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Le benedizioni pasquali

Beppe Manni
Gazzetta di Modena, 2 aprile 2011

In questi giorni i parroci sono in giro per le benedizioni pasquali. E’ una tradizione antica che rispondeva, in passato, al desiderio del parroco di incontrare almeno una volta all’anno i suoi parrocchiani e nello stesso tempo al bisogno della gente di ricevere un segno religioso ben augurante per la casa.

Oggi le cose sono cambiate: in molti non si riconoscono più nella religione cattolica; ci sono diversi stranieri di altre religioni e la venuta del prete può essere vissuta come un’intrusione nella sfera del privato. Dobbiamo dire però che il parroco che visita tutte le famiglie, è il solo che può toccare situazioni di sofferenza e solitudine che rischiano di rimanere totalmente ignorate.

Sono state proposte soluzioni alternative. Chi vuole la benedizione invita personalmente il parroco; oppure il prete incontra in un appartamento amico, i condomini che desiderano fare una preghiera comune. Il parroco di Morano don Carlo Bertacchini recentemente somparso, consegnava la notte di Pasqua una boccetta d’acqua battesimale ai capofamiglia che si impegnavano a benedire la casa e la famiglia e a recitare la preghiera del Padre Nostro.

A confondere le idee è anche l’ambiguo abbinamento che spesso accompagna le preghiere e le la benedizioni con una busta per l’offerta. L’altro giorno, per esempio, in un ospedale cittadino girava un ‘religioso’ che distribuiva santini con l’effige di Papa Vojtyla, accompagnato da una busta: “Se volete fare un’offerta…”, diceva, sfruttando in modo scorretto la posizione di fragilità del malato. Penso che questa sia solo una riprovevole eccezione.

Negli anni 70 furono introdotte una serie di innovazioni sotto la spinta del Concilio. Si diceva: la preghiera non deve mai essere accompagnata dal denaro nemmeno sotto forma di offerta. Perciò le benedizioni pasquali, le messe, i battesimi, i matrimoni ecc. non dovevano mai ricevere offerte e tanto meno essere tariffati. Chi voleva partecipare alla gestione della parrocchia lo faceva in altra sede e in altri momenti. Autotassandosi in modo anche regolare.

Questa scelta pastorale-liturgica suscitò qualche disagio. Ad esempio la messa per il proprio defunto senza un prezzo ‘pagato’ sembrava che contasse meno e la proposta alternativa di fare un’opera buona individualmente, come suggerisce anche la Bibbia, in suffragio dei defunti, trovava imbarazzi. Era molto più facile liquidare il proprio impegno con un ‘soldo’ dato al prete.

Se viene a mancare il legame benedizione-sacramento-denaro non si avrà più la pretesa ad esempio, di avere l’esclusiva del nome del proprio caro nella messa in suo ricordo, quasi che Dio attraverso messe e indulgenze plenarie si debba adattare alle nostre richieste e ‘liberare il parente dal purgatorio’.

Scelte di questo genere farebbero crescere una fede più matura, meno magica e infantile e aiutarebbe a riscoprire il volto di un Dio che ha detto “Ciò che avete ricevuto gratuitamente datelo gratuitamente”.

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