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Gli Usa restano in Afghanistan

di Michele Paris
da www.altrenotizie.org

Lo scorso mese di dicembre, annunciando l’invio di altri 30 mila uomini per proseguire la guerra in Afghanistan, Barack Obama promise agli americani già sfiduciati dal logorante conflitto l’inizio del ritiro dei loro soldati entro il luglio del 2011. Con la situazione sul campo in continuo peggioramento, la scadenza fissata dalla Casa Bianca appare però sempre più improbabile. A farlo capire chiaramente sono una serie di dichiarazioni alla stampa dei vertici civili e militari statunitensi, nonché l’imminente stanziamento di fondi per nuovi progetti logistici a lungo termine nel paese occupato.

Secondo quanto riportato qualche giorno fa dal Washington Post, il Congresso USA avrebbe all’ordine del giorno lo sblocco di 1,3 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2011, destinati alla costruzione e all’ampliamento di basi militari in territorio afgano. Tra queste ultime, ce ne sono almeno tre che si trovano in zone cruciali del paese – Shindand, Camp Dwyer nella provincia di Helmand e Mazar-e Sharif – e i cui lavori permetteranno l’espansione delle attività dei reparti delle Operazioni Speciali e dei Marines.

In una chiara indicazione che l’attività bellica americana proseguirà ben oltre l’estate del 2011, i contratti di fornitura per i lavori in Afghanistan non saranno stipulati prima del gennaio del prossimo anno, mentre le opere stesse, nella migliore delle ipotesi, risulteranno terminate almeno un anno più tardi. L’approvazione dei fondi necessari è arrivata per ora dalle apposite commissioni di Camera e Senato, in attesa del voto definitivo dei due rami del Congresso.

A questi progetti vanno poi aggiunti quelli già avviati che riguardano le nuove strutture per le forze di sicurezza locali, programmate secondo il Pentagono per i prossimi cinque anni. A tal proposito gli Stati Uniti dovrebbero stanziare oltre cinque miliardi di dollari.

Se i sondaggi negli USA indicano una larga maggioranza di americani sempre più contraria ad una guerra ormai quasi decennale e senza prospettive, come per l’Iraq gli obiettivi della Casa Bianca corrispondono alla necessità di prolungare ancora a lungo la presenza militare in Afghanistan. Di fronte all’opposizione interna, in un anno di elezioni che preannunciano pesanti sconfitte per i democratici, l’amministrazione Obama sembra aver delegato ai generali il compito di stroncare ogni speranza per un possibile disimpegno nel 2011.

Proprio i vertici militari statunitensi, d’altra parte, erano stati i promotori del’escalation bellica decisa alla fine dello scorso anno. Il moltiplicarsi delle dichiarazioni rilasciate nell’ultimo periodo cela così a fatica il disprezzo per il principio costituzionale del controllo civile sui militari, nonché per il sentimento di avversione alla guerra diffuso tra i cittadini americani.

A mettere le cose in chiaro sulle prospettive del conflitto in Afghanistan è stato innanzitutto il nuovo comandante delle forze americane nel paese, generale David Petraeus. Da Kabul, quest’ultimo ha rilasciato un’intervista alla BBC nella quale ha sottolineato come la scadenza del luglio 2011 non rappresenterà alcun punto di svolta fondamentale per la guerra in corso. “Questa data rappresenta l’inizio di un processo. Niente di più e niente di meno”, ha aggiunto Petraeus, chiarendo che tra un anno semplicemente “alcuni compiti inizieranno ad essere trasferiti alle forze afgane”, ma solo “in quelle aree nelle quali le condizioni lo permetteranno”.

Un altro punto critico riguarda poi l’addestramento delle forze di sicurezza afgane, affidato agli americani e ai loro alleati. Sottolineando che il momento della transizione “è ancora molto lontano”, il comandante delle operazioni di addestramento, generale William Caldwell, in una recente conferenza stampa ha ricordato che occorrerà almeno un altro anno solo per reclutare un numero adeguato di soldati e agenti di polizia locali.

Gli sforzi americani in questo ambito si scontrano con un elevatissimo livello di analfabetismo e di diserzione, ma riflettono anche una più generale difficoltà ad instaurare un governo fantoccio affidabile e sufficientemente autorevole. Sempre secondo il parere del generale Caldwell, i reparti afgani non saranno in grado in nessun modo di farsi carico dei problemi del loro paese nell’immediato futuro.

Ancora più esplicito è stato infine un altro generale americano di stanza in Afghanistan, il comandante dei Marines, James Conway. In aperto dissenso con il presidente Obama, Conway ha addirittura rimproverato la Casa Bianca per aver dichiarato di voler iniziare il ritiro delle truppe USA nel luglio del 2011, un annuncio che a suo parere avrebbe contribuito a rinvigorire la resistenza talebana.

Al di là del consueto ottimismo mostrato da Washington, le prospettive in Afghanistan per gli Stati Uniti e le altre forze di occupazione rimangono tutt’altro che rosee. I rapporti con il governo di Hamid Karzai continuano ad essere complicati, come dimostra ad esempio l’ordine di parziale ritiro dei contractors privati dal paese sui quali gli americani contano in maniera massiccia.

La condotta dei mercenari privati, secondo le parole dello stesso Karzai, risulta destabilizzante per il paese, dove essi di fatto “presiedono ad una struttura di sicurezza parallela al governo afgano”. Questi contractors suscitano il risentimento della popolazione civile, tra la quale è comprensibilmente già diffuso un profondo sentimento anti-americano, visti i dei ripetuti massacri tra la popolazione causati dalle operazioni delle forze speciali.

Con un crescente livello di competizione per l’espansione dell’influenza in Asia Centrale tra Stati Uniti, Russia – e della soprattutto Cina – in definitiva, la presenza americana in Afghanistan si protrarrà ancora a lungo. Un impegno necessario per sostenere un governo afgano irrimediabilmente debole, che senza le forze di Washington finirebbe per crollare rapidamente sotto l’offensiva talebana.

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