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L’Italia e il reato di curdità

di Christian Elia
da www.peacereporter.net

Intervista all’avvocato Arturo Salerni, che ha difeso i curdi accusati di militanza nel Pkk

La situazione nel Kurdistan turco diventa sempre più grave. Dalla rottura del cessate il fuoco del 1 giugno scorso, sono almeno duecento le vittime degli scontri tra i militari turchi e i miliziani del Partito Curdo dei Lavoratori (Pkk), che si battono contro il centralismo di Ankara.

Il 23 agosto 2010 i vertici militari turchi hanno rispedito al mittente la tregua unilaterale proclamata dal Pkk, che chiede una soluzione politica al conflitto che insanguina il Kurdistan turco dagli anni Ottanta. Mentre aleggia anche l’accusa, per l’esercito turco, di aver usato armi chimiche nei bombardamenti delle postazioni Pkk, come denunciato dal settimanale tedesco Der Spiegel, anche in Italia è iniziata un’offensiva silenziosa contro il Pkk, con una serie di arresti contro curdi sospettati di fare da quinta colonna in Europa al Pkk.
PeaceReporter ha intervistato l’avvocato Arturo Salerni, che difende molte delle persone arrestate nell’ambito di inchieste differenti.

Avvocato Salerni, cosa succede?
C’è una piega pericolosa negli ultimi giorni e nelle ultime settimane; arrivano le une dopo le altre notizie e provvedimenti che ci portano davanti al giudice. Non riesco a capire perché. Una grande fatica, ma fino a oggi l’abbiamo sempre spuntata.

Cerchiamo di fare chiarezza: quante e quali sono le inchieste in corso in Italia?
C’è un’inchiesta a Roma, con le perquisizioni fatte la scorsa estate (2009 ndr), rimasta allo stadio delle indagini preliminari, che indagava su presunti illeciti finanziamenti a organizzazioni separatiste curde. Sono quattro i curdi indagati, quasi tutti gestori di negozi di kebab. Un’altra inchiesta è quella della Procura di Venezia, che indagava su campeggi che sarebbero serviti all’indottrinamento ideologico e all’arruolamento in favore del Pkk e furono arrestate una decina di persone a febbraio 2010, ma il Tribunale della Libertà li ha scarcerati tutti. Questo non significa che l’inchiesta è conclusa, ma significa che anche in questo caso l’inchiesta rimane là, con un fascicolo aperto. Oltre questo, ci sono una serie di mandati di arresto europei da parte della Francia che ha inchieste simili in corso. Nel corso del 2010 due di queste richieste – per persone indagate anche a Venezia – sono state respinte dalla Corte d’Appello di Firenze. Uno dei due è stato espulso in via amministrativa verso la Francia e su questo provvedimento stiamo per intervenire presso la Corte di Strasburgo, anche se giunto in Francia è stato rimesso in libertà.

Si tratta di persone stabilmente residente in Europa e in Italia. Perché vengono arrestate?
Il caso di Nizamettin Toguc è davvero incredibile. Eletto deputato in Turchia nel 1990, si è dovuto rifugiare in Europa dove, in Olanda, ha ottenuto prima lo status di rifugiato politico e poi la cittadinanza. Toguc, alla luce del sole, conduce l’attività politica del parlamento turco in esilio e dell’associazionismo della diaspora curda. In vacanza per qualche giorno in Italia, è stato arrestato per un mandato di cattura internazionale a Padova. La Corte d’Appello di Venezia, il 13 agosto, dopo tre udienze, l’ha scarcerato. In qualche modo è stata riconosciuta l’infondatezza e la natura politica delle accuse. I giudici, per fortuna, hanno capito la situazione e l’hanno rimesso in libertà. Un altro caso di queste ultime ore pende presso la Corte d’Appello di Taranto. Io non sono il difensore di Alì Orgen, ma me ne sono occupato telefonicamente in queste ore. Orgen, residente da anni in Italia, sembrerebbe colpito da un provvedimento di condanna in Turchia e su di lui pende una richiesta di estradizione. Un’altra richiesta è stata presentata nei confronti di un presunto dirigente Pkk dalla Francia, Nedin Seven. Qualche mese fa Seven è stato consegnato prima alla Francia ma poi, di fronte alla richiesta turca di estradizione, la magistratura francese è dovuta tornare di nuovo a chiedere l’autorizzazione all’Italia. La Corte d’Appello di Roma ha respinto con una sentenza molto motivata la richiesta di estradizione.

Ma che senso ha presentare istanze destinate a cadere nel nulla?
Difficile dirlo. L’elemento che emerge da questo quadro è che quando si arriva di fronte a una magistratura giudicate queste inchieste saltano. Ciò ne dimostra l’inconsistenza e la difficoltà nell’individuare la natura del reato, anche a causa del contesto.

Si riferisce a un contesto giuridico o politico?
La questione curda è molto complessa e non può essere affrontata solo con le armi del diritto. In questo senso sussiste un elemento di grande ambiguità in sede europea, sia pure smentito più volte dalla Corte di Giustizia, rispetto all’iscrizione del Pkk nella ‘lista nera’ delle organizzazioni terroristiche. E’ questo il punto sul quale la dottrina giuridica e le coscienza democratiche debbono iniziare a interrogarsi, ragionando sulla natura di un’organizzazione che rappresenta delle istanze popolari e che in uno schema semplicistico di lotta armata viene definita terrorista, ma si tratta di superare questo ragionamento, perché solo facendo questo si arriva a mettere sul tavolo della soluzione politica un attore come il Pkk, innanzitutto rappresentato da Ocalan, detenuto da dieci anni ma ancora il leader riconosciuto della minoranza curda in Turchia.

Una situazione, quella di Ocalan, che di per se merita un capitolo a parte nell’ambito della cultura giuridica.
La sua è una situazione gravissima, più volte segnalata dagli organi di giustizia comunitaria e del Consiglio d’Europa, oltre che dalla Commissione per la prevenzione della tortura. Le sue condizioni di isolamento, che ricordiamo essere quelle di un detenuto unico per tutto il carcere di Imrali, sono leggermente cambiate negli ultimi tempi, ma non abbastanza da non essere ritenute inumane e degradanti. La sentenza del Tribunale di Roma di dieci anni fa, proprio rispetto alla richiesta di estradizione di Ocalan riparato in Italia, sono ancora la bussola giuridica in materia e i giudici le tengono presenti di fronte a una richiesta turca di estradizione di un militante curdo che, qualunque sia la sua posizione, rischia di subire gravi violazioni dei suoi diritti all’interno del sistema carcerario turco.

Continueremo, quindi, ad assistere a arresti che poi si risolvono in un nulla di fatto?
La questione è spinosa e ci costringe, anche in sede legale, a richiamare nozioni di storia, di geopolitica, oltre che di standard dei diritti umani. Una questione molto complessa, della quale si ritrovano investiti i giudici delle diverse città italiane. Certo si tratta di atti dovuti, ma si nota un particolare zelo in questa attività di attuazione di ordini di cattura e di richieste di estradizione. Cosa avremmo dovuto fare se, in passato, fosse passato dall’Italia Nelson Mandela, ricercato come terrorista in Sudafrica? Per uscire da questa situazione assurda serve una parola politica più alta che faccia chiarezza sulla questione curda, lontanissima dalla fattispecie della ordinaria storia di criminalità organizzata.

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