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Chiesa e politica: l’abisso morale e il degrado istituzionale

don Albino Bizzotto
Adista 18/2011

L’abisso morale e il degrado istituzionale in cui tutti siamo coinvolti, e anche travolti, non sono attribuibili ad un’unica persona. Nemmeno si risolveranno quando Berlusconi verrà allontanato dalla presidenza del governo. È la subcultura individualista e spregiudicata del fai da te, senza rispetto dei diritti e delle leggi, che da tempo ha contagiato nella corruzione più sfacciata i vertici politici e i comportamenti quotidiani di troppi cittadini.

Una responsabilità grave per dove siamo giunti l’hanno anche i vertici ecclesiastici della Chiesa italiana. C’è una sofferenza grande e generalizzata per questo. Molti, specialmente giovani, schifati hanno abbandonato la pratica religiosa. Come singoli preti siamo pronti a denunciare con forza il mondo politico, ma non abbiamo altrettanta franchezza nella Chiesa.
Quale credibilità può avere il richiamo alla moralità dalle stesse persone dei vertici ecclesiastici, sia del Vaticano che della Cei, che per anni hanno curato i reciproci interessi, anche in cricche al di fuori della legalità, e che fino a pochi giorni fa hanno “contestualizzato” e banchettato alla stessa mensa del premier? Le voci critiche che nella Chiesa hanno cercato di richiamare l’impegno dei cattolici sui diritti dei più poveri e sul rispetto delle istituzioni sono state tacitate e comunque isolate dai comportamenti e dalle dichiarazioni perentorie dei vertici ecclesiastici.

Mons. Agostino Marchetto, Famiglia Cristiana, il card. Dionigi Tettamanzi e altri hanno conosciuto le frenate e i correttivi vaticani, ma specialmente il silenzio non solidale di fronte al dileggio mediatico degli stessi ministri di governo. Vertici della Chiesa e vertici di governo hanno operato più da società di mutuo soccorso, che da istituzioni libere con finalità e modalità diverse. I vertici ecclesiastici hanno sempre privilegiato il rapporto tra poteri per mantenere la direzione politica nelle leggi dello Stato per affermare i “principi non negoziabili”. In cambio hanno accettato un’omertà connivente con la corruzione dilagante e con lo sfascio sistematico delle istituzioni.

Dalla deleteria e padronale gestione della Cei del card. Ruini non ci si è mai scostati con chiarezza e determinazione. Nessun vescovo – se non emerito – ha avuto il coraggio di una obiezione di coscienza, aprendo il dibattito e il dialogo sui conflitti della Chiesa e della società, specialmente sui temi scottanti della guerra e della pace, del respingimento e della discriminazione dei più poveri, dei diritti dei richiedenti asilo e degli immigrati contro le “leggi sicurezza”, della lotta alla povertà e del diritto al lavoro specie dei più giovani, della lotta alla illegalità diffusa e alla corruzione.

Si è continuato invece, rispetto ai tagli di tutti i servizi essenziali della società, a richiedere i privilegi per le strutture cattoliche. Nella Cei, da tempo immemorabile, è invalsa la maleducazione di non rispondere né a richieste, né ad appelli, né a documenti collettivi. E così ci troviamo di fronte a uno scisma di fatto: né il Vaticano, né la Conferenza dei vescovi italiani oggi sono di riferimento alla vita di fede dei laici, come dei preti. Tutti i documenti e pronunciamenti della gerarchia sono semplicemente ignorati; sono i comportamenti che determinano le reazioni e il sentire delle persone e delle comunità.

La grande sofferenza per la gravità della situazione in cui ci troviamo ci costringe tutti a intraprendere con umiltà un impegno condiviso, come servizio e non come potere, per ridare dignità alla democrazia italiana nella solidarietà a partire dai più poveri e precari e nella legalità, contro ogni tentativo autarchico di potere.
Questa crisi profonda può diventare anche per la Chiesa motivo di revisione di atteggiamento e di maggiore fiducia e ascolto dello spirito evangelico.

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