Home Politica e Società La stangata prossima ventura e i “conti” della sinistra

La stangata prossima ventura e i “conti” della sinistra

Gianni Rossi
www.paneacqua.eu

A Primavera, si sa, è stagione di “conti”. Quelli pubblici, e non solo! Pressati al Fondo Monetario Internazionale e dalle scadenze regolamentari europee, il governo italiano deve mostrare l’andamento dei conti pubblici e indicare in quale modo intervenire per correggere il trend negativo del Deficit di bilancio e l’incremento del Debito

Ecco, quindi, che si comincia a parlare di manovre di “aggiustamento” di qualche miliardo di euro, più o meno 7 (che poi sarebbero i vecchi 14 mila miliardi di lire di un tempo!), solo per tappare qualche buco che si è formato nel giro di un trimestre. Soprattutto, inaccettabile che le forze politiche di opposizione e i sindacati non addentino questo tema per mettere alle corde il malgoverno Berlusconi. Ma siamo in Italia, dove i temi economici sono argomenti buoni per analisi e dispute tra economisti ed esperti; mentre politici e sindacalisti, tutt’al più, se ne servono per qualche “menata propagandistica”.

Il Tremonti/Treconti, l’uomo che tiene in vita con Bossi il Sultanato di Arcore, ma che per le sue uscite pseudo rivoluzionarie (fatte sempre all’estero, perché in Italia non si fida dei media), piace tanto a settori importanti dell’imprenditoria e dell’opposizione, viene visto come la probabile “quinta colonna” per spodestare Berlusconi e impiantare grazie alle sue vaste relazioni con alcuni “poteri forti” ( tra questi anche il suo Aspen Institute) un governo di transizione. Un modo indolore per uscire dal tunnel e cambiare qualcosa, purchè nulla cambi, come Il Gattopardo insegna.

Se il superministro dell’Economia fosse davvero uno statista di levatura internazionale, come spesso si sente dire, e non solo a destra; se davvero fosse un governante all’altezza delle sfide globali, nell’attuale crisi economica e finanziaria mondiale; se davvero fosse quel tale “Robin Hood” che non solo sproloquia contro i bonus dei supermanager delle banche, contro il sistema delle banche e delle finanziarie colpevoli della crisi, contro i petrolieri, ecco allora forse avremmo l’uomo adatto a coprire il ruolo di “salvatore della patria”, oltre che dei conti.

Ed invece, nulla di tutto ciò: Tremonti/Treconti resta solo un sottile “mago” fiscalista, che nella sua lunga carriera al governo dal 1994 ad oggi ha solo fatto condoni, creato leggi “ad personam” per facilitare il recupero dei debiti del suo “padre-padrone” Berlusconi, per aiutare settori dell’imprenditoria ad eludere il fisco, per promulgare stangate, allungate come brodini caldi al resto dei contribuenti italiani, che da sempre pagano le tasse e non sanno a quale santo votarsi (specie se di sinistra, dove regna ancora l’ideologia del “pagare tutti, pagare di più”!).

Va ricordato che questo fiscalista del Sultano fu tra gli oppositori dell’ingresso dell’Italia nell’Euro e che, una volta introdotta la moneta unica nel 2002, si affrettò a smantellare il servizio di controllo sulle distorsioni del suo uso, tanto che l’Italia fu l’unico paese a togliere quasi subito la doppia dicitura in euro e lira, e non furono presi mai provvedimenti contro il sistema del commercio che nel volgere di 6 mesi raddoppiò i costi dei prezzi al consumo.

Ora, ci si scopre che siamo debitori di 7 miliardi di euro verso le casse esauste dello Stato. Ma in realtà questa è solo una tappa intermedia, per arrivare alla soglia del 2014, quando a livello europeo, il nostro paese dovrà ridurre drasticamente i livelli di indebitamento pubblico e riportare il rapporto Deficit/PIL al 3 per cento.

Altro che 40 miliardi in 3 anni, viste le pessime previsioni di crescita del PIL, l’aumento dell’inflazione, la forze stagnazione dei consumi, la perdita di potere d’acquisto delle famiglie, anche dei ceti medi produttivi e delle “partite IVA”, la chiusura di grandi, medi e piccole fabbriche, l’imponente disoccupazione giovanile e quella carsica di chi viene espulso dal lavoro, dopo i periodi di Cassa integrazione. Siamo ormai un popolo in ginocchio e con il sistema amministrativo politico rimasto intatto dalla fine dell’Ottocento in poi, anzi imbarbarito dalla nascita di nuove province e dalle pastoie burocratiche fiscali del neo-federalismo, tanto caro a Tremonti e Bossi.

Il costo della macchina pubblica non è solo derivante dal malfunzionamento di alcuni settori vitali (scuola, sanità, previdenza, il welfare in senso lato), ma dalla struttura clientelare e antidiluviana dello Stato: province, comunità montane ed altri organismi similari, municipalità-circoscrizioni, pubblica amministrazione centrale, ecc…

Questo “cancro istituzionale” invece di estirparlo ( e la sinistra nonostante ci abbia talvolta pensato, si è sempre dimenticato di attuarlo), è cresciuto, a dispetto delle innovazioni tecnologiche che da sole avvicinano il cittadino con la pubblica amministrazione e riducono i costi di gestione. Ecco, quindi, che il Bilancio dello Stato perde come un colabrodo per le spese correnti e per misure che vanno a finanziare iniziative di basso clientelismo categoriale, tanto caro al governo. Ma all’orizzonte non ci sono più entrate extra come gli “Scudi fiscali”, che solo da noi fanno incassare su 100 miliardi di evasione accertata, si è no 5 miliardi.

Per ovviare alle ristrettezze, si innalzano le accise sulla benzina, si tagliano ulteriormente le spese sacrosante del welfare state, alla scuola, alla cultura e ricerca, si inasprisce la pressione fiscale, sempre più alta e oltre la media europea. Si rinviano le scelte “lacrime e sangue” a dopo gli scontri elettorali, a quando scadrà l’attuale legislatura, nella speranza che il “Fattore B”, ovvero la buona stella che da sempre aiuta Berlusconi nella sua ascesa al potere possa far risalire la china all’economia italiana. Ma il “Fattore B” porta bene al Sultano, mentre porta una “sfiga” maledetta a tutti gli altri, Italia compresa.

Quindi, prepariamoci alla prossima stangata tremontiana, consapevoli che da sinistra non verrà nessuna indicazione alternativa, se non quella di “salvare” i conti dello Stato, magari ancora una volta penalizzando “‘l’area di mezzo”, ovvero quello strato sociale produttivo che non vota Berlusconi, che ha molti dubbi per chi votare, che lavora onestamente e paga le tasse, ha senso dello stato, che oscilla dalla destra liberale alla sinistra riformista, e non sa più proprio “che pesci pigliare”.

Due sole osservazioni a questo proposito. La prima riguarda Bersani, leader coraggioso del PD, che ad Annozero di fronte alla domanda di Santoro se ancora incarna la sinistra di “più tasse per tutti”, risponde che il PD è contro i condoni. Non risponde, in realtà, perché in cuor suo e in quello dei suoi consulenti economisti e fiscali, le ricette sono ancora quelle della vecchia sinistra novecentesca, per la quale chi guadagna soldi va penalizzato e deve pagare sempre più tasse. La seconda è la leader della CGIL, Camusso, che al comizio del riuscitissimo e sacrosanto sciopero generale chiede tassazioni per chi ha rendite finanziarie e alti stipendi.

Solo demagogia? Chissà! Certo, i giornali della “famiglia del Sultano” ci sono andati subito a nozze, strillando alla “Patrimoniale”, proprio ad una settimana dalle delicatissime elezioni amministrative (13 milioni di votanti, comuni come Milano, Torino, Bologna e Napoli) e proprio mentre Berlusconi rimpizza la sua strampalata maggioranza di governo con deputati e senatori “responsabili” della “Grande Abbuffata”. Mentre il Trio di Arcore fa di tutto per aggirare la scadenza dei Referendum, creando raggiri legulei.

Dalla crisi si può uscire solo reinventando una politica interventista per lo sviluppo e l’occupazione, che tragga spunto dal meglio della tradizione keynesiana e socialdemocratica:
– che abbandoni gli sciagurati esempi del “capitalismo compassionevole”, tanto caro al New Labour britannico e ai nuovi socialdemocratici tedeschi e spagnoli;
– che imponga regole drastiche sulle operazioni finanziarie e tassazioni adeguate alle speculazioni di Borsa;
– che riduca le aliquote fiscali a 3 e ne abbassi il livello fino al 39% del reddito, mentre dall’altra parte ritorni a far pagare le tasse sui grandi patrimoni, sui superbonus, metta un tetto agli stipendi dei supermanager, basandosi su una percentuale in merito alla media retributiva del monte salari della propria azienda pubblica o privata;
– che regoli le transazioni finanziarie con una Tobin Tax, come quella prospettata dal Parlamento europeo (la TTF dello 0,05%, approvata a Marzo);
– che rilanci il Welfare state innovativo e avvii una grande stagione di interventi infrastrutturali e di risanamento dei beni ambientali e del territorio;
– che si rivedano le nozioni di privatizzazioni e liberalizzazioni, che da sinistra a destra hanno solo significato “svendita” agli “amici degli amici” di interi settori produttivi pubblici, oggi spolpati, e che rischiano di creare distorsioni assurde in settori come: risorse energetiche ed idriche, trasporti e telecomunicazioni. L’intero sistema delle “Reti” va ridiscusso e analizzato proprio per comprenderne gli aspetti di “monopolio vitale pubblico” e quelli di gestione efficiente delle “Reti”, secondo trend produttivi e non assistenziali.

Da questo modo di affrontare le scelte di politica economica, si potranno ritrovare le risorse per ridurre le spese e abbassare deficit e debito, altrimenti si rischia di fallire come in Grecia, Irlanda e Portogallo (e la Spagna sta lì vicino!), con la richiesta di prestiti enormi e la contropartita di misure restrittive che penalizzano solo i ceti popolari e medi, strozzando la libertà e l’autonomia di quei paesi, ridotti ormai a “colonie” della finanza tedesca, inglese e francese. E lì la sinistra è stato messa all’angolo dai poteri forti dell’iperliberismo!

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