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Due culture diverse davanti alla natura

Enzo Mazzi (Cdb Isolotto – Firenze)
La Repubblica, 24 marzo 2011

Hanno provato a resistere alla furia della natura, aggravata dall’insensatezza umana sul tema del nucleare, e non ce l’hanno fatta. Una cosa però l’orchestra del Maggio l’ha ottenuta: ci ha avvicinato non solo alla distruttività dell’immane disastro e alla sofferenza delle popolazioni colpite, ma anche alla positività di una cultura che affronta il problema del “bene” e del “male” con degli orizzonti esistenziali, non migliori né peggiori, ma molto diversi da quelli dell’occidente. E ci ha costretto a riflettere, oltre le reazioni emotive e oltre il giusto dibattito sull’opportunità di portare a compimento il programma o interromperlo, su aspetti fondamentali della esistenza, che per lo più tendiamo a rimuovere.

In mezzo a quell’orrendo disastro, diecimila morti, un numero incalcolabile di dispersi, intere regioni annullate dallo tsunami, la prima di Tosca a Yokohama è stato un successo, il teatro pieno, l’applauso interminabile. La stessa cosa si è ripetuta per La Forza del destino. Teatri stracolmi, entusiasmo alle stelle, in mezzo al dramma immenso. Ma come è possibile? E’ menefreghismo? Impassibilità insensata? O c’è qualcosa di profondo nella psicologia di massa dei popoli orientali che li rende diversi da noi e con cui è bene confrontarsi?

Uno studioso statunitense di Buddismo, Dennis Gira, riporta sulla rivista Concilium n. 1 del 2009 lo stupore della cultura occidentale di fronte a quella reazione che noi consideriamo di fatalismo con cui i buddisti vedono la sofferenza causata dai disastri naturali. In realtà non è fatalismo, egli dice, ma capacità di “vedere le cose come sono e nell’accettarle”. Mentre noi ci poniamo nei confronti della natura come dominatori che detestano ciò che non controllano.

Siamo stati plasmati da millenni di cultura monoteista basata sulla fede nel Dio creatore onnipotente che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, maschio e femmina, dicendo loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra” (Genesi 1).

Anche la modernità si è sviluppata sulla base di questa etica del dominio e dello sfruttamento sconsiderato della natura considerata un’oggetto statico. E di fronte alla furia devastatrice delle forze della natura proviamo come un senso di ostilità verso una realtà che sfugge al nostro dominio. In questo senso la sentiamo nemica.

Forse la percezione che abbiamo di Gaia è distorta, direi quasi malata. Abbiamo bisogno di guardare la natura con occhi nuovi. Confrontarsi con la cultura orientale ci può aiutare a uscire da questa specie di prigione che è il paradigma etico “bene” “male”. E’ scritto nel Dhammapada, il più letto tra i testi buddisti, “Chi ha superato l’idea di “bene” e “male”, chi è vigile, costui non teme”.

Non che il buddismo sia da guardare come il mitico paradiso. Anche la cultura orientale necessita di confrontarsi con la diversità. Il superamento del paradigma “bene-male”, se resta chiuso in se stesso, può condurre per strade diverse dalle nostre allo stesso sistema di dominio e sfruttamento sconsiderato della natura e dell’altro uomo.

Lo sviluppo umano ha bisogno di un’etica nuova. S’impone una svolta: l’assunzione di responsabilità verso la natura ma in un’ottica evolutiva e non puramente conservatrice. Dall’etica dello sfruttamento aggressivo all’etica della creazione liberatrice.

Dobbiamo essere grati all’orchestra del Maggio che nel tempo in cui è riuscita a resistere ha suonato per tutti noi una sinfonia di grande valore esistenziale e morale.

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