unità d’Italia, negli ultimi decenni. Unità d’intenti e di profitti. Molto di quel materiale da imbarcare arrivava dalla civile e benestante Emilia, come hanno accertato gli uomini della Guardia Forestale di Reggio Emilia. Così, in Nigeria sono arrivati vecchi computer, frigoriferi ormai inutilizzabili, componenti meccanici e informatici, ma anche televisori, videoregistratori, pneumatici fuori uso e persino cofani e paraurti. Rifiuti pericolosi per la legge italiana, come dice il Decreto Ronchi del 1997 aggiornato nel 2006 grazie alle nuove direttive europee.

Dal 17 giugno, grazie ai controlli a tappeto del Corpo Forestale, si sono stati sequestrati camion carichi di materiale esausto che stava per salpare verso l’Africa, dove sarebbe stato rivenduto in mercati locali oppure accatastato in discariche illegali, in cui i lavoratori, spesso bambini, operano senza protezioni, esposti a cocktail velenosi di composti chimici.

In Emilia, i punti di partenza erano Vezzano, Bagnolo e Reggio Emilia, e il modus operandi era sempre lo stesso, lo stesso di sempre: i bravi e onesti imprenditori industriali italiani si presentavano nei depositi e ne uscivano con furgoni carichi di materiale di scarto e con un bel po’ di soldi. Il guadagno era almeno duplice: i titolari delle rimesse non dovevano ricorrere alle elevate spese di smaltimento.

C’è da dire che la società civile, a differenza dei migliaia di casi del passato, stavolta non è stata a guardare, anzi. Tutto è cominciato proprio dai residenti nella frazione di Sedrio, poco distante da Vezzano di Reggio Emilia, che hanno chiamato le forze dell’ordine: quel viavai di camion zeppi di batterie, elettrodomestici e vecchi computer li aveva allarmati.

L’indagine, durata sei mesi e condotta dai pubblici ministeri Andrea Paladino e Paola Stupino, ha permesso di individuare tonnellate di rifiuti potenzialmente pericolosi che uscivano illecitamente dal nostro Paese. Il nodo cruciale del traffico era nella zona della Falchera a Torino, che alcuni nigeriani avevano affittato a un privato. Qui, in quattro diversi cumuli, erano stoccate delle automobili radiate, cioè senza più immatricolazione per il mercato europeo: la loro destinazione dovrebbe essere la rottamazione, ma sono ormai anni che le auto da rottamare vengono in realtà reimmatricolate nei mercati extraeuropei.

Proprio all’interno delle vetture venivano nascosti i rifiuti, che provenivano da tre centri di raccolta (due di Pinerolo e uno di Piscina) e dall’azienda di Beinasco, i cui titolari avevano un evidente risparmio sul costo di smaltimento legale. Le auto così riempite, potevano essere caricate sui container e dirette al porto di Genova, dove venivano imbarcate per la Nigeria.

In generale è compresa tra le venti e le cinquantamila tonnellate all’anno, la quantità di rifiuti elettronici che si perdono in esportazioni legali e traffici illegali, o si disciolgono fra gli acidi nei corsi d’acqua dei paesi in via di sviluppo. In particolare, la “trovata” degli spedizionieri che operano presso i porti italiani, è quella di mascherare i rifiuti inutilizzabili, e indicarli come “materiale in beneficenza”. Così, ogni mese arrivano a Lagos, in Nigeria, cinquecento container di merce elettronica usata. Sulle bolle è scritto che è un bene che i paesi ricchi donano per quelli in via di sviluppo. Le apparecchiature però sono per tre quarti spazzatura. Non funzionante, non riutilizzabile, né riparabile.

Così, montagne di rottami, un concentrato di bario, mercurio, ritardanti di fiamma, cadmio e piombo, vengono bruciati; mentre cavi e circuiti stampati vengono disciolti con acidi per recuperare in modo artigianale il rame, inquinando i fiumi ed avvelenando il suolo.

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