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Narcocensura

di Gabriele Battaglia
da www.peacereporter.net

In Messico i giornalisti devono scegliere tra vivere e lavorare. Ma ora scendono in piazza

Un nuovo termine entra nel dizionario del giornalista: narcocensura. Arriva dal Messico in preda alla guerra tra cartelli della droga, dove in molti giornalisti l’istinto di sopravvivenza ha ormai prevalso su quello per la notizia. Da oltre dieci anni la stampa è vittima di attacchi e minacce, tanto che fin dal 2005 Reporters Sans Frontières ha pubblicato un rapporto dal titolo significativo: “Messico – Autorità, impunità e autocensura: giornalisti di frontiera in un contesto spietato”.

Le cifre. Da quando nel dicembre 2006 il presidente Felipe Calderon ha dichiarato guerra – nel senso che ha mobilitato anche l’esercito – ai narcotrafficanti, si contano già 28mila morti, Tra questi, gli operatori dell’informazione sono trentotto (sessantanove dal 2000), più dodici desaparecidos dal 2003. Per ora, perché il bollettino si aggiorna di settimana in settimana. Gli ultimi episodi parlano del plurisequestro di quattro giornalisti a fine luglio (successivamente liberati) e di due attentati dinamitardi compiuti nella notte tra il 14 e il 15 agosto contro le sedi dell’emittente nazionale Televisa a Matamoros (Stato di Tamaulipas) e Monterrey (Nuevo León).

Da anni, i giornalisti si barcamenano quindi tra etica professionale e istinto di sopravvivenza. Già nel 2005, Roberto Gálvez Martínez, redattore di radio Stereo 91, spiegava in che modo: “Prendiamo le informazioni dalle autorità e ci confiniamo in un angolo, quello del ‘come’. Il ‘chi’ e il ‘perché’ li evitiamo”. Martinez parlava dopo l’assassinio di Dolores Guadalupe García Escamilla, una collega che faceva giornalismo d’inchiesta.

Intervistato dal Los Angeles Times, un giornalista che chiede di restare anonimo racconta: “Ami il giornalismo, ami la ricerca della verità, ami offrire un servizio di civiltà e informare la tua comunità. Ma ami di più la tua vita. Non ci piace il silenzio, ma si tratta di sopravvivenza”. Parla da Reynosa (Tamaulipas), dove due bande si sono appena affrontate in un conflitto a fuoco durato ore all’interno di un centro commerciale. Nessun quotidiano locale ha riportato la notizia.

Il 7 agosto centinaia di giornalisti sono scesi in piazza simultaneamente in diverse località del Paese al grido “les queremos vivos” (li vogliamo vivi). A Città del Messico – dove hanno marciato fino al ministero degli Interni – e in altri Stati del Paese (Chihuahua, Chiapas, Nuevo León e Sonora) hanno scandito i nomi dei colleghi sequestrati o scomparsi, hanno chiesto la fine degli omicidi e più sicurezza nello svolgimento del lavoro.

In questi giorni, Catalina Botero e Frank la Rue, delegati dell’Organizzazione degli Stati Americani e delle Nazioni Unite per la libertà d’espressione, sono in Messico. La visita è collegata al tentativo di introdurre una “zona di scontri intensi e permanenti” tra le categorie di rischio per i giornalisti: una nuova figura giuridica diversa dalla “zona di guerra” e da cui far discendere particolari diritti e tutele.

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