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La dottrina Obama

Stefano Rizzo
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Sono tre i principi cardine: il primo è che gli Stati Uniti riaffermano il diritto di intervenire militarmente e da soli ogni qual volta siano minacciati “la sicurezza e gli interessi vitali” del paese; il secondo è che si riservano la possibilità di intervenire quando siano minacciati gli interessi economici e di fronte ad una grave crisi umanitaria; il terzo è che in questi due secondi casi ogni intervento dovrà avere un carattere multilaterale, il mandato di una organizzazione sovranazionale ed essere realizzato di concerto con gli alleati e le organizzazioni internazionali della regione

Si chiamano “dottrina” i pronunciamenti dei presidenti americani che fissano le linee di azione del paese in politica estera. Ogni presidente, o quasi, ne ha avuta una, a partire dalla dottrina Monroe del 1823 che affermava che le vicende politiche dell’America latina erano affare degli Stati Uniti escludendo l’interferenza delle potenze europee, alla dottrina Truman del 1947 con cui gli Stati Uniti rivendicavano il diritto di intervenire in Europa per aiutare “i popoli liberi che resistono al tentativo di sottomissione da parte di minoranze armate e della sovversione esterna” (dottrina che sancì l’inizio della guerra fredda), fino alla tristemente famosa dottrina Bush (Bush figlio) del 2001 che affermò la liceità della guerra preventiva contro qualunque stato che aiutasse il terrorismo e che costituì la giustificazione per la guerra all’Afghanistan prima e all’Iraq poi.

Da lunedì abbiamo anche una dottrina Obama. Il presidente americano l’ha enunciata in un discorso tenuto alla National Defense University di Washington, il primo discorso pubblico sulla Libia da quando, una settimana fa dal Brasile, ordinò gli attacchi contro le difese aeree libiche e contro le truppe fedeli a Gheddafi che stavano assediando Bengasi.

Sono tre i principi della nuova dottrina Obama: il primo è che gli Stati Uniti riaffermano il diritto di intervenire militarmente e da soli ogni qual volta siano minacciati “la sicurezza e gli interessi vitali” del paese; il secondo è che si riservano la possibilità di intervenire quando siano minacciati gli interessi economici e – soprattutto — di fronte ad una grave crisi umanitaria; il terzo è che in questi due secondi casi ogni intervento dovrà avere un carattere multilaterale, il mandato di una organizzazione sovranazionale ed essere realizzato di concerto con gli alleati e le organizzazioni internazionali della regione.

Niente di particolarmente nuovo quanto al primo e terzo punto, anche se esposti con chiarezza e solennità. Il multilateralismo come metodo di azione, militare e non, degli Stati Uniti era già stato enunciato nel primo discorso di Obama alle Nazioni Unite nel 2009, mentre nel successivo discorso di accettazione del premio Nobel, prendendo le distanze dal pacifismo radicale, aveva rivendicato il diritto di usare la forza militare, sempre e comunque, a difesa dei propri cittadini.

Nuova invece è l’affermazione del dovere di intervenire di fronte ad una crisi umanitaria per proteggere la popolazione civile di uno stato perseguitata dai propri governanti – un principio, quello della “responsabilità di proteggere” enunciato fin dal 2005 in vari documenti delle Nazioni Unite, ma mai fatto proprio esplicitamente dagli Stati Uniti. In questo caso Obama ha usato parole di alto valore morale, richiamandosi anche all’eccezionalismo americano: “Non possiamo ignorare la responsabilità che abbiamo nei confronti di altri esseri umani senza tradire ciò che siamo e ciò in cui crediamo.” Aggiungendo: “Altre nazioni potranno fare finta di non vedere le atrocità che vengono commesse, ma noi no. Gli Stati Uniti sono diversi.”

Retorica (per quanto condivisibile) a parte, subito dopo questi enunciati Obama ha posto una serie di paletti. Il primo è che nei casi in cui sia richiesto un intervento umanitario armato gli Stati Uniti non possono agire da soli, ma solo di concerto con la comunità internazionale, che deve condividere la responsabilità e gli oneri della difesa della popolazione civile sotto attacco. C’è qui un esplicito rifiuto dell’unilateralismo dell’amministrazione Bush che è stato usato non solo per giustificare la guerra all’Iraq in spregio della concertazione internazionale, ma anche per dividere il mondo in buoni e cattivi, i primi da utilizzare, i secondi da combattere.

Il secondo paletto è consistito nel limite posto ad un intervento militare, seppure a scopi umanitari: l’uso della forza non può spingersi fino al cambiamento di regime, alla guerra vera e propria per spodestare un dittatore. Anche qui c’è il rifiuto della dottrina bushiana della “esportazione della democrazia” con la forza. “Abbiamo già percorso quella strada” ha detto Obama con riferimento alla guerra irachena, che ha provocato “migliaia di morti americani e iracheni ed è costata mille miliardi di dollari”, e “non vogliamo percorrerla più”.

Il terzo paletto non è consistito in una affermazione, ma nelle molte omissioni del discorso di Obama. Che non ha parlato della crisi della Costa d’Avorio, dove secondo le Nazioni Unite le vittime si contano nelle migliaia e i profughi nelle centinaia di migliaia, le une e gli altri provocati dal rifiuto del dittatore locale Gbagbo di lasciare il potere dopo che ha perso le elezioni; e non ha parlato del Darfur dove, nonostante le ingiunzioni del Consiglio di sicurezza, la popolazione civile continua ad essere bombardata dal governo Bashir ed è oggetto di continui raid assassini.

Ugualmente ha taciuto sugli altri paesi del Nordafrica e del Medioriente squassati da proteste popolari spesso represse nel sangue. Con queste omissioni evidentemente Obama ha voluto porre l’accento sul fatto che l’affermazione di principi e di valori deve comunque tenere conto della concreta possibilità di metterli in atto, senza di che rimarrebbero esortazioni moralistiche.

In altri termini, si interviene dove è possibile, cioè quando vi è un vasto consenso internazionale, se vi è una partecipazione della comunità internazionale e se concretamente se ne ha la forza, anche quella economica. C’è qui il rifiuto non solo del ruolo di superpoliziotto globale che gli Stati Uniti si erano attribuiti ancora in epoca recente, ma anche dell’idea che il multilateralismo come metodo possa da solo risolvere i tanti conflitti che ci sono nel mondo portando con la bacchetta magica della forza la democrazia e la pace universale.

In definitiva la dottrina Obama sembra applicarsi con chiarezza ad un solo caso: la Libia, nel quale c’è una risoluzione delle Nazioni Unite che autorizza l’uso della forza, c’è un largo concorso di paesi e di organizzazioni regionali, c’è una popolazione perseguitata da un regime oppressore, e nel quale i paesi partecipanti escludono (almeno per il momento) l’invio di truppe di terra per effettuare il cambiamento di regime. Obama l’ha detto con chiarezza: se intervenissimo con i nostri soldati la coalizione che si è formata si sfascerebbe, e quindi verrebbe violato il terzo principio della sua dottrina. Negli altri moltissimi casi in cui è minacciata la sicurezza delle popolazioni civili la decisione di intervenire o meno potrà essere presa solo caso per caso.

A ben pensare quindi questa di Obama non è una vera e propria “dottrina”, perché a differenza di quelle dei suoi predecessori non ha né la generalità né l’applicazione universale, come l’avevano la dottrina Monroe, la dottrina Truman e la dottrina Bush. Soprattutto non ne ha l’arroganza. E dopo tutto quello che è successo in oltre cinquanta anni di “impero” americano non è detto che non sia un bene.

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