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Il prossimo cartello nucleare

di mazzetta
da www.altrenotizie.org

La messa all’indice dell’Iran, ben oltre ogni ragionevole misura, soddisfa numerose esigenze di propaganda: l’Iran è diventato in pochi anni la principale minaccia all’Occidente, sostituendo al Qaeda che si è rivelata poco credibile e l’Iraq, che si scoperto che non era una minaccia per nessuno solo dopo averlo devastato. La minaccia iraniana è incredibilmente amplificata, essendo l’Iran un paese del tutto sprovvisto di aviazione militare; manca infatti di qualsiasi capacità di proiezione e di attacco al di fuori dei propri confini, nella guerra moderna senza il dominio dello spazio aereo non si va da nessuna parte.

Dicono quelli che sostengono l’esistenza della minaccia, che l’Iran ha un sacco di missili. Missili di origine negli anni ’60, poi passati attraverso mani cinesi, nord-coreane, pachistane e, infine, iraniane. Niente di troppo moderno, ma sufficienti a trasportare una testata più o meno nei pressi dell’obbiettivo. I missili iraniani sono una copia di quelli pachistani, poiché è dal Pakistan che l’Iran ha avuto accesso alla tecnologia missilistica e nucleare, anche se i primi a fornire know-how nucleare al paese persiano sono stati proprio gli Stati Uniti; negli anni ’70 la General Electric usava l’immagine di Reza Pahlevi, lo Scià di Persia, come testimonial.

Pochi giorni fa Robert Gates, il Segretario della Difesa statunitense, ha detto che l’Iran potrebbe innaffiare l’Europa di missili, anche centinaia. Non ha elaborato oltre e nessuno gli ha chiesto che motivo avrebbe l’Iran di provocare danni insulsi e attirarsi l’ira di cinquecento milioni di europei armatissimi, che le atomiche ce le hanno davvero, insieme all’aviazione e a un sacco di altri apparati mortiferi. I media hanno raccolto senza alcuna critica, così come quando, due giorni dopo, il capo della CIA ha detto che l’Iran ha abbastanza uranio per fare due bombe.

Nessuno ha fatto notare che si tratta di una notizia vecchia e di uranio arricchito pochissimo, inutile per le bombe, e che pure l’Iran si è già impegnato a far arricchire all’estero. Vero è che gli Stati Uniti vorrebbero vendere all’Europa quella doppia patacca che è lo scudo antimissile. doppia perché oltre a non aver mai funzionato si tratta di una difesa contro una minaccia inesistente, tanto che si deve far finta che l’Iran minacci l’Europa anche se i suoi quattro missili a lungo raggio arrivano a malapena alla Grecia e all’Italia del Sud e non si capisce bene a cosa dovrebbe servire un attacco del genere.

Unendo tutti i puntini, si può osservare come la pressione americana sull’Iran miri principalmente a evitare che l’Iran arricchisca in proprio il suo uranio. Una posizione giustificata ufficialmente dal timore che l’Iran costruisca ordigni nucleari con quell’uranio, ma in realtà una determinazione che porta dritta a un evidente tentativo di costruire ed espandere un mercato dell’energia nucleare nel quale si producano meccanismi di controllo e di cartello su questa fonte d’energia.

La situazione è curiosa, perché l’Occidente ha, di fatto, abbandonato il nucleare, tranne le eccezioni di Francia e Giappone che comunque non mettono in cantiere centrali da parecchio. Tuttavia è l’Occidente a detenere la miglior tecnologia sul mercato con le centrali di penultima generazione, che hanno parecchi difetti ma sono meglio dei reattori russi e non sono una sfida ancora da vincere come quelli francesi di “ultima generazione”. Niente di meglio dell’opportunità di spacciare tecnologia obsoleta e costosissima ai principali concorrenti commerciali si penserebbe, ma è qui lo sbaglio; o meglio, qui è solo una parte del guadagno.

Oltre a questa opportunità, il governo degli Stati Uniti sta lavorando alacremente per costituire un vero e proprio cartello dell’uranio arricchito e per fare in modo che questo cartello possa avere un mercato sicuro di riferimento, rappresentato dai paesi che vorrebbero ricorrere al nucleare nel prossimo futuro, ma che l’Occidente dice che non possono arricchire l’uranio perché con le stesse centrifughe ci si può anche arricchire l’uranio per fare le bombe.

Un vero e proprio uovo di Colombo: se poi il “contratto” prevede anche che le scorie saranno processate dal fornitore di uranio arricchito e infine accollate al paese contraente, si comincia a intravvedere un business di proporzioni ciclopiche. I paesi che volessero ridurre la loro dipendenza dal petrolio si troverebbero a dipendere da questo cartello di paesi terzi che s’incarica (a pagamento) di costruire le centrali, arricchire l’uranio e processare le scorie, lasciando le centrali e le stesse scorie processate nei paesi contraenti. Un business infallibile, almeno a prima vista, e clienti più che fidelizzati, in balia dei prezzi che i gentili fornitori vorranno stabilire, visto che dopo aver speso miliardi di dollari per la costruzione di una centrale è impensabile lasciarla spenta perché costa troppo alimentarla.

Una vera e propria schiavitù commerciale, per istituzionalizzare la quale mancano solo alcuni dettagli, il più importante dei quali è sicuramente l’adeguamento del Trattato di Non Proliferazione alle esigenze degli Stati Uniti e degli alleati. Con il TNP vigente qualsiasi paese firmatario ha diritto a usare l’energia atomica per scopi civili e a dotarsi di tutto quel che serve, compresi gli impianti per l’arricchimento. Il TNP proibisce inoltre ai paesi firmatari di fornire tecnologia nucleare ai paesi non firmatari, ostacolando così il recente mega-accordo tra Stati Uniti e India.

Il prezzo da pagare per mettere mano al TNP è la discussione della posizione di Israele, sempre in prima linea a segnalare l’Iran come stato-canaglia, ma che non aderisce al TNP e non consente alcun controllo sul proprio programma atomico, pur essendo a tutti gli effetti considerato un paese dotato di molte armi nucleari e della capacità di recapitarle a lungo raggio, anche fino al Nord Europa, a proposito di minacce atomiche.

L’altro prezzo da pagare è riuscire a travisare la logica apparente di un’operazione del genere e fare in modo che gli altri paesi accettino, per minaccia o convenienza, la narrativa fantastica proposta dal Dipartimento di Stato, che in questo caso si muove nel ruolo dei picciotti di un plausibile racket dell’uranio.

Uno degli ostacoli più duri da superare resta la resistenza del Giappone, che fino a poco tempo fa non ci pensava proprio di fare affari con paesi estranei al TNP, ma che adesso ci sta pensando. Anzi, ci deve pensare, perché americani e francesi premono perché il governo del Sol Levante cambi la sua politica, almeno nei confronti dell’India, che non aderisce al TNP e che vi aderirà in una forma light offerta appositamente dagli Stati Uniti al governo indiano come corollario all’accordo per la cooperazione atomica.

GE Hitachi e Toshiba-Westinghouse sono però aziende controllate da Tokyo che hanno bisogno della luce verde del governo prima di assumere qualsiasi impegno. Senza questo consenso il gioco si complica enormemente, ma il grande business sembra solleticare il neo-premier giapponese e in tempi di crisi è difficile resistere a opportunità del genere.

Dall’altra parte di questo futuro mercato è invece molto difficile spiegare a un paese come la Giordania che deve accettare lo stesso servizio chiavi in mano già scelto da Arabia Saudita, Emirati e altri (e tra questi potenzialmente anche l’Italia), perché la Giordania ha uranio proprio e il re, ottimo alleato, non riesce proprio a capire perché dovrebbe lasciare ad altri paesi la determinazione del suo prezzo una volta arricchito.

La Giordania è un paese poverissimo e l’idea che la magra risorsa uranifera vada ad alimentare un business altrui è davvero difficile da digerire, esattamente com’è difficile da digerire per l’Iran che già con il petrolio è stato preso in questo infernale meccanismo, visto che gran parte dei suoi guadagni dalla vendita di petrolio grezzo è spesa per l’acquisto di prodotti raffinati altrove e ben più costosi.

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