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LO STATO LAICO DI OBAMA

di Paolo Bonetti
da www.italialaica.it

Forse Barack Obama non è proprio quell’icona liberal che una certa mitologia politica si è affannata a dipingere, certamente ci sono in lui anche elementi di demagogia populista che sembrano inevitabili nelle democrazie contemporanee, e altrettanto certamente egli si trova, nonostante questo e a causa di oggettive difficoltà, in un momento di particolare impopolarità, ma non si può non riconoscergli coraggio e fermezza nel sostenere a viso aperto alcuni principi irrinunciabili di una democrazia liberale e di uno Stato laico.

Contrariamente a quello che succede alla classe politica italiana, sempre disposta ai più umilianti compromessi, pur di salvare quella che spesso si rivela una semplice parvenza di potere all’ombra di coloro che il potere lo esercitano davvero, Obama sembra consapevole, per dirla con le parole del poeta latino Giovenale, che non è lecito propter vitam vivendi perdere causas, vale a dire, nel suo caso, che non è ammissibile cercare di conservare il potere tradendo quegli ideali in nome dei quali si è chiesto il consenso, sempre labile, dei cittadini e sui quali si fonda la propria visione politica, ammesso che se ne abbia una. La distinzione fra i politicanti (la grande maggioranza) e gli uomini di Stato (una piccola minoranza) sta proprio qui, nel coraggio di essere, quando occorre, serenamente impopolari.

Già qualche tempo fa il presidente americano aveva dimostrato, sulla delicata questione della ricerca pubblica sulle cellule staminali, di avere le idee chiare in materia di rapporti fra istituzioni e ricerca scientifica, decidendo che quest’ultima non può essere sottoposta a vincoli, censure e conseguenti ricatti finanziari. Di fronte alle pressioni in senso contrario della Chiesa cattolica e di altri gruppi religiosi, Obama ha deciso di sostenere concretamente quella libertà della ricerca che è intrinseca alla logica di una società aperta.

Oggi, con la dichiarazione fatta a proposito della progettata costruzione di una moschea a pochi isolati da ground zero, il luogo dove avvenne la strage dell’11 settembre 2001, il presidente mette da parte ogni preoccupazione elettorale e rende pubblico un documento che, a quanto pare, sta suscitando l’opposizione di gran parte degli americani. Eppure quel documento non potrebbe definire meglio la sostanza della democrazia americana. Sappiamo bene che le dichiarazioni di principio sono spesso smentite dai reali comportamenti politici, ma è indispensabile, per la salute della società liberale e dello Stato laico, che qualcuno, al vertice del potere, senta il bisogno di riaffermarli pubblicamente, a costo di peccare gravemente di senso dell’opportunità politica.

Le argomentazioni di coloro che invitano realisticamente a tener conto degli umori dell’elettorato, non sono prive di valore, ma, in una prospettiva più ampia e lungimirante, esse debbono cedere il passo alla riaffermazione di ciò che costituisce il fondamento di una democrazia liberale. C’è ground zero, ma prima ancora c’è un ground, un terreno in cui affondano le radici della comunità liberale e laica e su questo terreno non ci possono essere divieti e discriminazioni. Forse gli islamici di New York avrebbero fatto bene a non chiedere di costruire il loro centro proprio in quel luogo, ma una volta che la richiesta è stata avanzata, non ci poteva essere, da parte delle istituzioni, risposta diversa da quella che il sindaco della città e poi Obama hanno dato.

Anche il linguaggio del presidente è stato all’altezza del problema che quella richiesta ha sollevato, un linguaggio davvero inconsueto per i documenti politici del nostro tempo, in cui il gergo della casta si mescola spesso alla sciatteria dello stile e alla banalità dei concetti. Dopo aver citato Thomas Jefferson e aver ricordato il primo emendamento della Costituzione americana (quello che proclama e tutela la libertà di religione), Obama ha affermato, “in quanto cittadino e in quanto presidente”, che “l’impegno per la libertà religiosa deve essere incrollabile” in “una nazione di cristiani, musulmani, ebrei, induisti – e di non credenti”, plasmata “ da tutte le lingue, da tutte le culture provenienti da ogni parte della terra”. Nessuna difficoltà, nessuna incomprensione, nessuna tragedia può mettere in crisi questo principio: “così dev’essere, e così sarà oggi”.

Vorrei far notare che qui c’è il riconoscimento del carattere multiculturale della società americana, ma c’è anche, al di sopra di ogni multiculturalismo equivoco e troppo facilmente relativista, la riaffermazione di un principio che relativo non può essere, perché è quell’idea della libertà individuale senza la quale le differenti tradizione religiose si riducono a violenza, più o meno mascherata, nei confronti dei singoli. In questa libertà che fa aggio su tutto il resto consiste il principio fondante, il first ground della laicità.

Ma – osserverà qualcuno – se gli altri non rispettano questo principio, se, ad esempio, impediscono la costruzione di chiese cristiane sul loro territorio o addirittura perseguitano a morte i cristiani, dobbiamo ugualmente rimanere fedeli alla nostra convinzione che ci impone, comunque, di garantire la libertà religiosa anche a coloro che la offendono? La risposta è difficile e facile al tempo stesso: difficile perché tutti sentono che in questo venir meno della reciprocità viene violato un elementare criterio di giustizia, facile perché non è lecito, per amore di giustizia, diventare ingiusti e, per amore della libertà, farsi illiberali.

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