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Siria, la prossima guerra?

Michele Paris
www.altrenotizie.org

Da qualche giorno, parallelamente all’intensificarsi della repressione delle rivolte in Siria, i governi occidentali stanno aumentando le pressioni sul regime di Damasco. Mentre sono ancora poche le voci che chiedono apertamente la deposizione del presidente Bashar al-Assad, verosimilmente per timore del caos che ne potrebbe seguire, l’atteggiamento sempre più aggressivo mostrato dagli Stati Uniti e dai loro alleati lascia intravedere a breve un probabile maggiore coinvolgimento per modellare il futuro di questo paese strategicamente fondamentale negli equilibri mediorientali.

Fin dall’inizio delle proteste in Siria lo scorso mese di marzo, i media di tutto il mondo hanno descritto ripetutamente l’approccio molto cauto dei governi di USA e Israele. Se, da un lato, entrambi hanno condannato la mano pesante nel reprimere le proteste da parte del regime, dall’altro hanno evitato di spingere troppo in là le proprie critiche. Com’è risaputo, nonostante sia sulla lista nera di Washington e Tel Aviv, la Siria di Assad rappresenta in realtà una sorta di nemico affidabile. Come tale, ha ad esempio assicurato finora una certa stabilità al confine settentrionale israeliano.

Inoltre, le profonde divisioni settarie all’interno del paese e la consueta apprensione per un ipotetico ruolo di spicco che potrebbero giocare i gruppi islamici nella Siria del dopo Assad stanno suggerendo una certa prudenza nelle capitali occidentali. Con un’opposizione ancora frammentata e dall’identità tutta da verificare, la destabilizzazione immediata del paese sembrerebbe insomma comportare più rischi che vantaggi.

D’altro canto, però, un cambiamento di regime in Siria rappresenterebbe un colpo importante per i governi di Stati Uniti e Israele che solo poco più di due mesi fa faticavano a tenere il passo con gli effetti dell’ondata di malcontento diffuso in Nord Africa e in Medio Oriente. La Siria, infatti, pur non disponendo di considerevoli risorse energetiche, confina con paesi alleati degli americani, come Iraq, Giordania, Israele, Libano e Turchia. Come se non bastasse, la Siria appoggia Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina ed è anche e soprattutto l’unico paese arabo alleato dell’Iran.

Per questi motivi, la posta in gioco a Damasco appare davvero troppo invitante per l’Occidente e per Israele, per non cogliere l’occasione. Si cerca quindi di volgere a proprio favore il malcontento comprensibilmente diffuso nel paese e, possibilmente, coltivare un movimento di opposizione pronto a garantire un trasferimento dei poteri senza scosse. A premere esplicitamente per il cambio di regime in Siria sono per ora solo voci isolate, come hanno fatto qualche giorno fa, ad esempio, i senatori americani John McCain e Joe Lieberman sulle televisioni statunitensi.

I segnali del cambiamento di rotta sulla questione siriana in corso a Washington e in Europa si stanno nel frattempo moltiplicando, così come cresce d’intensità una campagna mediatica a senso unico che è difficile non accostare a quella che ha permesso l’intervento armato contro la Libia.

Al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Francia, Germania, Gran Bretagna e Portogallo stanno cercando in questi giorni di far approvare una risoluzione di condanna nei confronti del regime di Assad per la dura repressione delle manifestazioni di piazza. Dopo la manipolazione da parte della NATO della risoluzione 1973 che ha dato il via libera alle operazioni in Libia, le resistenze di Cina e Russia – ma anche del Libano – hanno per il momento impedito di trovare un accordo.

Sempre dal Palazzo di Vetro, il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha poi proposto un’indagine indipendente sulle violenze in Siria, mentre l’ambasciatore americano, Susan Rice, ha sostenuto che gli Stati Uniti dispongono di prove che dimostrano il coinvolgimento dell’Iran nella repressione messa in atto da Damasco.

In precedenza, era stata l’amministrazione Obama a segnare il cambiamento di passo con l’annuncio di possibili nuove sanzioni. Questo provvedimento avrebbe in realtà un valore poco più che simbolico, dal momento che gli Stati Uniti impongono già pesanti sanzioni economiche alla Siria, con la quale peraltro hanno rapporti commerciali trascurabili. Ulteriori sanzioni americane servirebbero però a convincere i governi europei a muoversi di conseguenza. Sanzioni imposte dall’Europa avrebbero allora conseguenze più profonde sull’economia della Siria, il cui commercio estero avviene per circa un quarto proprio con i paesi UE.

Al coro di condanne si sono aggiunti poi anche i principali protagonisti dell’aggressione per motivi “umanitari” alla Libia. Il presidente francese Sarkozy, al termine del recente meeting con Berlusconi, ha avuto parole molto dure per Assad, minacciando un intervento militare che potrebbe avvenire in ogni caso solo con l’avallo dell’ONU. Il Ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha a sua volta chiesto al regime siriano di interrompere le violenze sui manifestanti ed ha confermato che l’UE sta valutando l’imposizione di sanzioni economiche.

In Siria, intanto, il soffocamento con la forza delle proteste si accompagna alle concessioni del governo di Assad, tra cui la revoca della legge sullo stato di emergenza, in vigore dal 1963 e che ha permesso al regime baathista di neutralizzare qualsiasi segnale di dissenso. La reale portata della repressione in atto nel paese rimane tuttavia difficile da valutare in maniera obiettiva.

Il regime non permette, infatti, l’ingresso di giornalisti stranieri nel paese e i dati circa le vittime e i manifestanti arrestati sono perciò forniti principalmente da attivisti locali. Questi ultimi si dimostrano spesso tutt’altro che imparziali oppure hanno legami con i governi occidentali, con l’Arabia Saudita o con l’opposizione dei Fratelli Musulmani, tutti ostili alla minoranza alauita al potere in Siria e ai legami che essa mantiene con l’Iran.

A conferma della presenza di formazioni tutt’altro che spontanee tra i manifestanti siriani, la settimana scorsa il Washington Post ha rivelato come il Dipartimento di Stato americano da qualche anno stia finanziando segretamente gruppi e partiti di opposizione al regime di Assad. Tramite il programma “Middle East Partnership Initiative” (MEPI), il governo americano fornisce sostegno economico, ad esempio, al cosiddetto Gruppo della Dichiarazione di Damasco, un raggruppamento di movimenti di opposizione – secolari e religiosi, come i Fratelli Musulmani – fondato nel 2005.

Sempre il Dipartimento di Stato ha contribuito alla creazione di un partito islamico moderato, il Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo, modellato sull’omonimo partito di governo di Erdogan in Turchia e formato da esuli siriani di stanza a Londra. Nella capitale britannica opera con il denaro americano anche il network satellitare Barada TV, voce dell’opposizione espatriata e in queste settimane impegnata a diffondere gli aggiornamenti sulla situazione in Siria.

Come in Libia e altrove, dunque, anche le legittime proteste popolari in Siria rischiano di essere strumentalizzate dalle potenze occidentali, pronte a intervenire sì, ma solo per difendere i propri interessi nella regione. Un’evoluzione della crisi siriana che manda un segnale chiarissimo al regime di Bashar al-Assad, tuttora pericolosamente diviso tra volontà di vera riforma e rigurgiti di repressione violenta.

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