Home Politica e Società Una pace femminista: come ci si arriva?

Una pace femminista: come ci si arriva?

di Beatrice Ippolito
da www.hannashouse.net

Si e’ tenuta a Belfast la scuola estiva organizzata dall’associazione Hanna’s House nei locali dell’Universita’ dell’Ulster sul tema “A Feminist Peace: How do we get there?” (Una pace femminista: come ci si arriva?)

Diverse relatrici, esponenti di associazioni, docenti universitarie, parlamentari, volontarie ONG in aree di conflitto in Medio Oriente, Afghanistan, e paesi in via di sviluppo, si sono alternate ai microfoni dell ‘Auditorium e nei workshops.
Opinione comune, messa in rilievo in una buona maggioranza dei contributi, e’ stata che il contributo delle donne nell’ambito dei negoziati di pace oltre che necessario, e’ della piu’ vitale importanza in quanto le donne sono portatrici di istanze e bisogni spesso sottovalutati o semplicemente trascurati dai politici ufficiali.

Queste istanze e questi bisogni sono condivisi anche dagli uomini. Lo evidenziano le esperienze riportate da alcune relatrici. Kate Fearon, attuale Capo di Gabinetto di uno degli uffici dell’ International Civilian Office di Mitrovica in Kossovo (una sorta di dipartimento internazionale per gli affari sociali che si occupa di ricostruzione e integrazione delle minoranze etniche ), ha raccontato, per esempio, quanto ha visto durante la sua permanenza in Afganistan come Rule of Law Governance Advisor (Una specialista in Diritti Umani operante in qualita’ di Consigliera di Buone Pratiche nell’Amministrazione della Giustizia in paesi in via di ricostruzione) di stanza a Lashkar Gah, nella provincial di Helmand, Afghanistan.

Nell’organizzare le elezioni amministrative locali, alcune donne afgane, ha riferito Kate Fearon commentando alcune foto da lei presentate nel corso della relazione di apertura, “Women, Peace and Conflict: stories from Afghanistan” (Donne, Pace e Conflitti: storie dall’Afghanistan), incaricate di gestire le operazioni di voto nelle sedi appositamente predisposte per le votanti, non solo sono riuscite a farsi candidare; sono anche state elette grazie ai voti di moltissimi uomini che in loro hanno creduto e da loro si sono sentiti rappresentati.
Sembra una storia straordinaria in un paese dove le donne devono sottostare al divieto di mostrarsi in pubblico e abitare, senza diritto di parola, spazi separati.

Le donne pero’, si rivelano spesso piu’ abili mediatrici. Ne offre un ulteriore esempio Monica McWilliams, attuale Presidente della Commissione sui Diritti Umani dell’Irlanda del Nord e fondatrice, nel 1996, della Northern Ireland Women’s Coalition (la Coalizione delle Donne dell’Irlanda del Nord), un vero e proprio partito delle donne senza distinzioni religiose che la vide candidata, eletta poi a far parte dell’Assemblea Legislativa dell’Irlanda del Nord.

Monica McWilliams venne poi nominata a far parte della Commissione per i negoziati di pace i cui lavori condussero al famoso “Good Friday Agreement” (l’Accordo di Belfast siglato il giorno del Venerdi’ Santo il 10 aprile 1998) che sanci’ la fine ufficiale del conflitto nordirlandese. Anche in quel caso il contributo delle donne fu importante. “Ma e’ in corso una Guerra, per fermare la quale noi donne dobbiamo profondere tutte le nostre risorse e le nostre energie”, afferma Monica Mc Williams. “La violenza quotidiana contro le donne e’ una Guerra – aggiunge, – e va combattuta su piu’ piani e piu’ fronti”. Il volontariato, gli interventi educativi non sono sufficienti a fermare questa guerra. E soprattutto non bastano le dichiarazioni di intenti nelle sedi istituzionali.

A queste devono seguire i fatti con interventi legislativi e impegni sul piano delle pratiche giuridiche. E’ sconfortante, infatti, osservare quanto sottostimato e sottovalutato sia il potenziale distruttivo della violenza domestica nelle aule giudiiziarie.

Il tema della GBV (Gender-Based Violence) e’ il tema che desta maggiore preoccupazione ed emerge in tutti i workshops che intercalano le relazioni in Auditorium. La sovraesposizione e la mercificcazione dei corpi femminili, l’ipersessualizzazione delle giovanissime, il traffico di donne e bambini per i mercati del sesso, l’industrializzazione della pornografia, sono le componenti di una oggettificazione senza pari e che opera in assoluta controtendenza rispetto alle libere scelte delle donne reali. A dispetto dei pur grandi progressi compiuti dalle donne, ”equality” e “equity” sono ancora di la’ da venire e disparita’ di trattamento e disuguaglianza caratterizzano tuttora l’esperienza quotidiana delle donne anche nei paesi piu’ evoluti.

Eppure in Occidente, le donne, oggi, hanno superato gli uomini negli studi superiori. Le donne ottengono risultati qualitativamente e quantitativamente migliori; “Where do all them women go?” (Dove sono, come vengono impiegate tutte queste intelligenze? Che fine fanno?) si chiede con voluta sgrammaticatura una giovane femminista di Belfast.

Il 71% degli iscritti ai corsi universitari di Arte sono donne, ma solo il 5% vede le proprie opere esposte nelle sale della Galleria Nazionale di Dublino. Nel Museo di Arte Moderna d’ Irlanda le mostre personali di artisti maschi sono ben l’86%. La percentuale di presenze femminili alla Biennale di Venezia non e’ meno ridotta. Anche in questo ambito il monopolio e’ ancora, inesorabilmente, maschile e la presenza femminile si addensa solo ai livelli piu’ bassi.

Per questo la scuola estiva ha colto l’occasione per presentare le opere di pace, i “peace works” di alcune artiste (per l’Italia ha esposto una giovane artista siciliana, Barabara Cammarata, con grandi tele sul tema degli abusi sui minori in ambito religioso) e cominciare a rompere anche in questo ambito la perenne “War on Women” (la Guerra alle Donne).

A chiusura dei lavori Deirdre McAliskey ha cantato la famosa “Bread and Roses” cantata dalle lavoratrici della fabbrica tessile del Massachussets durante lo sciopero di protesta del 1912 in cui chiedevano salari e condizioni di lavoro dignitose.

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