Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia Sulla sentenza Lautsi vs Italia della Grande Chambre della Corte Europea dei Diritti Umani

Sulla sentenza Lautsi vs Italia della Grande Chambre della Corte Europea dei Diritti Umani

1) COMUNICATO

Il 18 marzo 2011 la Grande Chambre della Corte Europea dei Diritti Umani ha deciso definitivamente il caso Lautsi c. Italia.
Il ricorso della signora Lautsi chiedeva alla Corte di accertare che la decisione della scuola di non rimuovere il crocifisso dall’aula scolastica ove facevano lezione i propri figli violava l’obbligo per le autorità statali di rispettare il diritto dei genitori a garantire l’insegnamento e l’educazione dei propri figli in conformità con le proprie convinzioni religiose e filosofiche ed il diritto di libertà religiosa.

La Seconda Sezione della Corte, a novembre 2009, aveva ritenuto che la presenza del crocifisso violasse i diritti della ricorrente e la libertà di coscienza di coloro che sono i destinatari dell’attività di proselitismo. La Grande Chambre ha deciso in senso contrario.

La recente sentenza ha deciso di prendere le distanze da quella della sezione semplice su due punti: (a) l’impossibilità di ritenere ragionevolmente che un simbolo religioso alla parete della classe abbia o meno effetto sui giovani la cui convinzioni sono in via di formazione (b) che, nell’applicazione della Convenzione Europea sui Diritti Umani, vi è un margine di apprezzamento di ogni Stato contraente relativamente alla decisione di (b1) proseguire una tradizione, (b2) organizzare l’ambiente scolastico, (b3) dare preponderante visibilità ad una religione se non si configura un indottrinamento.

Tale margine di apprezzamento sarebbe confermato dal fatto che non vi è una normazione o una prassi comune ai diversi Stati europei circa l’esposizione (o meno) di simboli religiosi nelle scuole.

La sentenza ci pare argomentata in maniera meno completa e meno rigorosa di quella della seconda sezione e l’opinione dissenziente espressa dai giudici Malinverni e Kalaydjeva illustra bene i passaggi critici. Sicuramente il dibattito giuridico non è destinato a sopirsi.

È grave e preoccupante che la Corte abbia evitato di esaminare, come sarebbe stato doveroso, la questione della violazione dell’art. 9 della Convenzione nella prospettiva del diritto degli scolari a credere o a non credere, ritenendo che non sussista alcuna distinzione rispetto alla violazione dell’articolo 2 del protocollo n. 1. Il diritto degli scolari a credere o non credere in una religione aveva assunto, invece, grande rilievo nella sentenza della seconda sezione della Corte di Strasburgo.
D’altra parte, la sentenza non approva la posizione del Governo, i cui argomenti difensivi sono stati in gran parte contestati dalla Corte, ma si limita a riportare, per ora, il dibattito giuridico e politico nei confini nazionali.

Con alcune significative prese di posizione: (a) il crocifisso rappresenta indubbiamente e primariamente un simbolo religioso, (b) l’esposizione del crocifisso privilegia una religione sulle altre, (c) l’esistenza di una tradizione non esime lo Stato dal rispetto dei diritti (d) lo Stato si deve comunque far carico di garantire che gli atti e i comportamenti dell’istituzione scolastica siano pluralisti e inclusivi. Qui la Corte europea, dato atto del contrasto nella giurisprudenza nazionale, pare invitare con garbo i giudici italiani a rivedere alcune affermazioni pregiudizialmente favorevoli all’esposizione del Crocifisso e a valutare con attenzione i casi concreti alla luce della Costituzione e della legislazione nazionale.

Ringraziamo la famiglia Albertin-Lautsi per l’impegno profuso in questi anni per far valere un diritto ed un principio che appartengono a tutti noi.

Non muta la nostra preoccupazione che attraverso la presenza di un simbolo religioso nei locali scolastici si possa giustificare il privilegio di una religione “prevalente” e dunque favorire una predominanza della chiesa cattolica romana e delle sue gerarchie nella realtà sociale e politica italiana, come più volte in questi anni abbiamo dovuto constatare e denunciare. Si accentua la nostra preoccupazione per l’atteggiamento dei Governi e della c.d. opposizione politica, che rivela l’intento di conservare una sorta di gerarchia di fedi religiose con al vertice il cattolicesimo, ex religione di stato detronizzata di diritto, a seguito della revisione pattizia del 1984, ma di fatto sempre dominante, e via via le altre religioni o convinzioni personali.

Una visione lungimirante della nostra storia e della nostra società ci induce a continuare ad impegnarci con maggiore determinazione per ottenere un pluralismo inclusivo e un sistema di garanzie capace di assicurare la laicità e la neutralità delle istituzioni civili.

CGD – Coordinamento Genitori Democratici Onlus, Angela Nava
CIDI – Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti, Sofia Toselli
Comitato bolognese Scuola e Costituzione, Bruno Moretto
Coordinamento Nazionale delle Consulte per la Laicità delle Istituzioni, Tullio Monti
Consulta Torinese per la Laicità delle Istituzioni, Tullio Monti
Consulta Romana per la Laicità delle Istutuzioni, Flavia Zucco
FNISM – Federazione Nazionale degli Insegnanti, Gigliola Corduas
MCE – Movimento di Cooperazione Educativa, Maria Cristina Martin
Scuola per la Repubblica, Antonia Sani
UAAR – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, Raffaele Carcano
Rete Laica Bologna, Maurizio Cecconi
Fondazione Critica Liberale, Enzo Marzo
Associazione Italialaica.it, Mirella Sartori
Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno”, Maria Mantello
C.I.E.I. – Comitato Insegnanti Evangelici Italiani, Lidia Goldoni
Movimento d’azione Giustizia e Libertà, Antonio Caputo
Associazione nazionale Liberacittadinanza, Maria Ricciardi Giannoni
Democrazia Laica, Enrico Modigliani
Associazione “31 ottobre per una scuola laica e pluralista, promossa dagli evangelici italiani”, Nicola Pantaleo
CRIDES – Centro Romano di Iniziativa per la Difesa dei Diritti nella Scuola, Antonia Sani
Comitato Torinese per la Laicità della Scuola, Cesare Pianciola

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2) Il crocifisso non è innocuo

GIAN ENRICO RUSCONI
La Stampa, 21 marzo 2011

La sentenza della Corte di Strasburgo è prigioniera di un brutto paradosso. Dichiarando che il crocifisso esposto in un’aula scolastica non lede alcun diritto, non solo lo dichiara innocuo, ma declassa il più potente segno religioso dell’Occidente a un marcatore identitario. «Non fa male a nessuno» – come ripetono da sempre i molti per trarsi d’impaccio dal conflitto di ragioni che la questione seriamente solleva.

Posso comprendere il tripudio dei cattolici governativi e dei leghisti che dopo lo smacco della riuscitissima festa dell’Unità d’Italia si consolano dicendo che nazionale non è la bandiera tricolore ma il crocifisso. Quello che non capisco (si fa per dire) è l’entusiasmo della gerarchia ecclesiastica. Non si rende conto dell’equivoco che promuovendo il crocifisso come simbolo di universalismo e umanitarismo in esclusiva nazionale, negando di fatto spazio ad altri simboli religiosi, lo priva della sua specifica autenticità religiosa?

Preoccupazioni culturali, considerazioni psicologiche; deduzioni giuridiche. Di tutto si parla, salvo che del valore religioso del crocifisso che rappresenta (dovrebbe rappresentare) il Figlio di Dio in croce. Non semplicemente un uomo giusto e innocente ma – in una prospettiva teologica carica di mistero – il Figlio di Dio che muore per volontà del Padre per redimere l’uomo dal peccato. Terribile mistero di fede, diventato oggi incomunicabile, banalizzato a segnaposto identitario nazionale.

Evidentemente tra i «valori non negoziabili» di molti cattolici c’è la rivendicazione dello spazio pubblico per le loro idee su famiglia e omosessualità, ma non c’è la capacità di trovare le parole per comunicare verità dogmatiche di cui si è perso letteralmente il significato: peccato originale, redenzione, salvezza. Tanto vale ripiegare sulla simbologia umanitaria, come si trattasse di Gandhi. Anzi meglio di Gandhi: «Abbiamo il crocifisso».

Non è certo compito degli atei devoti o dei laici pentiti occuparsi di queste cose. A loro non interessano queste faccende teologiche. Ma dove sono i cristiani maturi? Dove sono i «teologi pubblici» – come dice la nuova moda? Lascio a chi è più competente di me dare un giudizio giuridico sulla sentenza di Strasburgo. Il lungo testo sembra molto preoccupato di delimitare i confini della competenza della Corte: «Non le appartiene pronunciarsi sulla compatibilità della presenza del crocifisso nelle aule scolastiche con il principio di laicità quale è consacrato nel diritto italiano». In altre parole, si affida alla giurisprudenza italiana, facendo finta di non sapere quanto essa sia incerta e controversa. Anzi adesso molti uomini di legge saranno sollevati d’avere un’autorevole istanza «esterna» cui appoggiare i loro argomenti.

Un punto importante tuttavia è acquisito dalla sentenza: in tema di religione (insegnamento, spazio pubblico, rapporti istituzionali tra Chiesa e Stato) il criterio nazionale ha la precedenza su ogni altro. Ma questo in concreto vuol dire che in Europa prevarranno linee interpretative molto diverse da Paese a Paese: la situazione francese è inconfrontabile con quella tedesca, con quella italiana, con quella spagnola, per tacere dei nuovi Stati membri dell’Europa orientale. Con buona pace dell’universalismo del messaggio cristiano ridotto a principi generalissimi diversamente intesi e praticati a Parigi, a Berlino, a Roma o ad Atene. E’ come se per paradosso si riproducessero di nuovo – in termini non drammatici – le antiche divisioni della cristianità occidentale.

Ma poi la Corte fa un passo ulteriore significativo, quando dichiara con una certa disinvoltura di non avere prove di una influenza coercitiva negativa del simbolo cristiano su allievi di famiglie di religione o di convincimenti diversi. In realtà proprio su questo punto è stata decisiva anni fa la sentenza della Corte Costituzionale tedesca (a mio avviso la più equilibrata e convincente mai pronunciata) che al contrario ha dichiarato necessario tenere in considerazione le opinioni di tutti gli interessati. Si tratta infatti di un conflitto tra diritti legittimi. L’esito finale della lunga appassionata controversia sul crocifisso in aula è stato il più impegnativo che si potesse immaginare: nessuna imposizione di legge, ma ragionevole intesa tra tutti gli interessati. In nome dell’universalismo e del rispetto reciproco.

E’ una strada difficile da praticare, ma è l’unica degna di una democrazia laica matura. Peccato che noi ne siamo ancora molto lontani.

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3) Crucifixes and Diversity: The Odd Couple

Stanley Fish
The New York Time

In these columns I have often remarked that religion-clause jurisprudence is characterized by contortions that would be the envy of Houdini. But nothing in American jurisprudence is as contorted in its reasoning as a recent decision (Lautsi and Others v. Italy, March 18) by the European Court of Human Rights.

The question at issue was whether an Italian law requiring the placing of crucifixes in public classrooms violates a clause of the European Convention On Human Rights that recognizes “the right of parents to ensure … education and teaching in conformity with their own religious and philosophical convictions.” Reversing the judgment of a lower chamber, the Grand Chamber by a vote of 15-2 answered no, it doesn’t.

Why not? First, because the crucifix is really not a religious symbol. (Who knew?) This counterintuitive conclusion is supported by three arguments, one plausible but flawed; one bizarre; and one beside the point.

The plausible but flawed argument is that in the long history of Italy, the crucifix has become a “historical and cultural” symbol that now possesses an “identity-linked” rather than an exclusively religious value. Furthermore, in its “identity-linking” guise, the crucifix stands for “the liberty and freedom of every person, the declaration of the right of man, and ultimately the modern secular state.”

That’s a little fast and claims too much. It may be the case that over the centuries the crucifix has become allied with secular values in the sense that the religion it represents no longer sets itself against them; but that doesn’t mean that the crucifix, especially when installed by law in state-administered classrooms, is no longer a Christian symbol and the bearer of a distinctly Christian message (salvation is by Christ and through the Church) non-believers might find uncomfortable and pressuring.

The Grand Chamber majority, however, takes care of that point in a way that is truly breathtaking. On top of declaring that the crucifix is not, or is not exclusively, a Christian symbol, it explains, in the course of rehearsing the holding of the Administrative Court, that Christianity is not really a religion (this is the bizarre argument), if by religion is meant a set of doctrinal tenets that the religionist is required to believe in and hearken to. To be sure, the majority acknowledges, that is the way religion is usually understood: “The logical mechanism of exclusion of the believer is inherent in any religious conviction.” But not in Christianity, said to be the “sole exception” because at the heart of it is the idea of charity, glossed as “respect for one’s fellow human beings.”

This respect or tolerance overrides any specifically religious doctrine, however central or basic. “In Christianity even the faith in an omniscient god is secondary in relation to charity” (again, who knew?); and because this is so, Christianity can not properly be understood as excluding anyone from its protection or its precincts. Therefore, the crucifix (the chain of reasoning is reaching its destination) is everyone’s symbol, says “welcome” to everyone, for it is “the universal sign of the acceptance of and respect for every human being as such.” Therefore, having crucifixes in the classroom is perfectly O.K. and should distress no one: “… beyond its religious meaning, the crucifix symbolized the principles and values which formed the foundation of democracy and western civilization, and…its presence in classrooms was justifiable on that account.”

What we have here is a union of bad argument and bad theology. As a Christian virtue, charity presupposes the God it is said by the majority to transcend. God commands us to love him and love our neighbors for his sake; it is as fallible creatures and not as free-standing liberal individuals that we are the recipients and givers of charity. Respect for one’s fellow human beings as an abstract thing has nothing to do with it; belief in the power and benevolence of a savior who paid the price of man’s sins has everything to do with it. The situation with respect to salvation of those who do not acknowledge and depend upon this benevolence, who are not born again, has always been a matter of debate in Christian theology and remains so today. Generous though it may be in many respects, Christianity is hard-edged at its doctrinal center and that center is what the crucifix speaks.

No it doesn’t, says the majority in another argument, the beside-the-point one. It is a theoretical argument: as a symbol, the crucifix “may have various meanings and serve various purposes” and “could be interpreted differently from one person to another.” Yes, but the general availability of symbols to interpretation says nothing about the interpretation a particular symbol is likely to receive in a particular situation. The question is not what can a crucifix possibly mean in all the settings the world might offer, but what does it in mean in this setting, hanging on the wall of every classroom with a state imprimatur? What is a non-Christian student likely to think — “Aha, a symbol of pluralism and universal acceptance” or “I get it; this is a Catholic space and I’m here on sufferance?” Courts are supposed to apply legal principles to disputed matters of fact, not bypass the dispute (and the law) by invoking a theory of language.

Nor are courts supposed to take polls. The government had argued that because a majority of parents “wanted crucifixes to be kept in the classrooms,” removing them would amount to subjecting the majority to abuse by the minority. Concurring Judge Giovanni Bonello agrees and imagines the ratio of preference to be 29 to 1. “No one,” he declares, “has so far suggested any reason why the will of the parents of one pupil should prevail, and that of the parents of the other twenty-nine pupils should founder.” Again, the wrong question. The right one is which parents have the law on their side, no matter how many or how few they are. Deciding the case by numbers is no better than deciding the case by an assertion of interpretive fecundity; both strategies displace the legal issues by abandoning the law for foreign disciplines, social-science survey research in one case, literary theory in the other.

The majority does have one argument that addresses the issue of record: are the students in these classrooms being intimidated or made to feel excluded? Exclusion would be the result, we are told, if the students had been the objects of indoctrination, but because the crucifixes just hang there without saying anything, they were not: “[A] crucifix on a wall is an essentially passive symbol” and “it cannot be deemed to have an influence on pupils comparable to that of didactic speech.” Judge Bonello glosses and drives home the point: “The mere display of a voiceless testimonial of a historical symbol … in no away amounts to teaching.” Actually, it does: the lesson (of official authority) is enhanced by not being voiced; the absence of didactic speech itself says “you don’t have to be told what this means; you know.” The effect is the one produced in a country where a king or leader-for-life has his picture hung everywhere. Nothing need be said.

So we have the plausible-but-flawed argument (the crucifix is a symbol of democracy and national unity), the bizarre argument (the crucifix is a symbol of Christianity, but Christianity is not a religion), the theoretical-and-therefore-irrelevant argument (a crucifix can mean many things) and the empirically unpersuasive argument (because crucifixes don’t come with voice boxes, they communicate no active message). There remains only the argument from desperation offered by concurring Judge Ann Power: removing crucifixes from classrooms would diminish diversity and tolerance. (Huh?) Here’s how it goes: diversity and tolerance require that students be introduced to as many points of view as possible; the crucifix on a classroom wall “presents yet another and a different world view”; were the crucifixes to be taken down there would be one less perspective to which students were exposed and they would therefore be deprived of “the opportunity to learn… respect for diversity.”

But this line of reasoning works only if the crucifix is just one among many indifferently authorized perspectives. As it stands now, however, the perspective represented by the crucifix has the state’s seal of approval; it’s not one among many or even first among equals; it’s the one schools must display, and its removal would not undermine diversity, but repudiate orthodoxy and conformity.

The majority’s response is that even though the crucifix’s place on the school-room wall is mandated, the schools are scrupulously tolerant of non-Christian and non-believing students; even “Islamic headscarves may be worn.” But this is apples and oranges. A student who wears a head scarf, Judge Giorgio Malinverni points out in dissent, is exercising “her own religious freedom.” The state, however, doesn’t have a religious freedom to exercise; “the public authorities cannot … invoke such a right” without infringing on “the principle of State denominational neutrality.” Crucifixes on the wall say this is what the state thinks about religion, and in the matter of religion, the state shouldn’t think anything.

If I may borrow the words of a former United States president, let me be perfectly clear. It is a matter of indifference to me whether there are crucifixes on the walls of public schools in Italy. Italy is not the United States and there may be good historical and cultural reasons to maintain the crucifixes, just as there are good historical and cultural reasons why the occasional suggestion that the words “In God We Trust” be removed from our coins has never gotten anywhere. I could easily see Italian courts acknowledging the secular basis of the state (as the majority opinion does), yet carving out an exception for crucifixes, as an exception for sacramental wine was carved out during prohibition. What bothers me is the spectacle of a court declaring with a straight face that the state-mandated display of crucifixes has nothing to do with religion or indoctrination, and supporting its conclusion with arguments that don’t pass the laugh-test for half a second.

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