Home Comunità Cristiane di Base Sono anche “laici” i fan del beato Karol Wojtyla

Sono anche “laici” i fan del beato Karol Wojtyla

Marcello Vigli
da www.italialaica.it

Pur stretta fra il matrimonio regale a Londra e la morte di Bin Laden la beatificazione di Papa Giovani Paolo II ha occupato per più giorni schermi televisivi e pagine di giornali.

Non poteva essere diversamente. Un milione e mezzo di pellegrini (forse un po’ meno ma sempre tanti) domenica I maggio hanno seguito la cerimonia, diverse centinaia di migliaia si erano riunite alla vigilia al Circo Massimo e il giorno dopo hanno sfilato davanti alla sua bara. Molti disciplinatamente organizzati, ma altrettanti spontaneamente sciolti. Gli uni e gli altri convinti e devoti. Fra i più giovani c’è chi è andato anche in piazza San Giovanni per il concerto organizzato dal sindacato.

Un po’ meno ovvio il coro, pressoché unanime, di lodi e di apologie dell’opera del papa dichiarato beato a tempo di record, che ha accompagnato le cronache. È sembrato quasi più assordante di quello degli stessi prelati impegnati nei giorni precedenti a giustificare l’eccezionalità dell’evento costituito dal “processo breve”, tanto più che ben poco spazio, meglio dire nessuno in proporzione, è stato dato alla voci critiche di cattolici e non.

A nome degli atei devoti Giuliano Ferrara, intervenendo a Matrix, oltre a dichiararsi un entusiasta di Papa Woytjla, lo definisce un guerriero sulla scena del mondo. E il fatto che sia stato un Papa politico e un grandissimo statista non è una diminutio, anzi proprio questo ne fa un grande Papa.

Anche per Vittorio Sgarbi Particolarmente rilevanti sono state le sue battaglie contro il comunismo e l’oppressione politica di alcuni sistemi.

Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, alla vigilia della cerimonia di beatificazione scrive su “Giustizia newsonline”, il quotidiano informatico del suo dicastero: È stato il Papa dell’amore e della gioia ed anche il Papa della forza e del combattimento, anche contro la malattia….. È stato il Papa che un’intera generazione, la mia, ricorderà come il Papa che l’ha condotta dall’infanzia all’età adulta.

Sulla stessa lunghezza d’onda, ma con un aumento d’enfasi, si è posto Berlusconi per esaltare il papa che promosse il cambiamento nei rapporti fra Stato italiano e Santa Sede con la revisione del Concordato, voluta da Bettino Craxi. In verità fu un iattura perché, se formalmente li allentò riconoscendo che la religione cattolica non è più la religione di Stato, sostanzialmente li rese più stretti introducendo l’impegno alla reciproca collaborazione. Sancì una relativa autonomia della Chiesa italiana dalla Santa Sede, rendendo al tempo stesso la sua Conferenza episcopale un soggetto istituzionalmente riconosciuto e dotato di una notevole fonte di finanziamento diretto, in grado di esercitare una grossa influenza nella vita politica italiana.

Di questo esito del papato di Giovanni Paolo II non sembra tener conto l’ex segretario di Rifondazione comunista Fausto Bertinotti. Intervenendo ad un incontro, organizzato a Roma al palazzo della Cancelleria su Un primo maggio speciale: Giovanni Paolo II celebrato nel giorno della festa del lavoro, insieme al cardinale Renato Raffaele Martino, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, al ministro del Lavoro e delle politiche sociali Maurizio Sacconi e al segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, ha preferito esaltare le sue doti umane, il suo impegno nel denunciare il peccato dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, le sue parole di pace nella spirale guerra-terrorismo, la funzione di anticorpo contro il rischi di un conflitto di civiltà. Non si tratta di un atteggiamento di circostanza perché anche in precedenti occasioni Bertinotti aveva rivelato la sua stima per papa Woytjla, ma soprattutto per il suo modo di rapportarsi ai grandi temi del nostro tempo.

In verità in occasione della sua beatificazione, che sancisce non solo le virtù dell’uomo ma anche quelle del papa espresse nelle sue scelte e nei suoi comportamenti, non si può prescindere da questi nel formulare il bilancio di un modo di gestire il papato, perché di questo si tratta.

Beatificazione di Giovanni Paolo II, o del papato? Questa, ci sembra, la domanda di fondo che suscita la decisione di Benedetto XVI di elevare alla gloria degli altari il suo immediato predecessore, scrive in un editoriale Luigi Sandri rilevando che essa ha il sapore di una beatificazione dell’istituzione papale in sé che, tendenzialmente, si vorrebbe sottratta al giudizio degli storici e dell’opinione pubblica ecclesiale.

Lo hanno inteso quei pochi che, fra i tanti plaudenti, sono intervenuti con accenti critici come Mario Tronti in un’intervista sul Manifesto.

A suo parere Giovanni Paolo II, un personaggio più che una personalità, ha affidato il suo messaggio prima di tutto alla comunicazione e solo dopo al contenuto del messaggio. Aggiunge che il suo populismo è quello di chi non ha grandi messaggi da dare e proprio per questo attira, si fa ascoltare…..Questa è la condizione della comunicazione corrente. Per farsi capire bisogna dire niente.

Bisogna «mostrarsi» soltanto e questo mostrarsi ha un effetto di breve durata. Wojtyla è un papa che sta con i tempi e per i tempi. Legato all’immediato, nell’immediato ha anche ottenuto dei risultati. Fra questi il contributo dato alla caduta del comunismo le cui cause, fra l’altro, sono ben altre, non è certo un personaggio come Wojtyla che avrebbe potuto provocare un terremoto simile. Al limite, come ha dichiarato Walesa, il suo intervento può aver avuto una qualche importanza nella contingenza polacca del momento.

Diverso, riconosce, è stato papa Montini che ha compiuto una grande operazione: passare dall’Antimoderno al compromesso con il Moderno, trattenendo qualcosa alla Chiesa.

Non altrettanto positivo, in verità, è il bilancio dell’opera di papa Woytjla a cui bisogna mettere in conto anche le gravi scelte “politiche” fra cui il suo frettoloso riconoscimento dell’indipendenza della Croazia, che accelerò il processo di smantellamento della ex Jugoslavia con tutto il suo seguito di guerre intestine e pulizie etniche. Non ha rinunciato a stringere la mano del dittatore Pinochet ed ha sostenuto il cardinale Pio Laghi, nunzio apostolico in Argentina ai tempi di una dittatura sanguinaria, rea del massacro di 30.000 persone.

Ha impedito ai vescovi di tutto il mondo di collaborare con le autorità civili dei propri Paesi per perseguire i casi di pedofilia del clero, e alla magistratura italiana di accertare le responsabilità di monsignor Paul Marcinkus, presidente dello Ior, l’Istituto per le opere di religione, la banca del Vaticano, nel crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, e nello scandalo che ne seguì.

Ha lanciato precisi messaggi proclamando beati i preti spagnoli, che scelsero di combattere con il dittatore fascista Francisco Franco, e mons. Viktor Stepinac, che si schierò con Hitler, da lui definito un “inviato da dio”, e che fu complice, a fianco dei fascisti croati, delle atrocità perpetrate dagli ustascia. Ha invece ignorato le “ virtù eroiche” di don Giuseppe Diana, di don Pino Puglisi, del vescovo Oscar Arnulfo Romero.

Tutto questo, oltre il concordato craxiano, non dovrebbero ignorare i tanti estimatori “laici” di papa Woytjla, che possono, invece, restare indifferenti all’autoritarismo e alla repressione da lui esercitati all’interno della Comunità ecclesiale considerandoli, a torto o a ragione, non essere affar loro.

In questo humus di cinica indifferenza, di meschino opportunismo o di ottusa incomprensione la pianta della laicità isterilisce.

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