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La Libia, il razzismo

Alberto Burgio
www.ilmanifesto.it

Diciamoci le cose come stanno: questo governo è indecente e la Lega ne fa parte a pieno titolo. Bossi ha fatto fuoco e fiamme contro la guerra con motivazioni vergognose (costa troppo e fa venire più migranti) e per pura tattica elettorale (dal che si capisce in che considerazione tenga – peraltro a ragione – i propri elettori). Poi, arrivato al punto in cui la corda si sarebbe spezzata, come sempre ha mollato. Con la pancia un po’ più piena. Ma è forse meno indecente la cosiddetta opposizione?

Tolta l’Italia dei Valori, tutti a chiedere raid, bombe e piogge di missili. E domani – c’è da scommetterci – truppe di occupazione. Sono vent’anni che dura questa storia delle guerre «umanitarie» e «democratiche». Vent’anni di devastazioni e di crimini. Di stragi di innocenti. Di instaurazione di regimi fantoccio e di Stati mafiosi. Questo è il capolavoro dei principali strateghi del centrosinistra. La guerra è come il neoliberismo di cui è gemella siamese: un campo bipartisan, al di là della messinscena delle risse bi- (o tri-) polari a beneficio dei telespettatori.

Lo stesso dicasi per l’immigrazione. Giustamente si punta il dito contro il razzismo della Lega. Le inaudite dichiarazioni del viceministro Castelli (oggi non possiamo sparare, ma domani…) sono soltanto l’ultima espressione di una strutturale inciviltà. Ma gli attacchi mossi dalle opposizioni sui permessi di soggiorno temporanei e sugli obblighi derivanti da Schengen non sono stati da meno. L’ostilità nei confronti dei migranti (la militarizzazione dei confini, gli accordi repressivi con i Paesi rivieraschi, le misure securitarie e la propaganda xenofoba) è la cifra della politica praticata da un quarto di secolo a questa parte, quale che sia il colore dei governi in carica.

Il presupposto condiviso è che si tratti di una minaccia per la «sicurezza» dei cittadini comunitari (pazienza se il Dpef dice che per mantenere in vita il Paese ci vorranno 226mila immigrati l’anno di qui al 2060). La Bossi-Fini e il «pacchetto sicurezza» di Maroni, il Trattato di amicizia italo-libico (votato anche dal Pd) e la pratica (illegale) dei respingimenti in mare (12mila morti dall’88 ad oggi), le espulsioni collettive e la sistematica violazione del diritto d’asilo servono a riempire le carceri e a infoltire i ranghi dell’economia sommersa.

Ma i Cpt non erano altra cosa, le ordinanze contro lavavetri e accattoni non sono un’esclusiva delle giunte leghiste e negli ultimi quindici anni – come ha tenuto a ricordare in televisione il segretario del Pd – i governi di centrosinistra hanno regolarizzato 700mila immigrati meno del centrodestra.

Chi ci guadagni da questo genere di politiche è sin troppo chiaro. La propaganda securitaria alimenta i pregiudizi razzisti e accresce il consenso per gli «imprenditori politici» della xenofobia. Esattamente come l’attacco al lavoro dipendente e la protezione del sommerso premiano il padronato e rafforzano il blocco elettorale della destra. Ma evidentemente questo ragionamento stenta a farsi strada nel fronte «progressista».

Non è un problema di sagacia e spesso nemmeno, in prima battuta, di cultura politica (anche se le culture politiche ne risentono pesantemente, perché la necessità di giustificare le scelte compiute spinge a rivedere ex post convinzioni e criteri di giudizio). È soprattutto una questione di orizzonte temporale, che chiama in causa la degenerazione della politica nel corso di quest’ultimo quarto di secolo.

La cosiddetta «morte delle ideologie» si è risolta nell’implosione di qualsiasi progettualità e in una ricerca del consenso a breve che sottrae alla politica ogni funzione pedagogica. La lettura prevalente (e miserabile) della logica democratica come mera registrazione dell’orientamento maggioritario si traduce in una corsa a rappresentare le tendenze prevalenti e a radicalizzarne gli aspetti più retrivi. Caduta l’idea dell’alternativa, nessuna forza politica osa più lavorare in controtendenza e sfidare lo spirito del tempo. Per questo prevalgono le risposte congiunturali e le misure emergenziali di stampo reazionario.

Il caso dell’immigrazione è paradigmatico. Vent’anni fa il tema era squadernato in tutte le sue implicazioni. Sarebbe stato possibile investire sullo sviluppo condiviso della regione euro-mediterranea, sforzarsi di cogliere la straordinaria opportunità che tale prospettiva offriva in termini sociali, culturali ed economici, in particolare ai Paesi dell’Europa meridionale. Difficile? Certamente, ma una classe dirigente degna di questo nome aveva il dovere di tentarlo.

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