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Il messaggio di Napolitano e quel primo depistaggio

di Enzo Mazzi
da la Repubblica – Firenze, 3 agosto 2010

La memoria delle stragi impegna tutti i magistrati e le istituzioni a far luce finalmente sulle trame e le complicità sottese: questa la sostanza del messaggio di Napolitano per l’anniversario della strage di Bologna.

Firenze è coinvolta in pieno in questa ricerca di luce, per la ferita profonda che si è aperta nella notte fra il 26 il 27 maggio 1993 con la strage degli Uffizi, cinque morti, quarantuno feriti e lo sfregio del cuore culturale della capitale del Rinascimento.
I fiorentini, quantomeno le coscienze più sveglie, hanno saputo da sempre che altri hanno armato la mano mafiosa, per interessi politici molto legati alla politica attuale.

Un medesimo perverso intreccio fra politica inquinata-neofascismo-servizi-Gladio-logge segrete-mafia unifica lo stragismo dell’ultimo quarto di secolo che parte da piazza Fontana e arriva agli Uffizi, alle stragi dei magistrati siciliani e alla politica oggi dominante. Il depistaggio ha funzionato.

Anziché investigare sull’intreccio criminale si preferì depistare la forza repressiva dello Stato, distogliendola da quell’intreccio perverso e indirizzandola contro la gente che cercava pacificamente un cambiamento.

“Niente cambiamento” ci ha detto una magistratura tutta dedita a perseguire, con i processi penali che a decine migliaia pioveranno sul movimento del ’68-’69, gli stessi obiettivi che quell’intreccio criminale indicato sopra raggiungeva con le stragi: reprimere e bloccare la profonda trasformazione in senso sociale che si stava affermando in ogni settore della società.

Anche in questo preciso ambito Firenze ha una memoria da spendere per cercare luce. Il processo all’Isolotto è emblematico di quest’uso depistante del potere repressivo dello stato e forse lo inaugura. La notte del 5 gennaio 1969, alle porte della chiesa dell’Isolotto, nella quale il giorno dopo dovrà esser celebrata la prima Messa dell’inviato del vescovo, dopo la mia remozione da parroco, viene affisso un volantino che porta una firma inedita e inquietante: “Le squadre d’azione fiorentine”.

“Italiani, fiorentini – è scritto nel volantino – un branco di teppisti, strumentalizzati da partiti antinazionali e da preti sovversivi, insidiano la religione, insultano cittadini, sviliscono le Autorità, offendono le Forze Armate, vogliono una polizia disarmata. In questa situazione, con i valorosi tutori dell’ordine pubblico, sempre più impotenti ad arginare il sovvertimento scatenato per la mancanza di un Potere centrale capace di precise disposizioni, NOI …siamo pronti a tutte le iniziative necessarie…Siamo certi che tutti gli Italiani saranno con noi il giorno che, dietro la bandiera tricolore, marceremo alla riconquista dell’Italia”.

E così il giorno dopo, il 6 gennaio, una squadra di una trentina di neofascisti, armati di catene e bastoni, marcerà alla riconquista della chiesa dell’Isolotto, provocando le migliaia di persone riunite a pregare, imponendo loro di uscire, assicurando così la celebrazione della Messa da parte dell’inviato del vescovo e mettendo in moto la decisione della gente di non uscire dalla chiesa la domenica successiva, per non lasciarla in mano ai fascisti.

Di fronte a tale inquietante emergere del neofascismo, che fa la magistratura fiorentina di quel tempo? Invece di incriminare, come avrebbe dovuto, i provocatori neofascisti e indagare sui loro propositi criminali e sulle trame e complicità con altri centri eversivi, incrimina mille pacifiche persone che in maniera assolutamente nonviolenta si oppongono alla “riconquista dell’Italia” e della loro chiesa.

Il procuratore che guida l’indagine è Pierluigi Vigna, dal quale oggi che egli è profondamente cambiato, ci si aspetterebbe una qualche rivelazione su quanto successe a Firenze nel gennaio 1969, quali trame e complicità sottese si intrecciarono, quali pressioni furono messe in atto.

Lo chiede Napolitano, lo chiede implicitamente l’impegno coerente di alcuni magistrati che oggi ricoprono alti incarichi istituzionali e che fin dai tempi caldi si sono opposti apertamente alla politica repressiva e depistante dei Vigna e dei Calamari allora Procuratore generale a Firenze.

La ricerca della verità è primaria perché i misteri sono ancora lì con tutta la loro carica distruttiva e impediscono che dopo ogni “fine” si possa sempre ricominciare, come ci dice la piccola Nadia nella sua struggente poesia scritta la sera prima della bomba che l’uccise in via dei Georgofili.

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