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Mondo arabo. Primavera di democrazia o nuove guerre?

Mostafa El Ayoubi
www.confronti.net

La popolazione si è sollevata per chiedere diritti e democrazia, ma le risposte e gli sviluppi variano da paese a paese. L’Onu ha autorizzato l’intervento sui cieli della Libia per difendere la popolazione civile dalla furia omicida di Gheddafi, ma che futuro aspetta quel Paese: vera democrazia o «afghanizzazione»?

La febbre della rivoluzione sociale che ha colpito alcuni paesi arabi provocando in maniera più o meno pacifica la destituzione di Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto continua a contagiare altri paesi del Maghreb e del Machreq. Tuttavia l’effetto domino che l’esperienza tunisina e quella egiziana avrebbero dovuto generare, ad oggi non c’è stato. Nello Yemen, nel Bahrein e nella Libia, dove ormai i rivoltosi non chiedono più solo vere riforme democratiche – come da mesi si ripete in piazza in Marocco, Algeria, Giordania, Arabia e ultimamente anche in Siria – ma vogliono chiaramente la caduta dei loro rispettivi tiranni. Per tutti la parola d’ordine, scritta sul palmo delle loro mani e sulle loro fronti è «Irhal» («Vattene!»). Come risposta a questa richiesta legittima, i regimi in questi Paesi hanno scelto il linguaggio della violenza e della repressione provocando morte e terrore tra le popolazioni. Il caso più drammatico è quello della Libia, dove Gheddafi, al potere da 42 anni, ha trascinato il suo Paese in una vera guerra civile e interetnica.

A più di tre mesi dalle prime rivolte, la situazione nel mondo arabo si presenta estremamente diversificata e l’esito delle richieste interne di democratizzazione resta incerto. Il regime che si istituirà in Tunisia e in Egitto sarà veramente democratico? La guerra civile che Gheddafi ha provocato in Libia e che ora vede coinvolte – con obiettivi poco chiari – forze militari occidentali sotto copertura Onu, porterà il paese ad una sua ricomposizione e democratizzazione o invece ad una sua «afghanizzazione» e quindi al rafforzamento della rete di Al Qaeda nel Maghreb? L’intervento di alcuni Paesi del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita (sunnita), a sostegno del regime Al Khalifa nel Bahrein, paese a maggioranza sciita, non rischia di trasformare una pacifica rivolta politica, sociale, laica in una guerra intra-religiosa tra sunniti e sciiti che potrebbe coinvolgere persino l’Iran?

Tunisia e Egitto, il dopo-rivoluzione

Le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto possono essere senza dubbio considerate due rivoluzioni riuscite. Primo, perché hanno sancito la caduta dei dittatori. Secondo, il caos dovuto al vuoto di potere che tali rivolte potevano provocare è stato scongiurato. Ma la rivoluzione di per sé non porta automaticamente alla libertà, alla giustizia e quindi alla democrazia. In effetti, i giovani che hanno guidato le contestazioni in questi Paesi continuano a scendere in piazza per vigilare sulla fase di transizione verso la democrazia.

In Tunisia i manifestanti, dopo la caduta di Ben Ali, hanno continuato a presidiare le piazze finché non sono riusciti a mandare via altri potenti del regime e amici del dittatore, come il suo braccio destro Mohamed Ghannouchi (primo ministro dal 1999 al gennaio 2011). A quest’ultimo era stato affidato il compito di guidare la fase di transizione politica e ciò ha suscitato l’ira dei rivoltosi tornati di nuovo in piazza a chiedere la caduta di tutto l’apparato del regime. E sono infatti riusciti a mandar via gran parte di esso, a far sciogliere sia l’Rcd (Rassemblement constitutionnel démocratique), il partito di Ben Ali, sia i servizi di polizia del regime che per decenni hanno terrorizzato il popolo tunisino. Non mancano tuttavia i colpi di coda da parte dell’ex apparato del regime che cerca ancora la via della destabilizzazione civile per conservare i propri privilegi e per evitare di passare in giudizio per gli immensi danni che ha recato al Paese. Ma tra le mille difficoltà la transizione, pur in maniera lenta, sembra ormai avviata. Il 26 luglio prossimo, i tunisini andranno alle urne per eleggere l’Assemblea costituente, come primo passo verso l’elaborazione di una Costituzione nuova.

L’Egitto resta il modello al quale il mondo arabo guarda con grande attenzione. L’instaurazione di una democrazia reale in questo Paese influenzerà inevitabilmente la scena politica di tutti i Paesi della regione e accelererà il processo di democratizzazione in essi. Ma per ora anche per gli egiziani il processo resta lento e difficile. Il 19 marzo è passato il referendum per la modifica della Costituzione con il 77% dei voti a favore (sui 45 milioni di aventi diritto al voto, solo 18,5 milioni di egiziani si sono recati alle urne). Il «sì» a questa consultazione referendaria – fortemente criticata dai giovani di piazza Tahrir e da leader politici come Mohammed El-Baradei, premio Nobel ed ex segretario generale dell’Aiea, che chiedevano una nuova Costituzione – è stato appoggiato dall’ex partito del regime di Mubarak, il Pnd (Partito nazionale democratico) e dal movimento dei Fratelli musulmani. Ciò dimostra, da un lato, l’influenza che il Pnd continua ad esercitare sulla scena politica: il rischio che esso torni a governare dopo le prossime elezioni politiche e presidenziali è più che probabile; dall’altro lato conferma il peso che il movimento islamista dei Fratelli musulmani ha oggi e avrà domani nella vita politica del Paese.

Nelle elezioni legislative previste tra l’estate e l’autunno prossimi, la fetta grossa della torta sarà molto probabilmente divisa tra questi due partiti, mentre altre forze politiche non avranno nemmeno il tempo di organizzarsi per quella data. Emendare la riforma e non elaborarne una nuova – come chiedeva la piazza – è stata una scelta voluta dalla giunta militare e ciò conferma, qualora non fosse ancora chiaro, che a tutt’oggi il vero padrone del Paese è l’Esercito.

La Libia, dalla rivolta alla guerra civile

In pochi si aspettavano che il regime libico sarebbe stato messo in discussione subito dopo quello tunisino ed egiziano. Gheddafi è al potere da 42 anni ed è attualmente il più longevo dittatore del mondo arabo e dell’Africa. La Libia, tuttavia, appariva al mondo esterno come una realtà sociale più o meno stabile: una enorme ricchezza di idrocarburi, un discreto reddito annuo pro capite (14mila dollari, il più alto dell’Africa) e una presenza sul suo territorio di oltre un milione di immigrati che lavorano per conto dei libici. Eppure anche lì è scoppiata la rivolta e ciò a dimostrazione ancora una volta che la sollevazione popolare nel mondo arabo non è stata contro la fame ma per riscattare una dignità e una libertà che i regimi totalitari avevano sistematicamente calpestato per decenni e decenni.

Il 17 febbraio i libici hanno indetto «il giorno della rabbia» contro il regime. Doveva essere l’inizio di una rivoluzione pacifica alla tunisina, ma nel giro di poche settimane si è trasformata in una sanguinosa guerra civile. Dopo la resa di Bengasi, il controllo di tutto l’est del Paese da parte dei rivoltosi e l’istituzione di un comitato rivoluzionario guidato dall’ex ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil, tutto lasciava supporre che Gheddafi stesse per mollare. Ma il rais libico non ha solo resistito, ha anche messo in atto una violenta controffensiva militare con l’aiuto della sua tribù e l’appoggio di milizie e mercenari assoldati per riprendere il controllo del Paese. E stava per riconquistare Bengasi dopo aver massacrato migliaia di cittadini e distrutto intere città con i suoi carri armati e caccia bombardieri. Ma, bene o male, il 17 marzo scorso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha deciso di intervenire per impedire il massacro dei civili imponendo una «no fly zone» nello spazio aereo libico. L’operazione battezzata Alba d’Odissea, non prevede tuttavia un intervento militare via terra e nemmeno il bombardamento delle strutture civili. Questa scelta militare è stata colta con sollievo dal nuovo Comitato rivoluzionario e dai cittadini di Bengasi, ma desta parecchia preoccupazione tra molti arabi (e non solo), perché evoca in loro lo spettro della tragica guerra in Iraq del 2003.
Secondo diversi esperti di politica internazionale, questa decisione è stata opportuna ma un po’ tardiva. Tale ritardo deriva dal fatto che la Libia è un importante partner commerciale per molti paesi europei, Italia in primis. Decine di compagnie petrolifere, compresa l’Eni, operano sul suolo libico per l’estrazione degli idrocarburi e una degenerazione dei rapporti con Gheddafi poteva compromettere i loro interessi economici e mettere in crisi i loro sistemi produttivi, il cui motore è l’oro nero. L’Europa assorbe il 75% dell’e¬sportazione libica di idrocarburi, un terzo della quale è destinata all’Italia (seguono la Germania, la Francia e la Spagna). In questi ultimi anni anche gli Usa sono entrati nel giro con un ammontare di 4,5 miliardi di dollari d’importazione l’anno (il doppio di quello della Cina). Inoltre la vendita di armi a Gheddafi è stata per l’Europa un florido mercato, dopo la cancellazione della Libia (nel 2006) dalla lista dei Paesi fiancheggiatori del terrorismo internazionale. Tra il 2008 e il 2009 l’Italia ha venduto armi alla Libia per un totale di 205 milioni di euro (nello stesso periodo, i paesi Ue nell’insieme hanno esportato materiale bellico verso la Libia per circa 600 milioni di euro). Sul piano finanziario l’Italia è il paese dove Gheddafi ha investito di più: è azionista nella UniCredit, la seconda banca italiana, con un capitale pari al 7,3% e dispone del 2% di quello di Finmeccanica, che produce anche armi. Ciò spiega in parte perché il premier Berlusconi, diverse settimane fa, aveva dichiarato di non voler «disturbare» Gheddafi e perché il governo italiano ha sempre esitato e continua ad esitare a condannare chiaramente il regime libico.

Al di là delle dichiarazioni di circostanza che condannavano la violenza del regime e richiamavano Gheddafi al rispetto dei diritti umani, molti governi occidentali – alcuni dei quali in un passato recente avevano stipulato accordi con il rais per dare la caccia agli immigrati e internarli in lager in pieno deserto libico – hanno esitato a lungo, per i motivi di cui sopra, prima di decidere di portare soccorso a quella parte maggioritaria del popolo libico presa nella morsa di un regime sanguinario. Tuttavia, prima di giungere all’opzione militare, nessun peso è stato dato, dagli Usa e dall’Europa, ad una soluzione diplomatica per «offrire» una via d’uscita al dittatore – come probabilmente è stato fatto con Ben Ali e Mubarak – e risparmiare al popolo libico il bagno di sangue. L’operazione Alba d’Odissea ha bloccato l’offensiva di Gheddafi su Bengasi e sulla popolazione dell’est ma non fermerà la guerra civile ormai avviata in questo Paese. La rivolta in Libia ha rotto l’equilibrio tribale sul quale si basa il sistema politico. La tribù Warfallah, la più numerosa e la più estesa, situata nell’est, si è alleata con i rivoltosi. Mentre quella di Kadahfa, situata al centro e di cui è originario il rais e sulla quale conta per riprendere il controllo del Paese, è quella più armata e più vicina al regime. Questa tribù è la più inferocita dopo l’intervento militare occidentale negli affari interni della Libia.

Contrariamente a quanto è successo in Tunisia e in Egitto, non sarà la piazza gremita di giovani a mandar via il tiranno libico. Tutto dipenderà dal ruolo delle decine di clan e tribù che compongono il Paese. A prescindere da quello che accadrà a Gheddafi, se prevarrà la logica tribale basata sulla difesa del proprio sangue, sull’onore sacro e sulla vendetta, allora la guerra civile in atto si protrarrà nel tempo, con tutto ciò che ne consegue in termini di stabilità nella regione. A meno che, una volta messo da parte Gheddafi, non si intervenga con un’azione diplomatica pacifica da parte della Lega araba per ricomporre l’equilibrio tra i diversi clan del Paese. Ma questa ipotesi sembra più un sogno che una realtà fattibile, visto che questo organo in sostanza non ha mai risolto un conflitto intra-arabo ma funge da semplice strumento di rappresentanza formale in mano alle monarchie petrolifere guidate dall’Arabia Saudita. E questo Paese, oltre a ospitare l’ex dittatore Ben Ali, il 14 marzo scorso ha mandato le sue truppe per soffocare la rivolta nel Bahrein e salvare il regime dei cugini: la famiglia reale Al Khalifa.

Il Bahrein, dalla rivolta allo scontro religioso?

La voglia di democrazia ha coinvolto anche il piccolo arcipelago del Bahrein. I bahreini, a maggioranza sciiti, hanno cominciato a scendere in piazza a partire della metà di febbraio per chiedere riforme politiche e sociali e la trasformazione del regime monarchico assoluto in una monarchia costituzionale. Ma la risposta del regime (in mano alla minoranza sunnita) è stata ancora una volta la repressione e la violenza. Ciò ha contribuito all’inasprirsi della rivolta guidata dai giovani, all’occupazione permanente della piazza centrale della capitale Manama e alla richiesta della destituzione del monarca Al Khalifa. E per settimane l’esercito e la polizia hanno continuato a sparare sui rivoltosi disarmati e pacifici provocando decine di morti e centinaia di feriti, sotto il silenzio quasi totale dei media occidentali – ma questa volta anche di quelli arabi, compreso Al Jazeera. Gli Usa, la cui quinta flotta militare ha la sua base proprio lì nel Bahrein, «ha invitato le parti in conflitto a dialogare», ma nulla di più. E sulla questione anche i governi europei hanno mantenuto un basso profilo. Le denunce di Amnesty international e dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani su massacri, scomparse e arresti dei manifestanti e degli oppositori politici sono rimaste fino ad oggi inascoltate.

Nel frattempo, mentre in molti lodavano la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza relativa alla «no fly zone» per proteggere i rivoltosi libici dalla furia omicida di Gheddafi e suo figlio, nel Bahrein si consumava un massacro contro i manifestanti civili perpetuato dall’esercito saudita venuto in soccorso della famiglia regnante. Già il 14 marzo in effetti, con il consenso del governo del Bahrein, i militari sauditi e le forze di sicurezza emirate avevano invaso il Paese – con il pretesto di adempiere agli accordi di mutuo soccorso sancito dal Consiglio di cooperazione dei Paesi arabi del Golfo persico – per soffocare la rivolta pacifica capeggiata dai giovani. C’è da ricordare che il segretario di Stato alla Difesa Usa, Robert Gates, aveva effettuato tre giorni prima (l’11 marzo) una visita diplomatica a Riyad e Manama, il che fa supporre che gli Usa potrebbero aver avuto un ruolo di sostegno all’operazione. E non sarebbe una sorpresa, vista la logica dei due pesi e delle due misure che distingue la politica internazionale americana a seconda degli interessi in gioco.

L’intervento militare in questo Paese avrà delle ripercussioni sulla regione a dir poco preoccupanti. L’arrivo dei soldati sauditi, per la maggioranza sunniti, i quali hanno un profondo odio nei confronti degli sciiti, accentuerà ulteriormente la spaccatura tra sunniti e sciiti – bisogna ricordare però che una parte dei cittadini bahreini di fede sunnita si è associata ai loro connazionali sciiti nelle loro richieste di riforme democratiche – non solo nel Bahrein. La regione est dell’Arabia Saudita, la principale zona di produzione petrolifera, collegata al Bahrein con un ponte, rischia di essere contagiata dalla rivolta, visto che i cittadini nella parte orientale del regno saudita sono a maggioranza sciita e sono anche essi oppressi e discriminati. Questa invasione rischia inoltre di peggiorare ulteriormente i rapporti tra le monarchie arabe sunnite del Golfo Persico e la repubblica islamica dell’Iran, la cui popolazione è in gran parte sciita e dove la dottrina sciita è di fatto la religione di Stato. I sauditi e il regime del Bahrein, e insieme a loro gli Usa e altri Paesi occidentali, accusano l’Iran di orchestrare la rivolta a Manama per trasformare il Paese in una repubblica islamica sciita (ed è questo il motivo principale per cui si tace sui massacri dei manifestanti nel Bahrein). L’Iran da parte sua denuncia il massacro e la repressione di una rivolta pacifica i cui protagonisti negano qualsiasi tendenza di carattere confessionale delle loro richieste, che per loro sono strettamente sociali e politiche al fine di instaurare la democrazia nel loro Paese. E se l’Iran dovesse intervenire come ha fatto l’Arabia Saudita, non saremo più qui a parlare di rivoluzione per instaurare la democrazia ma di vera guerra di religione.

Oggi la situazione nel mondo arabo è molto fluida e in rapida evoluzione e trasformazione. Con ragionevole certezza si può affermare che per i dittatori Gheddafi e Ali Saleh il conto alla rovescia è ormai scattato. Quello che è difficile da predire in questa fase è il destino delle rimanenti rivoluzioni arabe per la democrazia, ora che sono scesi in campo carri armati e caccia bombardieri altrui.

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