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Cdb /Incontro comunitario – IL POTERE E IL CORPO DELLE DONNE

Comunità dell’Isolotto – Incontro comunitario — domenica 13 febbraio 2011

 IL POTERE E IL CORPO DELLE DONNE

Riflessioni di Francesca, Paola, Carmen, Tina, Luciana

Sono andata a rivisitare gli atti del convegno delle cdb a Napoli del 1982 dal titolo significativo “sessualità e liberazione”. Sono rimasta colpita dalla profondità ed attualità delle analisi che andavamo facendo su temi difficili ed anche scabrosi . La mobilitazione per la legge sull’aborto ci spingeva , donne e uomini, ad assumerci le nostre responsabilità verso un cammino di crescita di consapevolezze e coerenze personali e comunitarie. Il percorso si è rivelato pieno di difficoltà, ostacoli, incomprensioni e a volte conflittuale, ma insieme non abbiamo perso la tenacia della ricerca e la voglia di continuare a coltivare relazioni positive e alla pari.

In questi trenta anni molte cose sono successe, il movimento femminista è stato sempre più aggredito ed emarginato, i “ poteri” hanno imposto  modelli culturali e sociali invasisi , le giovani generazioni sono state schiacciate in spazi privi di mobilitazione e ricerca soggettiva, il cammino di donne e uomini di buona volontà è stato relegato in vie  sotterranee ed invisibili  tutto sembrava perso….tutto era da ricominciare…Invece non è così. I poteri ed il corpo delle donne continua a costituire un argomento fondante per la elaborazione di relazioni rispettose delle diversità, ma abbiamo di fronte  nuovi o rinnovati soggetti che si mobilitano oggi consapevoli che la liberazione passa per la crescita culturale ed umana di donne ed uomini insieme.

Per approfondire le contraddizioni dell’oggi, per esplorare possibili vie d’uscite dal caos attuale, per valorizzare e dare contenuto alle nuove mobilitazioni che rivendicano partecipazione e soggettività creativa di regole e comportamenti altri rispetto ai modelli invasivi proposti dal potere, per arricchirci reciprocamente delle tante voci che in questa occasione si stanno levando in proposito,per continuare a crescere insieme, per affrontare la complessità di vissuti anche contraddittori e difficili da codificare in regole, norme e comportamenti, forse è utile ed interessante tornare ad interrogarci.

 

Gli aspetti su cui confrontarci, femmine e maschi insieme, sono molti. Proponiamo alcuni spunti:

corporeità

Il corpo, la sua natura, le sue potenzialità, i suoi limiti

Il corpo e la corporeità come risorsa per essere felici

La chimica del corpo: donne e uomini fra desiderio – gioia –– gioco –gratificazione

tenerezza – amore –  felicità – rispetto

Il corpo e la corporeità come limite 🙁 la sofferenza – la malattia –

la debolezza – l’infecondità –la finitezza – la morte)

Il corpo e la corporeità come “vissuto” “esperienza”  “ consapevolezza” “sapienza”

“saggezza””strumento di conoscenza”

La comunicazione e il corpo, i linguaggi del corpo: teatro – danza- sport – moda –

estetica- musica- canto

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Dai Libri sapienziali

Cantico dei cantici, che è di Salomone. Capitolo 1

La sposa

Mi baci con i baci della sua bocca!

Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.

Per la fragranza sono inebrianti i tuoi profumi,

profumo olezzante è il tuo nome,

per questo le giovinette ti amano.

Attirami dietro a te, corriamo!

M’introduca il re nelle sue stanze:

gioiremo e ci rallegreremo per te,

ricorderemo le tue tenerezze più del vino.

A ragione ti amano!

 

Capitolo 3 

Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore;

l’ho cercato, ma non l’ho trovato.

“Mi alzerò e farò il giro della città;

per le strade e per le piazze; voglio cercare l’amato del mio cuore”.

L’ho cercato, ma non l’ho trovato.

Mi hanno incontrato le guardie che fanno la ronda:

“Avete visto l’amato del mio cuore? ”.

Da poco le avevo oltrepassate, quando trovai l’amato del mio cuore.

Lo strinsi fortemente e non lo lascerò

finché non l’abbia condotto in casa di mia madre,

nella stanza della mia genitrice.

Lo sposo

Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme,

per le gazzelle e per le cerve dei campi:

non destate, non scuotete dal sonno l’amata finché essa non lo voglia.

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sessualità

La sessualità fra repressione e permissivismo: dal burca al nudismo quale messaggio per i nostri figli ?

Questione morale e il corpo delle donne e degli uomini : Sesso – scienza – potere

Sessualità e fecondità, potere creativo,energia della natura, realizzazione di sé –

Etica e sessualità : Etica del corpo – etica dei sentimenti

Le ideologie –le religioni – le tradizioni – le culture :i poteri padroni delle regole?

Pentateuco

Cap. 12

 Abramo in Egitto

Venne una carestia nel paese e Abram scese in Egitto per soggiornarvi, perché la carestia gravava sul paese.

Ma, quando fu sul punto di entrare in Egitto, disse alla moglie Sarai: “Vedi, io so che tu sei donna di aspetto avvenente.  Quando gli Egiziani ti vedranno, penseranno: Costei è sua moglie, e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita. Dì dunque che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva per riguardo a te”.

Appunto quando Abram arrivò in Egitto, gli Egiziani videro che la donna era molto avvenente. La osservarono gli ufficiali del faraone e ne fecero le lodi al faraone; così la donna fu presa e condotta nella casa del faraone.  Per riguardo a lei, egli trattò bene Abram, che ricevette greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli.  Ma il Signore colpì il faraone e la sua casa con grandi piaghe, per il fatto di Sarai, moglie di Abram. Allora il faraone convocò Abram e gli disse: “Che mi hai fatto? Perché non mi hai dichiarato che era tua moglie?  Perché hai detto: È mia sorella, così che io me la sono presa in moglie? E ora eccoti tua moglie: prendila e vattene! ”. Poi il faraone lo affidò ad alcuni uomini che lo accompagnarono fuori della frontiera insieme con la moglie e tutti i suoi averi.

 

Cap.19

La distruzione di Sodoma

I due angeli arrivarono a Sòdoma sul far della sera, mentre Lot stava seduto alla porta di Sòdoma. Non appena li ebbe visti, Lot si alzò, andò loro incontro e si prostrò con la faccia a terra. E disse: “Miei signori, venite in casa del vostro servo: vi passerete la notte, vi laverete i piedi e poi, domattina, per tempo, ve ne andrete per la vostra strada”. Quelli risposero: “No, passeremo la notte sulla piazza”. Ma egli insistette tanto che vennero da lui ed entrarono nella sua casa. Egli preparò per loro un banchetto, fece cuocere gli azzimi e così mangiarono. Non si erano ancora coricati, quand’ecco gli uomini della città, cioè gli abitanti di Sòdoma, si affollarono intorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo. Chiamarono Lot e gli dissero: “Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne! ”. Lot uscì verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sé, disse: “No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto”.  Ma quelli risposero: “Tirati via! Quest’individuo è venuto qui come straniero e vuol fare il giudice! Ora faremo a te peggio che a loro! ”. E spingendosi violentemente contro quell’uomo, cioè contro Lot, si avvicinarono per sfondare la porta. Allora dall’interno quegli uomini sporsero le mani, si trassero in casa Lot e chiusero il battente;  quanto agli uomini che erano alla porta della casa, essi li colpirono con un abbaglio accecante dal più piccolo al più grande, così che non riuscirono a trovare la porta.

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Le definizioni

secondo l’enciclopedia  Wikipedia ….

La sessualità, in ambito umano, è un aspetto fondamentale e complesso del comportamento che riguarda da un lato gli atti finalizzati alla riproduzione ed alla ricerca del piacere, e da un altro anche gli aspetti sociali che si sono evoluti in relazione alle caratteristiche diverse del genere maschile e femminile. L’ambito sessuale investe la biologia, la psicologia, la cultura, riguarda la crescita dell’individuo e coinvolge tutta la sua vita relazionale, oggetto di studio anche dell’etologia umana. Recenti studi sulla sessualità hanno messo in luce quanto gli aspetti sessuali siano di fondamentale importanza per la costruzione dell’identità personale e per l’evoluzione in senso sociale dell’individuo:La sessualità umana non è solo dettata dall’istinto o da una stereotipia di condotte, come accade nell’animale, ma è influenzata da un lato dall’attività mentale superiore e dall’altro dalle caratteristiche sociali, culturali, educative e normative dei luoghi in cui i soggetti sviluppano e realizzano la loro personalità. La sfera sessuale richiede quindi un’analisi fondata sulla convergenza di varie linee di sviluppo, comprendenti l’affettività, le emozioni e le relazioni[Aspetti ancora irrisolti della ricerca scientifica riguardano la spiegazione del perché i comportamenti sessuali siano così vari, perché si passi in un continuum da quelli che possono essere denominati “gusti sessuali” considerati normali, ad altre modalità di comportamento sessuale meno comuni, fino a estremi che vengono considerati aberrazioni, e fino a quanto ciò che è denominato “perversione” è considerato patologia. Gli interrogativi riguardano soprattutto il perché il piacere sessuale sia legato a un comportamento variegato e specifico di ogni singolo individuo. La sessualità umana appare così legata ad una dimensione personale, individuale. La ricerca su tali interrogativi ha chiamato in causa lo studio della neuropsicofisiologia che genera quel particolare tipo di piacere che viene avvertito come “sessuale”. Le ricerche in proposito dicono che la qualità di questo piacere non dipende da recettori periferici particolari o da parti del sistema nervoso specifiche, come avviene per altre sensazioni, ma che tutto ciò viene elaborato come tale a livello di sistema nervoso centrale, soprattutto a livello corticale, a partire dalla globalità dell’esperienza individuale, sia sensoriale che interiore. Questo spiega l’aspetto essenzialmente psichico della variabilità individuale della sessualità: nessuno ha un cervello uguale a quello di un altro. La genetica determina la formazione del cervello, ma la sua microstruttura e la sua funzionalità dipendono dall’esperienza: questa è diversa da individuo a individuo. L’ereditarietà infatti, da sola, non spiega l’individuo. La mente si forma partendo da basi biologiche che subiscono l’influenza dell’ambiente, e la sessualità è una dimensione “particolare” della mente umana e quindi diversa da soggetto a soggetto. Così si spiegano tutti i collegamenti con le immagini interiori (l’immaginario erotico) e le memorie che condizionano l’attrazione sessuale, l’innamoramento e l’eccitazione, fino all’orgasmo. La sessualità umana può essere inoltre concepita come una parte della vita sociale degli uomini, governata da regole di comportamento e dallo status quo. Così, si dice, la sessualità influenza le norme sociali e la società per converso influenza i modi in cui la sessualità può essere espressa. Dall’invenzione dei mass media, film e pubblicità hanno dato alla sessualità maggiori opportunità di modificare l’ambiente in cui viviamo. Oltre al sesso del partner, molti altri aspetti possono caratterizzare la vita sessuale degli esseri umani. Alcuni comportamenti sessuali sono considerati patologici, altri sono vietati da alcune legislazioni, altri (più o meno bizzarri, più o meno diffusi) costituiscono un esempio della varietà comportamentale umana. Il costume e la cultura definiscono volta volta ciò che viene vietato o permesso, ciò che viene approvato o stigmatizzato come anormale

Al cuore dell’etica, il vissuto della coscienza.

di Carlo Canalone

(superiore della provincia italiana dei gesuiti e da anni impegnato nella ricerca e nel dialogo sulla bioetica, ha affrontato il tema “E’possibile una morale condivisa?” nel corso dell’incontro organizzato a Roma il 9 gennaio 2010 dal Gruppo “La Tenda)

E’ possibile una morale condivisa?

Noi siamo chiamati ad ascoltare cosa avviene nella nostra coscienza e nella coscienza degli altri. L’etica è un universo che ha molte dimensioni: c’è un’etica normativa che ha a che fare con le regole, ma che non è il centro dell’etica e c’è l’esperienza davvero qualificante della coscienza. AI cuore di tutto il discorso etico c’è il vissuto della coscienza morale, quella che poi elabora le norme nella storia, nella tradizione, nel tempo, attraverso uno sforzo comune che si concretizza storicamente in alcune formule. Le norme sono frutto delle coscienze. Ciò che viene prima, di fatto, è l’esperienza della coscienza che elabora il proprio vissuto, cercando di mettere in luce quello che consente alla vita di svilupparsi e di negare e quindi di proibire quello che è distruttivo per la vita.

“Non uccidere” che valore esprime? Proteggi la vita………… La norma indica dei valori, ma si tratta di valori che la coscienza ha sperimentato come validi, in quanto.”proteggono la vita”. La forza della tradizione è quella di indicarci i riferimenti attraverso i quali la convivenza umana si sviluppa e si mantiene. Al cuore di tutto c’è l’esperienza della coscienza.

Il fatto che vi siano persone che si accorgono della contraddizione che la coscienza è chiamata a vivere significa che siamo in presenza di una coscienza ben avviata. Perché ogni giorno viviamo conflitti di valore di ogni tipo e neppure ce ne accorgiamo. Se qualcuno comincia ad accorgersi dei conflitti di valore vuol dire che ha una sensibilità profonda e una prospettiva seria.

Poiché siamo in cerca di vie più che di risposte, proviamo a enunciare qualche criterio, qualche spunto che ci aiuti a interpretare nella prospettiva dell’etica le situazioni che ci troviamo a vivere.

Quando incontro una persona mi trovo di fronte qualcuno che non si lascia imporre un significato passivamente. Perché la persona reagisce. I filosofi dicono: quando io tocco una persona ne sono toccato, quando guardo una persona negli occhi, sono guardato. Viviamo nell’incontro con l’altro un momento di reciprocità, di interazione, molto diverso da quello che avviene quando incontro una pietra o un’altra realtà materiale. Questa reciprocità che percepiamo dice che l’altra persona è in qualche modo uguale a me, portatrice di un progetto di vita che ha lo stesso spessore del mio.

Non sono solo io a poter interpretare l’altra persona: anche l’altro può interpretare me. Non solo: se gli impongo un’interpretazione non è detto che gli stia bene.

Quando incontro una persona. sono costretto a rispondere e il contenuto della mia risposta può essere molto diverso: ti considero bene. ti considero male. non ti considero. Ma tutte le opzioni hanno come denominatore comune il fatto di essere già una risposta a cui la presenza dell’altro mi costringe. Non posso non rispondere. La parola rispondere è molto importante. perché ha la radice della parola responsabilità, che è la parola chiave dell’etica. Quindi. se le cose possono essere usate liberamente. nell’incontro con l’altro la mia libertà diventa responsabilità. Non perché io decida di essere responsabile: è il semplice fatto che l’altro sia davanti a me che mi vincola,a essere responsabile.

Quindi l’istanza della responsabilità è in qualche modo assoluta, dove assoluta vuol dire che io non posso sfuggire: sono responsabile di fronte all’altro. che mi chiede il pane se ha _fame, le medicine se è ammalato,l’acqua se ha sete. Ma che prima di tutto. ed è questo il punto qualificante del discorso, mi chiede di .rivedere il progetto che sto portando avanti alla luce del fatto che lui è presente nel mio orizzonte. Come poi tale progetto venga rielaborato è un altro discorso, ma il punto cruciale è che mi si chiede questa disponibilità fondamentale a sospenderlo e a riconsiderarlo alla luce della sua presenza: è una sorta di espropriazione di sé.

La presenza dell’altro mi chiede un atto di attenzione, di consegna di me. In questo passaggio si coglie il contributo che l’altro offre alla mia vita rendendomi responsabile, cioè pienamente umano

Le cose diventano il luogo in cui si media la mia relazione con gli altri: dal modo in cui uso le cose si vede che immagine ho degli altri. Se io consumo tutta l’acqua sul pianeta, la vita degli altri non è possibile. La questione climatica ci mostra molto chiaramente come i beni materiali siano i luoghi- concreti in cui si articola la relazione con gli altri.

Per sintetizzare, la presenza- dell’altro. pone una novità di- significato rispetto al mio modo di essere al mondo. La presenza dell’altro non introduce una nuova possibilità tra le altre ma dà un senso nuovo alle possibilità che noi già abbiamo. Si tratta proprio dello specifico dell’esperienza etica: io sono chiamato a rispondere di cosa faccio della presenza dell’altro, dichiarandolo soggetto come libero, responsabile, portatore di un progetto di interpretazione del mondo come lo sono io. o negandolo come soggetto e in questo modo dichiarando il senso del mio vivere.

Creature, non creatori

La coscienza è un’esperienza unitaria che definirei in due modi, due grandi momenti di unità. Uno è quello del conoscere e del decidere, nel senso che la dimensione della conoscenza della realtà e del volere sono strettamente connessi: non è possibile  decidere- senza conoscere la situazione. Se non  riconosco la presenza dell’altro, non sono neanche in grado di prendere decisioni a questo proposito.

L’altro momento è dato dal fatto che, quando sono chiamato a decidere, non sto decidendo solo sulle cose, ma anche su di me, perché quella decisione sposta la mia presenza nella rete di relazioni di cui faccio parte. Se muovo un passo, io vi vedo da un’altra prospettiva, e cambia anche il modo in cui voi mi vedete: gli equilibri sociali si spostano. Decidere è decidersi. Questo è un aspetto fondamentale che qualifica l’etica rispetto a tutti gli altri saperi: i saperi tecnici e i saperi scientifici riguardano le cose, il conoscere etico riguarda e implica la persona.

Mi è capitato di rivedere un film o di  rileggere un libro a molti anni di- distanza e l’effetto è stato molto diverso. Libro e film non sono cambiati, ma il modo in cui li leggo è completamente diverso. Vale anche per la Bibbia: i padri dicono “la scrittura cresce con chi la legge”. E questo è un punto fondamentale per l’etica: il modo in cui comprendo l’altro è sempre sullo sfondo di quello che io comprendo- di- me-. Comprendere è comprendersi. Si tratta- di- una- diffusione progressiva che costruisce il tessuto delle relazioni umane: qualunque decisione  prendiamo si diffonde nel tessuto sociale e nel nostro modo di stare in relazione, in un modo inavvertito ma incisivo. Per cui nessuna scelta è eticamente irrilevante.

Allora verrebbe da dire se tutto è etica siamo sempre sotto pressione?

Da Qui la necessità di discernimento: perché la-nostra- conoscenza, libertà e responsabilità sono limitate. È vero che qualunque cosa facciamo rientra nel raggio della nostra responsabilità, ma noi non siamo responsabili di tutto perché siamo esseri finiti. Siamo creature, non creatori. Possiamo capire, scegliere, essere responsabili di alcune cose, ma di molte che ci sono nel mondo non possiamo esserlo. Questo è il primo discernimento: il riconoscimento del limite-. Di quello che è effettivamente possibile per me, qui e ora. Primo luogo di discernimento: il possibile. Si sta delineando il criterio fondamentale dell’etica: quello cioè di compiere il maggior bene concretamente possibile per me o per noi, se siamo una società, qui e ora, compreso come bene cioè facendo uno:sforzo per comprendere quello che è bene- e compreso come possibile – cioè quello che è nelle mie possibilità di azione.

Il secondo luogo di discernimento è la molteplicità dei valori. Io, essere limitato, posso promuovere alcuni valori ma non altri: da qui la necessità di operare una gerarchia di valori sulla base dell’importanza e urgenza delle circostanze concrete. Perché i valori sono in concorrenza: non posso promuoverli tutti simultaneamente. Ne derivano le scelte di vita. 

Il fondamento dell’etica

Come è possibile entrare in dialogo e cosa si può trovare di comune? Ciò è strettamente collegato alla categoria di laicità. C’è un’esperienza laica. cioè del laos, del popolo,che riguarda tutti, che è universale, che è l’esperienza di coscienza così come l’abbiamo descritta e che viene interpretata secondo tradizioni di pensiero e attraverso linguaggi differenti: il linguaggio delle religioni, il linguaggio delle ragioni, delle culture, delle filosofie. Il fondamento dell’etica  non è né la religione né la ragione ma è un’esperienza, che, volendo, ha il suo fondamento in Dio, per chi lo riconosce, ma non in quell’apparato religioso che è l’insieme di mediazioni culturali, rituali. liturgiche, normative relative ad una tradizione che dà forma all’esperienza di coscienza.

Una base possibile di condivisione dell’etica è  quella che si tende a chiamare la nuova laicità: il nuovo modo di intendere la laicità che è proprio questa esperienza della coscienza che è comune a tutti e che è l’anima di ogni religione. Vi sono dei religiosi che vivono un’etica molto deficitaria: la fede non garantisce la correttezza etica. Ci sono dei non credenti, difficile usare questa parola diciamo dei diversamente credenti perché è impossibile vivere senza fede ( in qualcosa tutti crediamo: la fede è un fatto antropologico non un fatto religioso) con un profondo senso dell’etica.

Tutti siamo chiamati a riconoscere questa esperienza profonda che facciamo della nostra coscienza e che ci- porta ad essere responsabili degli altri. È un fatto che riguarda tutti, credenti e non, anche se poi ciascuno rende conto di questa esperienza con linguaggi diversi e secondo modalità differenziate. Il soggetto etico è strutturalmente anteriore alla distinzione tra coscienza fondata sulla fede e coscienza fondata sulla ragione.

La parabola del samaritano è la storia di un diversamente .credente,. laico,. miscredente, estraneo alla tradizione dell’ortodossia religiosa. Passa il. sacerdote e non fa niente, passa il levita e non fa niente. Hanno i loro progetti da- portare- avanti. Passa il samaritano: vede la- persona- ferita ai margini- della strada, si commuove e se ne prende cura. La vede:conoscenza. Senza conoscenza non c’è possibilità di riconoscere l’altro. Si ferma: sospende il suo progetto, lo riassume tenendo presente il ferito che trova sulla sua strada. E se ne prende cura, con l’olio e il vino, con gli strumenti che ha.

Che cosa si dice di questo samaritano? Che l’ha fatto perché Dio gliel’ha comandato? Che l’ha fatto perché in quel corpo ha visto Gesù? No. Si dice solo che era un “malamente” credente, perché i samaritani erano screditati. Questa è un’esperienza laica. Se poi andiamo al contesto di questa parabola, vediamo  che tutto nasce dalla domanda di uno scriba: “Maestro, cosa devo fare per ottenere la vita eterna?”. E finisce- con- questa indicazione di Gesù “Vai e fa’ la stessa cosa” .

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Le relazioni umane come punto fondamentale dell’etica

Nel mare melmoso in cui sta navigando in questi anni l’Italia un fatto che reputo  positivo e di cui desidero parlare, è  il cammino di liberazione maschile. Uomini di buona volontà che iniziano a interrogarsi sulla loro creaturalità maschile, ciascuno a partire da sé… sul patriarcato e tutti i danni da esso prodotti.

Si sono costituite varie Associazioni o Gruppi come MaschilePlurale, Uomini in cammino. Oppure gruppi misti di riflessione sulla differenza sessuale dal titolo “Il circolo della differenza”.

Anche alcuni uomini delle Comunità di Base hanno scritto un messaggio, durante l’ultimo Incontro Nazionale delle CdB che si è svolto a Bòrgaro Torinese,  in cui  dichiarano che….”desiderano cooperare con le donne per rendere le nostre comunità luoghi attrattivi di altri uomini che cercano la propria conversione …per lavorare sulle radici “maschiliste e patriarcali” della nostra società… e  contribuire a creare nuovi modi di vita…” (leggeremo la sintesi che ha fatto Francesca dell’ulteriore messaggio che hanno scritto questo gruppo di uomini delle CdB).

Prima di iniziare a leggere una interessante relazione del sociologo Marco Deriu, sulla Violenza, desidero sottolineare quanto viene riportato nella relazione del Gesuita Carlo Canalone – dal titolo “E’  possibile una morale condivisa?”: “…un punto fondamentale per l’etica: il modo in cui comprendo l’altro è sempre sullo sfondo di quello che io comprendo di me . Comprendere è comprendersi. Si tratta  di una  diffusione progressiva che costruisce il tessuto delle relazioni umane”. 

Marco Deriu, sociologo e consulente culturale, vive a Parma dove fa parte da oltre due anni del gruppo misto di riflessione sulla differenza sessuale “Il circolo della differenza”. Ho trovata interessante ed illuminante la sua relazione non tanto per l’argomento della violenza sulle donne, la televisione ed i giornali ce li propongono quasi tutti i santi giorni e ci fanno stare male, ma per la riflessione che egli fa sulla relazione uomo-donna, sull’alterità, cioè come conoscere l’altro/a, il diverso/a da noi, per meglio comprendere sé stessi, appunto.

(…) Credo che il tipo di violenza che abbiamo di fronte agli occhi non sia una semplice riproposizione della cultura e del potere patriarcali. Questa violenza non implica alcun rifiuto dell’uguaglianza tra i sessi e tanto meno un pregiudizio di inferiorità verso la donna.  Questa violenza ci racconta di un affanno e di una mancata rielaborazione maschile di fronte ad una libertà e un’autonomia femminile (…) Da questo punto di vista i termini della violenza sulle donne sono dunque cambiati, stanno cambiando.

Riportando questo ragionamento alla sfera delle relazioni credo che oggi come oggi gli uomini commettano violenza soprattutto perché non accettano la differenza, ovvero non accettano l’alterità della propria compagna. Non accettano che la donna che hanno di fronte non sia semplicemente una continuazione, un riflesso del proprio desiderio o dei propri bisogni. Non accettano che essa possa scegliere in base al proprio desiderio e che questo non coincida con il loro o con la loro idea di relazione. In questo scacco – e nel conseguente senso di “impotenza” verso l’autonomia e la libertà femminile – emerge tutta la dipendenza, la fragilità e l’insicurezza nascosta degli uomini. (…) Si potrebbe dire che molti uomini preferiscono cancellare l’alterità piuttosto che riconoscerla e accettare così la propria parzialità, la propria vulnerabilità, la propria impotenza. In questo senso questa nuova forma di violenza maschile sulle donne rappresenta un tentativo di cancellare la differenza e non l’uguaglianza.

Ciò che è difficile per gli uomini oggi non è riconoscere che le donne hanno pari dignità o valore degli uomini. Ciò che è difficile è stare di fronte ad una donna ed accettare che essa è altro da noi. Ebbene io credo che la relazione vera e propria può nascere solo nel momento in cui ogni uomo riconosce che la donna che ha di fronte non è una sua proiezione o un suo oggetto e che essa può differire da lui in tante cose, nel bene e nel male. Solo a quel punto può cominciare una relazione ed uno scambio reale e nonviolento. Dunque accettare la libertà di differire della donna, accettare la propria parzialità e limitatezza e accettare una relazione reale sono tre aspetti intimamente connessi. Da questo punto di vista, questa violenza, in un modo o nell’altro, ci interroga tutti. Non si tratta di prendere le distanze da una violenza che sta fuori di noi, che appartiene “agli altri”, agli “uomini violenti”, ma piuttosto di fare realmente i conti con una possibilità che è inscritta nella cultura comune. La violenza, il delitto sono soltanto una delle possibili conclusioni. (…)

Quello che noi uomini possiamo fare è cominciare a parlare delle nostre modalità relazionali, di come siamo nelle relazioni, di come costruiamo le relazioni, di come le neghiamo, di come ne abbiamo paura. Dobbiamo chiederci in che misura siamo riusciti ad accogliere la libertà e il libero desiderio delle donne nelle nostre relazioni e nel nostro modo di amare.

Credo che occorra dunque divenire tutti più maturi nell’interrogare le nostre relazioni affettive, uomini e donne assieme. Credo il problema nasca infatti dal fatto che le persone tendono a vivere le relazioni d’amore come “relazioni simbiotiche”……

La situazione di simbiosi si ha quando due esseri vivono in una relazione talmente stretta e totalizzante da abolire il sentimento e l’esperienza della differenza. L’effetto che se ne trae è una situazione protettiva e difensiva, spesso anche un senso di sicurezza maggiore verso la vita e il mondo. Il costo tuttavia è la rinuncia alla conoscenza dell’altra persona e di sé, la menomazione di parti importanti di entrambi …. Credo anch’io che questo tipo di relazioni simbiotiche o fusionali possano essere viste come la riproposizione o la continuazione della relazione prenatale e infantile del figlio con la madre. L’altro soggetto è vissuto come necessario per la propria nutrizione e sopravvivenza.

Così l’altra persona non è percepita nella sua autonomia, nella sua alterità ma come appendice di sé. Il desiderio altrui non esiste se non come obbligato prolungamento del proprio. In questi termini il rapporto può essere complementare, quando uno dei due soggetti – in genere la donna – rinuncia a sé per soddisfare l’altro, o simmetrico, quando è all’opera una dinamica di conformismo reciproco. In entrambi i casi si registra almeno fino ad un certo punto una situazione di complicità tra i partner. Ciascuno è gratificato della propria posizione e del ruolo che ha nei confronti dell’altro. La percezione interiore e emotiva è quella del tutto pieno. Non c’è né ci può essere una percezione forte del negativo, della frattura, della ferita, dell’assenza, della mancanza, del vuoto. In questa illusione di trasparenza e di pienezza, si attua la rimozione del mistero dell’altro/a. Non si è consapevoli dell’esistenza del mondo interiore della persona che amiamo, di possibili desideri, aspirazioni, bisogni autonomi e non sospettati. Allo stesso tempo questa mancanza di riconoscimento dell’altra persona coincide con la perdita anche di una reale percezione di se stessi.
In questa condizione, l’esperienza dell’abbandono, della fine della relazione, può diventare qualcosa di sconvolgente e intollerabile. Perché con la fine della relazione simbiotica può andare in frantumi anche il senso di sé e il senso della realtà. A questo punto piuttosto che riconoscere la propria dipendenza, e ridiscutere il proprio senso di sé e la propria idea di relazione, si preferisce rifugiarsi nella violenza. (…)

Costruire una civiltà delle relazioni tra uomini e donne significa allora apprendere reciprocamente ad incontrarsi e a lasciarsi, ad acconsentire alla vicinanza e alla distanza perché entrambe le cose – sempre e in ciascun momento – sono insieme condizioni dell’amore.


Libere di essere schiave.

di Desirée Mirando, dal blog “Femminismo a Sud”

Femminismo a Sud” è un collettivo esplicitamente femminista “virtuale”, cioè si esprime e comunica attraverso internet con un “blog” (diario in rete); dicono nel blog di essere un “collettivo antisessista, antifascista, antirazzista, antispecista e non addomesticabile”.

Ora, queste donne sono, a quanto ho capito, giovani (20-30 anni). Di questa intervista, pubblicata appunto sul loro blog, ci è piaciuto il fatto che una di loro, nata dopo gli anni ’70, ha dialogato con una femminista “storica”, della generazione che ha vissuto attivamente gli anni ’70.

Leggeremo un ampio estratto di questa intervista che mi è parsa estremamente serena, fiduciosa ed empatica: l’empatia di una “vecchia femminista” con il nostro tempo e le nuove generazioni. Inoltre ci dà molti spunti di riflessione al di là del contingente.

Questo pomeriggio ci saranno, in decine di città italiane (anche a Firenze), manifestazioni”Se non ora, quando?” nelle quali molte donne intendono di nuovo farsi sentire e chiamare alla solidarietà anche gli uomini, e reagire a questo clima/contesto sessista. Le donne che parteciperanno sono femministe e “non femministe” (mi capita spesso di sentire pronunciare questa parola con orrore da molte donne). Non so se è una questione di cattiva memoria, di paura, o di errori fatti da una parte delle femministe dei decenni passati. O forse tutte le cose insieme?

Dai festini nella casa di Arcore di Berlusconi, alle starlette della tv, sempre mezze nude, alle famiglie compiacenti. Sante o puttane, le donne di oggi sono tutte figlie del femminismo. Ne abbiamo parlato con Emma Baeri femminista storica e docente all’Università di Catania. Letterine, paperine, escort… Sono tante, ma in fondo sempre uguali, le figure femminili a cui ci ha abituati la nuova società, rappresentata soprattutto dalla tv. Il problema sta, però, nel capire se si tratta di donne oggetto o soggetto. Recentemente il comportamento del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha dato modo di intendere che lui propende verso la prima definizione, provocando un intenso dibattito nella società civile. Ma qual è davvero il ruolo della donna oggi? Come si è evoluto nel tempo? Sono solo sante o puttane? Né uno né l’altro? Ne abbiamo parlato con Emma Baeri, femminista attiva sin dalle origini del movimento, socia fondatrice della Società italiana delle Storiche, nonché ricercatrice e docente di storia moderna all’Università di Catania.

Concita De Gregorio su l’Unità chiama all’appello tutte le donne diverse dalle ‘pupe del premier’. Moltissime già le firme, lei che ne pensa? Firmerà?

Io non firmerò. Sia perché appelli ne abbiamo firmati molti e non cambia mai nulla, sia perché mi è sembrato che questo chiamare a raccolta tutte le madri, le  mogli, le figlie e nipoti di destra e sinistra esprima una mentalità pre-politica, antropologica, per cui tutte le donne sono accomunate dall’uguaglianza nell’oppressione, indipendentemente dai loro progetti, dai loro sogni, dalle loro relazioni, dalle loro alleanze politiche. Questa visione antropologica delle donne è reazionaria dal mio punto di vista, non lo vedo come un passo avanti, perché lo sforzo del movimento femminista è stato proprio quello di dire: “uguali nella relazione del dominio di sesso, però differenti allo stesso tempo”. Io con donne come la Santanché non ho nulla a che spartire, anzi mi offende la sua presenza. Inoltre, se ne dobbiamo fare una questione di genere, qui la questione è la sessualità maschile. Dovrebbero essere gli uomini di buona volontà a sentirsi offesi da Berlusconi, prima ancora delle donne. Comunque capisco l’indignazione, anche io non ne posso più, anche perché tutto questo maschera i problemi reali della condizione delle donne e degli uomini.

Le nostre madri ci hanno cresciute nella convinzione di essere libere di scegliere della nostra vita, nel bene e nel male. Non è possibile che queste ragazze abbiamo liberamente scelto di puntare tutto sul corpo, partecipare alle feste del Presidente del Consiglio e farsi mantenere da lui?

Certo, credo che anche loro siano figlie del femminismo anche se probabilmente lo disprezzano, perché questa parola attraverso i media è diventata una parolaccia. Hanno però interiorizzato senza saperlo, una idea di sé che una donna, anche colta, di 50 anni fa non aveva. Queste ragazze entrano in un mercato del lavoro terribile segnato da una precarietà soprattutto femminile e si misurano con un immaginario maschile che attraverso le televisioni private, ma non solo, è diventato dominante. Noi avevamo una maggiore capacità di indignarci, loro sono in qualche modo ‘schiave emancipate’. Non voglio assolvere questo sistema, ma non mi convince la colpevolizzazione di queste donne che chissà quante risate si faranno alle spalle di questo vecchio.

Le donne di oggi sono tutte figlie del movimento femminista che ebbe un ruolo importante dal ’68 al ’77 nella vita civile del paese, ma considerata la situazione crede che le femministe di allora abbiano sbagliato qualcosa o magari siamo noi della nuova generazione ad aver interpretato male il messaggio? Era ottimista per il futuro delle donne allora?

Nessuno di noi ha sbagliato. Le rivoluzioni non nascono mai dal nulla. Ci sono dei livelli di saturazione storica ed esistenziale per cui capita che delle generazioni siano investite da questa carica rivoluzionaria per cui non se ne può più e così capitò a noi. Eravamo una generazione politica che in un modo o in un altro si era misurata con il sogno dell’uguaglianza della generazione precedente, quella della lotta nella famiglia e nella scuola degli anni ‘60. Questo decennio è stato straordinario. Negli anni ‘70 eravamo molto impegnate a fare l’autocoscienza, il self-help – pratiche importanti senza dubbio – ma troppo poco a trasmettere il nostro messaggio alle nuove generazioni. Fu un errore che capimmo dopo. Negli anni ‘80 il dibattito del femminismo spostò il fulcro del dibattito politico sul piano teorico. Alla teoria della differenza, ad esempio. Si passa dal femminismo dei contesti, in cui il primo contesto è il proprio corpo, a quello del pensiero. Io mi sono allontanata da questo tipo di femminismo, sono rimasta molto legata a quello degli anni ‘70 perché mi sembra che lì sia avvenuta la rottura con l’ordine simbolico dominante, da quando cioè il corpo femminile è stato messo al centro e la parola femminile sia venuta fuori proprio da questo corpo.

Con gli anni ’80 è arrivata anche la nuova religione del ‘dio denaro’ e del ‘dio successo’. Oggi anche molte ragazze che hanno studiato preferiscono spogliarsi e avere tanti soldi e facili piuttosto che occupare ruoli più impegnativi. Come mai secondo lei? E’ davvero tutta colpa (come dicono in tanti) di Berlusconi e delle sue tv?

Sì, negli anni ‘80 muta proprio il contesto politico e culturale dell’Italia. Molte cose potevano essere salvate e invece sono state buttate. Secondo me andava mantenuto tutto ciò che negli anni ‘70 aveva dato coraggio alle donne di parlare, di autorappresentarsi e questo avrebbe consentito una trasmissione di generazione che definirei più “carnale”. Credo che se questo fosse avvenuto non ci troveremmo in tale situazione. Certamente le tv, soprattutto private, hanno dato il loro contributo fornendo modelli di mascolinità e femminilità mercificabili. Poi, non è che tutte le epoche sono di crescita, di sviluppo, di lumi e le ragioni sono sempre molteplici.

Ma è solo una questione di buoni esempi? Alcune donne ricoprono cariche importanti, anche se sono ancora poche.

Ci sono molte donne serie. Ma credo che la rottura non possa avvenire sempre attraverso una lotta di donne per le donne, a tutela della loro immagine; è bene che gli uomini si sveglino. Forse questa vostra generazione deve vedersela un po’ brutta, perché la prossima possa rompersi le ovaie, come si diceva una volta, di questa situazione e fare delle cose. Ci sono stati momenti in cui, in forme diverse, le giovani donne hanno preso la parola pubblica. C’è da dire che siccome la crisi è molto generalizzata, è difficile, io penso, per una ragazza, prendere la parola in senso “separatista”, perché i momenti di grande sofferenza sociale tendono a cancellare la differenza tra i sessi che è vissuta come un lusso. Io non sono pessimista, sono convinta che ogni generazione abbia un suo modo di reagire. Nella storia ci sono stati momenti di crescita e decrescita continui, è tutto in movimento, la storia è nel tempo

Sembra che queste ragazze sacrificate sull’altare del successo, della carriera e dei soldi abbiano anche il beneplacito delle famiglie, almeno di alcune. Secondo lei è possibile trovare un equilibrio tra il ruolo della donna “indipendente” e quello della compagna, moglie, madre, figlia?

Il rapporto tra vita privata e lavoro è una questione enorme che ha sia elementi civili che di autocoscienza. Nella nostra Costituzione il lavoro è considerato dipendente, mentre quello detto “di cura” non è costituzionalizzato, ma ancora collocato sulla sfera naturale. Finché la situazione rimarrà così le donne saranno sempre madri oblative. Il lavoro dovrebbe essere inteso, invece, come lavoro di cura e cura del lavoro. Tutti e due i sessi, cioè, devono essere messi in condizione dalle leggi dello stato di lavorare bene, con agio e con passione dentro e fuori casa. Le due dimensioni non solo sono compatibili, ma l’attrito che si crea tra queste due sfere è vitale e energetico. Una intelligenza che si misura quotidianamente con i problemi della cura è più attenta alla vita

Credo che i femminismi siano percorsi da non rimuovere né relegare alle donne (che gli uomini possono dire: non mi riguarda), né ad un tempo passato (visto che ci sono dei collettivi di giovani femministe). Né, credo, confinare negli ambiti politici o risolvere nella “rappresentanza”. Da femminista (molto “in erba”) quarantenne (in mezzo fra le generazioni che dialogano in questa intervista), mi (e vi) chiedo: come dialogare (e coinvolgere) le donne, di ogni generazione, attorno ad un pensiero di colorata libertà e di sorellanza?

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Lettera di alcuni uomini delle CdB agli uomini delle CdB, alle CdB e alla Segreteria tecnica delle CdB (novembre 2010)

  1. Dobbiamo riconoscere la differenza uomo/donna e viverla nella liberazione dai condizionamenti, nel rispetto della pari dignità, nel dialogo che è assolutamente possibile… e rendendo palese il nostro rifiuto della violenza che, anche se non l’abbiamo compiuta, ci riguarda.
  2. Le donne da tempo ci chiedono con forza di coinvolgerci di più… e questo per noi uomini è duro, difficile, perché significa mettere allo scoperto le nostre fragilità, i nostri lati bui…
  3. I preti presenti nel gruppo ci hanno offerto riflessioni preziose:

a – Non ho mai riflettuto sulla mia maschilità. Il mio primo passo consapevole è stato pensare di liberarmi dal sacro: a quello sono sempre stato educato… e ad accogliere richieste di favori: corrispondervi mi colloca su un gradino più alto, dove si respira autorità, prestigio, garanzia… Nei preti c’è scarsa umanità perché “viaggiamo alto”, non ascoltiamo davvero le persone, ma sappiamo subito dare la risposta… invece di “fare insieme”.

b – Santa madre Chiesa ha anche un latte velenoso, perché educa i suoi figli preti al dominio sotto l’apparenza del dono, come tante mamme che trasmettono sessismo ai figli, con il latte e le coccole. La coscienza della parzialità, invece, nasce nella pratica della condivisione, insieme alla cultura del dono: vivere nella gratuità le proprie relazioni.

c – Imparare e insegnare con coerenza il rispetto e l’esigibilità dei diritti ci aiuta a liberarci dalla pretesa di essere dominatori, potenti dispensatori di favori.

d -Anche in questo senso riconosciamo che le gerarchie religiose, quella cattolica in primis, sono colonna portante del sistema patriarcale di dominio, fonte e autorizzazione anche di ogni forma del potere civile.

Proposte

– Abbiamo la necessità di creare modi (non modelli) nuovi di vita, perché quelli tradizionali sono fallimentari. A volte questi modi nuovi nascono dalle “provocazioni” delle donne: è conveniente ascoltarle con attenzione e prenderle sul serio.

– Non andiamo più alle conferenze dove parlano solo uomini… e mandiamoglielo a dire.

Invitiamo tutti gli uomini delle CdB a condividere e a testimoniare, in ogni occasione, il dissenso dal patriarcato e la rottura dell’omertà che regna nel genere maschile: noi uomini non siamo tutti uguali, rivendichiamo e coltiviamo le nostre differenze positive. E’ conveniente vivere da “convertiti dal sessismo”, non più circondati da persone che ci odiano, ci subiscono con disagio, ci guardano con paura e freddezza.

– Cerchiamo di trasformare a poco a poco le nostre CdB in luoghi “attrattori” di uomini che cercano la propria conversione su strade di felicità, nella convivialità di tutte le differenze e nella gratuità del dono in tutte le relazioni. E, contemporaneamente, coinvolgiamoci con convinzione nei cammini di liberazione maschile che tanti uomini hanno cominciato a fare, ad esempio nei gruppi di autocoscienza maschile e nell’associazione nazionale MaschilePlurale.

L’invito che rivolgiamo a noi e a voi, quindi, è ad impegnarci a riflettere su questo, sia nel nostro foro interiore che nelle nostre comunità e gruppi di appartenenza; e a scegliere liberamente, poi, la forma che preferiamo per comunicarci reciprocamente l’esito delle riflessioni fatte.

(Al Collegamento Nazionale chiediamo di farsi parte attiva e diligente nel coordinare e mantenere viva nel tempo questa riflessione e la consapevolezza delle sue ricadute positive nella vita delle nostre CdB e nelle nostre relazioni, personali e comunitarie, con tutto il creato.)

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