Home Politica e Società Resistenza e pace: storie separate?

Resistenza e pace: storie separate?

Raniero La Valle

Non c’è bisogno di scomodare la Bibbia per descrivere l’imponenza del fenomeno migratorio che sta avviando verso le nostre coste migliaia di profughi in fuga dai loro Paesi. Ben oltre quello descritto dalla Bibbia, la storia ha conosciuto massicci esodi di popolazioni intere da una parte all’altra del mondo; basta ricordare le popolazioni non indigene che hanno soppiantato quelle nate in America (non senza genocidi), e la varietà di genti (saccentemente definite come Barbari) che sono confluite in Europa e hanno dato origine all’Europa quale noi la conosciamo, comprese le sue “radici cristiane”. Bisognerebbe anzi ricordare che queste radici, almeno nel nord dell’Europa, sono in gran parte tributarie della fede ariana, portata dai Goti guidati da un vescovo, Ulfila, che era del numero dei vescovi che seguivano l’eresia di Ario, contro l’ortodossia nicena. Il meticciato culturale europeo è anche il frutto di queste migrazioni, e dunque è davvero anacronistico che dinanzi all’affacciarsi sulle nostre frontiere di nuove culture e di nuovi popoli, l’Europa si chiuda in difesa di una inesistente purezza della propria identità.

Definire come biblico l’esodo dei profughi mediterranei verso l’Italia ha però questo di buono: di riconoscere che come l’esodo biblico era suscitato da una forza incoercibile che spingeva ad uscire dalla terra di schiavitù, così la fuga dei profughi che arrivano da noi è motivata dalla urgenza di uscire dalla condizione di oppressione, di miseria e di disperazione nella quale essi si trovano nei Paesi da cui provengono. Il che significa che più piazze si solleveranno, più dittatori verranno abbattuti, più diritti e democrazia verranno instaurati in questi Paesi, meno profughi giungeranno da noi. Ma oggi questa inarginabile forza dell’esodo rende impossibile pensare che l’unica risposta a questi richiedenti asilo sia quella di respingerli in mare, di farli fermare dalle polizie, di farli naufragare coi loro barconi. E se questa era la politica ufficiale del nostro governo, oggi ha dovuto essere abbandonata, è stato riaperto il centro di accoglienza di Lampedusa e altri se ne appronteranno altrove.

È chiaro però che devono essere trovate altre risposte, che certamente non riguardano solo l’Italia, che ne è la porta aperta sul Mediterraneo, ma tutta l’Europa. E l’altra risposta che l’Europa può dare è di non negare l’asilo e di integrare nel più breve tempo possibile i nuovi arrivati nel tessuto sociale e nel lavoro europeo.

Per questo ci vuole una politica, ma essa non sarà possibile se non sarà concepita nel quadro di una politica globale all’altezza della realtà del nostro tempo, e se non sarà reintrodotta con forza nella politica la finalizzazione al bene comune: ma non più del bene comune di una sola società o di uno Stato, ma del bene comune umano universale che la politica deve prendere in carico nell’età della globalizzazione.

Questo vuol dire che il criterio della cittadinanza in base s cui si distinguono i diritti dei cittadini da quelli degli stranieri, è l’ultima discriminazione che deve cadere, dopo che sono state proscritte, almeno in via di principio, le discriminazioni “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, come dice l’art. 3 della nostra Costituzione. E vuol dire riconoscere, nelle istituzioni e nelle leggi, l’unità dell’intera famiglia umana di cui, come diceva profeticamente il Concilio Vaticano II, è diventato unico il destino “senza diversificarsi più in tante storie separate”.
È evidente che ciò comporta non un piccolo riformismo politico, ma un vero e proprio passaggio d’epoca. È impossibile pensarlo? Ma già quando in Italia si preparava la Costituente, c’era la coscienza del grande cambiamento da affrontare; diceva il “grande vecchio” del diritto pubblico italiano, Vittorio Emanuele Orlando, che gli eventi di cui la Costituzione era conseguenza e culmine rappresentavano “una di quelle svolte nella storia dell’umanità che contrassegnano le ere in cui essa si divide”. E adesso ci siamo.

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