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LA RABBIA DEI GIOVANI SENZA FUTURO

Vittorio Emanuele Parsi
www.lastampa.it 9 gennaio 2011

Egitto, Tunisia, Algeria: sembra che il Nord Africa rischi di saltare in aria in una miscela esplosiva di regimi più o meno brutalmente autoritari e insieme sempre più deboli.

Un composto di crescenti difficoltà economiche con tassi di disoccupazione impressionanti, e di un Islam radicale che soffia sul fuoco. Per chi ha memoria della sporca guerra degli Anni 90, costata oltre 150 mila morti, il timore che il più grande dei Paesi del Maghreb possa nuovamente imboccare la via della violenza settaria rappresenta un vero e proprio incubo.

Ed è un rischio reale, visto che gli epigoni del Fis sembrano godere nuovamente di un consenso crescente tra la popolazione algerina. La legittima enfasi sugli sciacalli sempre pronti ad azzannare le società arabe nel nome della loro visione distorta e fanatica dell’Islam rischia però di farci percepire ciò che sta avvenendo sulle coste meridionali del Mediterraneo come qualcosa di eccessivamente «distante», e quindi più facilmente esorcizzabile. In realtà, i giovani disperati che ad Algeri e a Tunisi distruggono e assaltano tutto ricordano molto di più i casseurs parigini della banlieue in fiamme di sei anni fa, o gli «anarchici» greci delle settimane scorse che non i seguaci di questo o quell’imam radicale.

Ciò cui stiamo assistendo in questi giorni in Algeria e in Tunisia è l’esito di una combinazione fatta di tre elementi: regimi politici poco o per nulla inclusivi, in cui il circuito politico legale è concretamente impermeabile alla società e incapace di fornire risposte adeguate al sentimento di totale abbandono in cui essa si dibatte; una crisi occupazionale, ancor prima che economica, che vede un tasso di disoccupazione stabilmente intorno al 25% nella contemporanea assenza di meccanismi di Welfare; e una distribuzione della popolazione per fascia d’età (il 75% degli algerini ha meno di 30 anni) che fa sì che quelli che non hanno nulla da perdere a «spaccare tutto» siano tanti, tantissimi: forse abbastanza numerosi da fare una rivoluzione.

A Parigi come a Torino, a Londra come a Berlino o a Madrid, abbiamo dati sulla disoccupazione giovanile non molto diversi, e tutti i governi, di qualunque colore, sono in difficoltà nell’offrire ai giovani risposte che non siano palliativi o vuote promesse. Non è un caso che proprio i giovani siano quelli a un tempo meno protetti da ciò che resta dello Stato sociale e più alienati rispetto al sistema politico (si vedano i dati sull’astensionismo giovanile). Ma nella vecchia Europa (mai l’aggettivo è apparso più appropriato) i giovani, semplicemente, sono pochi, non abbastanza per far prendere in considerazione le proprie richieste, figuriamoci per «fare la rivoluzione».

La nostra piramide demografica è speculare rispetto a quella dei nostri dirimpettai, e questo – insieme alla maggior inclusività dei nostri sistemi politici e alla maggior solidità dei nostri sistemi di Welfare, ovviamente – è ciò che fa la vera differenza. Quel che rischia di condannare i conti dell’Inps, o per lo meno di rendere la nostra vecchiaia meno florida di quanto avessimo sperato, è anche la miglior garanzia di stabilità del sistema e spiega la sostanziale attitudine conservatrice di un Paese come l’Italia.

Oltremare è esattamente l’opposto. In maniera per molti versi analoga a quanto avvenne nel 1992, possiamo solo sperare che il regime riesca a tenere la situazione sotto controllo, ma non certo permetterci il lusso di illuderci che ciò possa minimamente coincidere con un qualche inizio di soluzione.

Se Paesi come i nostri, istituzionalmente solidi e dalla ben maggiore capacità di pressione sull’economia globale, i suoi attori e i suoi forum, non riescono a venire a capo di questa distruzione sistematica di posti di lavoro che l’economia contemporanea sembra imporre, come pensare che una simile impresa possa riuscire a sistemi ben più fragili come quelli del Maghreb?

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