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RATZINGER NON VOLLE ASCOLTARCI

di Maurizio Molinari
da La Stampa, 4 luglio 2010

La rivolta dei vescovi anglosassoni. I prelati raccontano al New York Times vent’anni di tentativi di riforma. “Abbiamo segnalato gli scandali sugli abusi sessuali e chiesto a Roma misure più drastiche, ci risposero soltanto con frasi sciocche”

I vescovi anglosassoni rompono il silenzio sullo scandalo della pedofilia e chiamano in causa Joseph Ratzinger affidando al New York Times una dettagliata ricostruzione di oltre venti anni di falliti tentativi di spingere il Vaticano ad adottare misure drastiche anti-abusi. Sono i vescovi australiani Geoffrey Robinson e Philip Edward Wilson, con l’irlandese Eammon Walsh, a raccontare come le gerarchie ecclesiastiche anglosassoni tentarono invano di convincere il Vaticano a reagire. L’episodio-chiave avviene nell’aprile 2000 quando 17 vescovi di Australia, Canada, Inghilterra, Galles, Irlanda, Nuova Zelanda, Scozia, Sud Africa, Stati Uniti e Indie Occidentali arrivano in Vaticano per incontrarsi con alti prelati, incluso Ratzinger prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede dal 1981. «Il messaggio che volevamo recapitare – spiega Walsh, vescovo ausiliario di Dublino – era che se dei singoli preti riuscivano a proteggersi dietro le leggi canoniche per impedire ai vescovi di imporre la disciplina, bisognava trovare un’altra maniera per procedere».

Anche l’australiano Robinson, vescovo ausiliare emerito di Sydney, partecipò a quell’incontro e ricorda che «vennero dette frasi sciocche». «Roma non aveva esperienza di prima mano su cosa avveniva nelle diocesi più colpite» aggiunge, lasciando intendere come forse ciò spiega perché «il Vaticano è così in ritardo» nella lotta contro la pedofilia. Ad aggiungere un altro tassello è Philip Edward Wilson, arcivescovo di Adelaide, che ricorda «la grande confusione che regnava ovunque» a Roma quando fra gli anni 80-90 i vescovi anglosassoni recapitavano denunce di abusi e richieste pressanti di interventi non solo a Ratzinger ma anche alla Segreteria di Stato, alla Signatura Apostolica, al Consiglio pontificio dei testi legislativi e alle Congregazioni del Clero, dei Vescovi, della Divisa Preghiera, della Disciplina dei Sacramenti e dell’Evangelizzazione dei Popoli.

Come dire, tutti in Vaticano sapevano. Sulla base delle testimonianze raccolte, il New York Times fa risalire i primi interventi dei vescovi americani e canadesi agli scandali in Louisiana nel 1984 – per il prete molestatore Gilbert Gauthé – e nel Newfoundland – dove le vittime furono i bambini di un orfanotrofio – fino a quando «durante un sinodo del 1990» un vescovo canadese chiese contromisure. A rispondergli fu Ratzinger, spiegando che il vero problema era «il brusco calo nel numero di preti». Nel 1992 furono i vescovi americani a tornare alla carica ma ancora senza esito.

Si arriva così al 2002 quando i vescovi Usa decidono di agire da soli, adottando l’obbligo di denunciare alle autorità civili i preti pedofili ma il rigetto della Santa Sede è immediato. Sebbene Ratzinger, da Papa, abbia condannato la pedofilia come nessun altro suo predecessore il New York Times conclude che «a cinque anni dall’inizio del papato non è ancora chiaro se vuole dare ascolto ai vescovi che vogliono punire gli abusi». E tale esitazione si rispecchia nelle passate decisioni di Ratzinger che da quando diventò vescovo a Monaco «è stato parte di una cultura di negazione, ostruzione e resistenza», scrive il giornale. A chiamare in causa l’attuale Papa è anche la ricostruzione di quanto avvenne nel maggio 2001 allorché Giovanni Paolo II gli affidò l’incarico di occuparsi della «disciplina dei preti» e Ratzinger rispose che era una competenza che spettava alla sua Congregazione «dal 1922»: ammettendo dunque di essere stato lui titolare del dossier dalla nomina a prefetto nel 1981.

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