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Italia cattolica e corrotta

Marcello Vigli
da www.italialaica.it

Il tradizionale ricevimento per ricordare il 18 febbraio – data infausta della firma degli Accordi di Palazzo Madama, aggiornamento craxiano dei mussoliniani Patti lateranensi – si è svolto regolarmente nella sede dell’ambasciata italiana presso la Santa Sede, nonostante lo scandalo del Rubygate. Il Segretario di Stato Tarcisio Bertone, il presidente della Cei Angelo Bagnasco e il cardinale Attilio Nicora, amministratore del patrimonio della Santa Sede, hanno incontrato senza freddezza e imbarazzo Berlusconi, reduce dall’ennesima avventura a luci rosse che riempie le pagine dei giornali italiani ed esteri.

Il vertice è filato liscio, senza imprevisti, ma il giorno dopo, il cardinale Bagnasco ha sentito la necessità di dichiarare che si è trattato di “un incontro istituzionale, di prassi, che ha il suo valore simbolico e anche un valore contenutistico sostanziale, quindi nella norma dei rapporti tra le istituzioni”, per aver ignorato l’appello a disertarlo lanciato da più parti dalla Comunità ecclesiale. Il settimanale diocesano di Brescia, La Voce del Popolo, pubblicando una lettera-appello “Cardinale, non incontri il premier” lo aveva motivato ricordando che la situazione morale e politica, i dubbi (poco dubbi per la verità) sulla moralità e il rispetto della legge della nostra classe politica impongono scelte coraggiose da parte di chi dovrebbe guidare i fedeli.

Un analogo giudizio avevano espresso molti degli altri giornali diocesani, col placet dei vescovi, nei commenti alla grande mobilitazione delle donne del 13 febbraio. Il Nostro Tempo di Torino ha elogiato l’intervento di suor Eugenia Bonetti al palco di piazza del Popolo: Nelle parole di una suora il senso di un grande basta!Questo “basta” le gerarchie, vaticana e italiana, non intendono dirlo. Mentre, infatti, Bertone ha parlato con il presidente della Repubblica delle celebrazioni dei 150 anni dell’italia unita e della beatificazione di Giovanni Paolo II, Bagnasco e Nicora hanno ricordato alla delegazione governativa – con Berlusconi c’erano i ministri Frattini, Alfano, Tremonti e il sottosegretario Letta – gli interessi in campo. Hanno chiesto conferme sulla presenza di cappellani negli ospedali e nelle carceri, sul sostegno alle famiglie, sui finanziamenti alle scuole confessionali diventate paritarie e sulla doppia imposizione fiscale dei dipendenti vaticani ricevendo ampie assicurazioni.

Più attesa era, però, la rassicurazione sulla discussione alla Camera dei deputati, calendarizzata per marzo, dal Ddl Calabrò, Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento, già approvato dal Senato da oltre un anno.

A due anni dalla morte di Eluana Englaro in assenza di una normativa a riguardo rimane, infatti, valida la sentenza della Cassazione che ha consentito al padre Peppino di mettere fine alle sofferenze della figlia, interrompendo alimentazione e idratazione forzate. Nel frattempo aumentano

Coloro che rivendicano la libertà di decidere di “staccare la spina” quando la vita non è più vita. Forte, quindi, è nella gerarchia ecclesiastica il timore che prevalgano i tradizionali oppositori alla legge in nome dell’articolo 32 della Costituzione: Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario, se non per disposizioni di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Lo stesso Giuliano Ferrara, che organizzò una simbolica raccolta di bottiglie d’acqua sul sagrato del Duomo di Milano per contestare la “morte per sentenza” di Eluana, scrive in un editoriale di prima pagina intitolato “Una legge che non si fa amare”, che la legge in discussione è “lastricata di buone intenzioni”, ma “sbagliata irrimediabilmente”. È in sé pasticciata e contraddittoria una legge in cui si dice al cittadino: fa’ pure testamento, ma sappi che non sarà vincolante, e che su due punti cruciali come l’idratazione e la nutrizione artificiale di persone in stato vegetativo, la tua volontà non può essere ascoltata.

Giunge ad invitare i vescovi italiani di non farsi intrappolare in un meccanismo che domani potrebbe travolgere anche le loro buone intenzioni, ma non rinuncia ad attaccare duramente i “neopuritani del Palasharp”, che combattono la legge per motivi da lui non condivisi.

Non è certo se i vescovi ascolteranno questo consiglio di Giuliano Ferrara, che avevano lasciato solo a portare avanti la lista degli antiabortisti nell’ultima campagna elettorale, è certo, invece, che continueranno a battersi per difendere i privilegi e per affermare i “valori non negoziabili”.

Se lo ascoltassero e decidessero di rinunciare ad opporsi alla libertà di decidere sul fine vita, avrebbero, però, un altro campo in cui il loro intervento, pur sempre discutibile, sarebbe almeno utile al Paese. Potrebbero cogliere l’occasione offerta dall’impressionante denuncia della dilagante corruzione nella Pubblica amministrazione, pronunciata dalla Corte dei Conti in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, per iniziare una campagna, in nome della morale cattolica, contro chi infrange norme e criteri di buona amministrazione.

Forse la loro condanna suonerebbe ipocrita, perché inficiata dal ricordo dei tanti intrallazzi in cui sono implicati anche ecclesiastici, magari responsabili di un Dicastero vaticano come il cardinale Sepe, ma indicherebbe un’inversione di tendenza: finalmente un “reato” diventerebbe anche “peccato” e non viceversa.

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