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Libia, il Colonnello e il Cavaliere

di Christian Elia
da www.peacereporter.net

Il secondo anniversario del trattato italo libico è un’occasione per nuovi, lucrosi, affari. Sulla pelle dei migranti e in barba alla Lega Nord

L’ultima trovata arriva al mattino, con caffè e giornali. una lezione di Islam a uso e consumo della squadra di hostess che il governo italiano gli ha fatto trovare a Roma. Questa offusca quella dei passaporti libici che verranno stampati in futuro avranno, tra le immagini olografiche, la stretta di mano tra Gheddafi e Silvio Berlusconi che il 30 agosto 2008 ha sancito (a Bengasi) la firma del Trattato di Amicizia Italia – Libia.

In occasione del secondo anniversario dell’accordo, il leader libico restituisce la visita ricevuta dal premier italiano l’anno scorso. Quest’anno, come un anno fa, i media saranno rapiti dal corollario di trovate che caratterizzano i viaggi del colonnello Gheddafi: tende beduine nel cuore di Roma, squadre di cavalieri arabi in abiti tradizionali e il corpo di guardia tutto al femminile del leader libico. Una sorta di cortina di fumo che, alimentata dalle costanti dichiarazioni di amore eterno tra i due personaggi politici, nasconde tutta una serie di elementi ben più interessanti della nuova stagione di relazioni tra l’Italia e la Libia inaugurata due anni fa.

Per cominciare l’alta, anzi, altissima finanza. Berlusconi, in tempo di crisi politica, ha una nuova gatta da pelare. Il rapporto della Consob, l’organismo di controllo della Borsa italiana, ha rilasciato una nota il 4 agosto scorso nella quale rendeva noto che la Libia possiede il 6,7 percento di Unicredit. Per la precisione, il 4,6 con la Banca centrale di Tripoli e il 2,1 con la Libyan Investment Authority, società controllata dal governo libico.

I gerarchi della Lega Nord non l’hanno digerita: l’incubo della scalata araba (e islamica) a uno dei principali istituti di credito italiano è un problema per un partito che della barriera anti islamica ha uno dei temi di fidelizzazione del suo elettorato. Come spiegarlo ai militanti, gli stessi aizzati al grido di ”bruceremo le loro palandrane” (deputato Mario Borghezio, piazza Duomo a Milano)?

”Basta sospetti sui soldi arabi. La Libia non ha alcuna intenzione di scalare Unicredit. I soci arabi non vanno trattati diversamente dagli altri”, ha detto il finanziere franco-tunisino Tarek Ben Ammar, ritenuto da molti osservatori l’architetto della svolta di due anni fa nei rapporti italo-libici. Un Berlusconi in miniatura, questo Ammar.

Produttore cinematografico, anche della contestata Passione di Cristo di Mel Gibson, proprietario di una delle più grandi aziende di comunicazione in Francia, ma anche ex manager di Michael Jackson e proprietario del canale tv Sportitalia. Cariche e affari che gli sono valsi un posto nel consiglio di amministrazione di Mediobanca, la centrale operativa della finanza italiana.

Per convincere la Lega a sorridere all’ospite scomodo servirà una delle trovate di Berlusconi. L’uomo giusto ha già un nome: Massimo Ponzellini. Presidente della Banca Popolare di Milano e di Impregilo, il colosso delle costruzioni, che guida la truppa di ventuno aziende italiane che hanno presentato la loro candidatura per la costruzione dell’autostrada costiera (1700 chilometri) in Libia. Un appalto enorme, sul quale si pronuncerà la commissione mista italo-libica il 30 ottobre prossimo.

Il Trattato del 2008, infatti, prevede un risarcimento per i danni di guerra del periodo coloniale italiano in Libia di 5 miliardi di dollari. Una fetta di questa soldi, andrà all’azienda che costruirà l’arteria di comunicazione che congiungerà i due punti estremi della costa libica. Ponzellini è considerato molto vicino alla Lega e la banca che presiede sembra sempre più indicata come quella ‘banca padana’ che la Lega Nord cerca da anni.

La Lega, di Gheddafi, non si fida. L’ultima frizione è giunta il 25 luglio scorso, quando il leader libico ha ordinato la liberazione dei circa tremila migranti rinchiusi nelle carceri libiche. Almeno duecento di questi, sono stati vittime dei respingimenti in mare dell’Italia che, in violazione del diritto internazionale, ha applicato una delle clausole del Trattato che prevede l’intercettamento in acque internazionali dei migranti partiti dalla Libia e il riaccompagnamento coatto sulle coste di partenza, senza identificarli e senza verificare se a bordo ci siano persone che possono chiedere lo status di rifugiato politico.

Ed ecco che etiopi, eritrei e somali sono stati sbattuti nelle fatiscenti carceri libiche, vittime di soprusi di ogni genere. Il colonnello Gheddafi, messo sotto pressione dai media e dalle organizzazioni non governative di tutto il mondo che si battono per il rispetto dei diritti umani, li ha scarcerati, abbandonandoli al loro destino nel deserto. La Lega, che ha sempre accusato Gheddafi di usare i migranti come elemento di pressione sull’Italia, non ha gradito.

Gli affari tra l’Italia e la Libia, però, sono un bel bottino. Solo l’Eni, il gigante energetico guidato da Paolo Scaroni, ha in cantiere nuovi investimenti per 25 miliardi di euro, come annunciato dallo stesso Scaroni nei giorni scorsi. Gli affari diretti tra Berlusconi e Gheddafi, poi, non sono da meno. Un articolo pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian aveva un titolo chiaro: ”The Gaddafi-Berlusconi connection”.

Secondo l’autore, una società libica chiamata Lafitrade ha acquisito il dieci per cento della Quinta Comunication, di Tarak Ben Ammar (ancora lui). La Lafitrade è controllata da Lafico, il braccio d’investimenti della famiglia Gheddafi. Un altro partner di Ben Ammar nella Quinta Comunication è, con circa il ventidue percento, una società registrata in Lussemburgo di proprietà della Fininvest, la finanziaria di Berlusconi. Non basta: Quinta Comunication e Mediaset possiedono ciascuna il venticinque percento di una nuova televisione via satellite araba, la Nessma Tv, che opera anche in Libia.

Troppa roba per lasciare che la Lega, per quanto sempre più influente nel governo Berlusconi, si metta di traverso. D’altronde l’ossessione migrante dei leghisti, sempre nelle clausole del Trattato, trova un’altra soddisfazione: l’accordo che Finmeccanica, colosso italiano della produzione di armi e tecnologia sofisticata, tramite la controllata Selex Sistemi Integrati, ha firmato con la Libia per un valore di trecento milioni di euro.

La commessa prevede la costruzione di un grande sistema di protezione e sicurezza dei confini libici, in particolare quelli con Niger, Ciad e Sudan da dove arriva il grosso dei migranti dall’africa subsahariana. L’appalto, come da Trattato, sarà finanziato al 50 percento dai contribuenti italiani e al 50 percento dall’Unione europea.
A volte basta un po’ di buona volontà (e di soldi) per trovare un accordo.

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“Esposte al sole cocente, legate per le braccia a due pali, lapidate a morte. Ecco come sono libere le donne islamiche”

di Anna Scalfati
da www.articolo21.org

Simonetta Sotgiu, magistrato di Cassazione commenta ad Articolo21 le dichiarazioni del leader libico sulla libertà delle donne nel suo Paese. Vicepresidente della commissione nazionale di parita’ dal 1994 al 1997, la Sotgiu è stato capo delegazione del Governo Italiano alla Conferenza Mondiale di Pechino sui diritti nel 1995. Da allora non ci sono stati più appuntamenti di tale rilievo organizzati dalle Nazioni Unite.

Erano presenti 150 paesi ed è andata avanti per quasi un mese. “In quegli anni le tematiche femminili erano molto seguite anche perche’ vi era un organismo nazionale, la commissione nazionale parità presso la presidenza del Consiglio, che filtrava e unificava le esigenze portate avanti da tutto l’associazionismo femminile.”

Oggi il panorama e’ completamente cambiato, ci troviamo davanti una realta’ delle donne che vuol dimenticare i traguardi raggiunti.
“Ho trovato sorprendente che giovani donne probabilmente agnostiche ma comunque inserite nella civilta’ occidentale cristiana abbiano “venduto” la propria liberta’di pensiero di fronte non ad un imam bensi’ ad un dittatore benignamente definito “folcloristico” ( ma piuttosto da operetta) che paga per far credere che tutto possa cambiare con un velo in testa. Forse non sanno le giovani donne che – come e’ emerso a Pechino- nei paesi islamici non soltanto e’ punito con la lapidazione l’adulterio ma anche il rifiuto di tante bambine e adolescenti di sposare l’uomo , magari anziano, che la famiglia ha scelto. Il rifiuto comporta l’esposizione al sole cocente della donna legata per le braccia a due pali di legno distanti tra loro, il lancio di pietre da parte dei parenti- lancio che puo’ durare anche due giorni, se la poveretta sopravvive- con colpi di pietra finali affidati al padre, al marito o al fidanzato rifiutato. L’islam nega i diritti umani e questo sicuramente il nostro dittatore non l’ha detto. Ricordiamo la frase di Hillary Clinton a Pechino quando disse “humans rights are womans rights” (i diritti umani sono diritti delle donne e i diritti delle donne sono diritti umani)

Simonetta , tu che da decenni segui le associazioni e i movimenti femminili, che cosa pensi sia accaduto a queste ragazze, ben cinquecento assoldate da una agenzia di pubbliche relazioni? Come possono mettere il velo in cambio di ottanta miseri euro?
“In un mondo di veline e di ciarpame mediatico, tutto e’ possibile. Anche la perdita della propria identita’ di genere. Personalmente mi sono vergognata nel vedere tante ragazze presumibilmente istruite mercanteggiare non il corpo ma la testa. Evidentemente la scuola italiana non insegna a sufficienza il rispetto di se’ stessi”

Quello che e’ accaduto e’ dunque grave?
“Si’ e’ piu’ grave anche di un atto terroristico cui normalmente un governo occidentale si contrappone. In questo caso il Governo italiano sembra aver venduto la propria democrazia e rispetto dei diritti per un po’ di petrolio e qualche appalto”

Volendo opporsi, tu che sei un magistrato, dal punto di vista del diritto dei cittadini, quali violazioni intravedi?
“Sul piano civilistico non ci sono violazioni. La gestione del problema doveva essere esclusivamente diplomatica e non ha dato buoni frutti.”

Abbiamo un ministro delle pari opportunita’, Mara Carfagna, eppure le cose vanno peggio rispetto a vent’anni fa. Che cosa e’ cambiato oggi nel mondo delle donne?
“Un ministro e’ sempre portatore esclusivamente della politica del suo governo e nel caso del ministro PO vi e’ un distacco assoluto tra la modestissima attivita’ del Ministero e l’universo dell’associazionismo femminile a cui e’ stato impedito di esprimersi anche attraverso un organismo semplicemente consultivo come la commissione delle pari opportunita’ che e’ stata abolita. Il precedente Ministro Stefania Prestigiacomo aveva previsto la ricostituzione della commissione con una legge ad hoc che non trova attuazione. Manca cosi’ il FORUM di discussione degli obiettivi femminili verso la democrazia paritaria. Il Ministro interviene su queste tematiche se il Governo glielo permette e se si alza col piede destro”.

In che cosa sei impegnata adesso?
Con una mia associazione sono impegnata attraverso un comitato a raccogliere adesioni e finora sono tante, per l’inserimento nelle leggi elettorali regionali della cosiddetta “doppia preferenza”, cioe’ la possibilita’ di votare insieme al candidato o candidata prescelta anche un altro nominativo purche’ riferito a candidato di sesso diverso. E’ una esperienza che e’ stata positiva nella Regione Campania e sulla quale ha infine concordato anche il Ministro Carfagna.

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