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Amore criminale

di Lella Menzio

Lettera aperta alle redazioni su: “Amore criminale” Rai 3…con l’auspicio che il mio contributo possa diventare utile cambiamento al progetto televisivo così come è stato delineato.

Sono la presidente del Telefono Rosa di Torino e desidero scrivere a proposito del programma intitolato “Amore Criminale” in onda su Rai Tre. La programmazione del ciclo di trasmissioni risponde certamente all’esigenza di portare all’attenzione del grande pubblico il tema angosciante e certamente terrificante della violenza contro le donne.Gli stessi fatti accaduti negli ultimi mesi dimostrano che, molto vicina alla quotidiana violenza fisica, psicologica o sessuale, esiste una violenza omicidaria che a quanto pare travalica ogni analisi sociale o psicologica.

Mai come in questo caso la prevenzione appare difficile, se non impossibile. Probabilmente, nelle intenzioni degli autori del programma, c’è stato anche l’intento di realizzare documenti che, tra fiction e reality, potessero mostrare al pubblico televisivo le dinamiche più agghiaccianti, quelle che precedono, sovente, la gravissima e a volte mortale aggressione nei confronti della vittima di turno.

Insieme a questo lodevole intento, non ho problemi a comprendere che una programmazione televisiva debba anche avere margini di interesse, tensione, mordente tali da interessare il pubblico. In fondo, ogni programma viene valutato dagli indici di ascolto che garantisce. E’ la legge della comunicazione: e anche gli spazi di social time non possono disattendere un elemento necessario per una programmazione che interessi le emittenti, pubbliche o private che siano.

Fatte queste ovvie e doverose premesse, nasce in me un dubbio lacerante. Gli approfondimenti proposti possono incollare allo schermo spettatori attenti e partecipi, amanti del noir, individui interessati ad un approfondimento di dinamiche sociali di grande impatto. Ma possono anche veicolare verso la visione coloro che invece hanno già fantasie di dominio, possesso o persecuzione nei confronti di una donna. Persone il cui equilibrio può essere definito così precario da apprendere dai contenuti della fiction o dei fatti reali raccontati nel programma comportamenti ancora più sadici, oppressivi, violenti.

Molta cronaca, ma l’assenza di un commento o di un approfondimento (forse non così interessante dal punto di vista televisivo, ma utile ad identificare i precursori del comportamento violento) rende l’intero programma privo di quel momento esplicativo, detensionante e di approfondimento che colloca la vicenda non tanto legata al singolo “caso”, quanto a realtà che giorno dopo giorno coinvolgono numeri sempre maggiori di vittime e di perpetratori.

Io che, come le tante altre volontarie dei Centri Antiviolenza, convivo quotidianamente con storie di straordinaria follia, devo pensare che la fiction possa addirittura costituire una forma di involontario addestramento per coloro che, incanalati in forme di pensiero ancestrale e violento, prendano le storie come esempio per la propria,storia futura..

Oppure, temo seriamente il rischio che l’impatto emotivo delle scene viste e delle storie raccontate possano destabilizzare ancora di più coloro che hanno un equilibrio personale già piuttosto fragile.

Non intendo censurare: ma sollecitare autori e produzione ad una riflessione sull’opportunità di ampliare i confini del programma eliminando le componenti di maggiore tensione emotiva a favore di spiegazioni accurate. Soprattutto su come le dinamiche rappresentate non facciano parte dell’orizzonte della violenza patologica o definibile psichiatricamente come malata, ma come i processi di pensiero possono ideare la violenza: fino a renderla poi spietatamente reale.

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