Home Chiese e Religioni Ratzinger: no all’educazione sessuale e civile!

Ratzinger: no all’educazione sessuale e civile!

Elio Rindone

Nel consueto incontro di inizio d’anno con gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, Benedetto XVI si è detto preoccupato, tra l’altro, perché un grave pericolo minaccia “la libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione” (Udienza al corpo diplomatico per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, 10/1/2011).

Che strane idee ha il papa sulla libertà religiosa! Questa non sarebbe minacciata dall’imposizione, o dalla proibizione, per legge di determinati comportamenti in contrasto con le convinzioni religiose di ciascuno, ma dalla partecipazione obbligatoria a corsi di lezione su argomenti che hanno un’indubbia rilevanza nella vita umana. Nell’ottica pluralistica di una società democratica, il fatto che ci si preoccupi dell’educazione sessuale o civile dei giovani fornendo loro l’occasione di conoscere prospettive che possono essere differenti da quelle offerte dalla famiglia o dalla parrocchia non diminuisce ma accresce la libertà, perché è possibile scegliere davvero liberamente solo quando si conoscono le diverse alternative.

Chi è convinto della bontà dei propri argomenti ama il confronto intellettuale, a meno che, sicuro di possedere tutta la verità, non tema, come Benedetto, che già la conoscenza di teorie fuorvianti possa indurre la natura umana, che porta le ferite dal peccato originale, a cedere al fascino dell’errore. Ora, nessuno chiede al papa di abbandonare le sue idee (che oggi godono di scarso credito persino presso il clero) sul peccato originale e i suoi effetti, ma pretendere che gli altri le condividano e agiscano di conseguenza lasciando circolare solo le tesi approvate dal Vaticano pare un po’ troppo!

Ma perché i corsi in questione sarebbero tanto pericolosi? Perché, secondo il papa, riflettono ‘un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione’, anche quando non si ispirino a ideologie esplicitamente anti-cattoliche ma intendano fornire informazioni apparentemente ‘neutre’. Insomma, non ci sono vie di mezzo: o educazione dei giovani secondo i principi cattolici o corruzione della gioventù con grave violazione della ‘libertà religiosa delle famiglie’. Corruzione che dovrebbe preoccupare anche i non credenti sensibili ai valori morali, perché una simile educazione sarebbe appunto in contrasto non solo con la fede ma anche con la retta ragione. Ma si può dare per scontato che il magistero cattolico, che presume di ispirarsi alla fede e alla retta ragione, possieda, e costantemente proponga, la verità sull’uomo e sulle sue esigenze morali? Meglio verificare, iniziando dalla sessualità: e forse poi si scoprirà che l’accostamento di questa alla formazione civile è meno peregrino di quanto possa sembrare a prima vista.

È bene cominciare la verifica con Agostino di Ippona (354-430) perché è un teologo che ha avuto un’enorme influenza su tutto il pensiero cristiano. Ebbene, va subito detto che questo Padre della Chiesa, ossessionato dal ricordo dei suoi trascorsi giovanili, non ha dubbi sul fatto che il piacere sia un ostacolo nel cammino spirituale. Perciò il desiderio sessuale, essendo di per sé un male, può essere ammesso soltanto all’interno del matrimonio e in vista della procreazione: solo allora, infatti, «il legame coniugale trasforma in bene il male della concupiscenza» (De bono coniugali 1, III, 3). Ma, ovviamente, la condizione più adatta alla vita dell’anima è quella di un rigoroso celibato: nell’ottica maschilista propria di una gran parte della nostra civiltà, Agostino scrive infatti che è meglio evitare, se possibile, lo stesso matrimonio perché “Sento che nulla priva maggiormente della propria sicurezza un’anima virile che le carezze della donna e quel contatto dei corpi senza di cui non si può dire di aver moglie”(Soliloquia 1, X,17).

Un’antropologia coerente con la fede e la retta ragione implica dunque una simile concezione della sessualità? Domanda che va riproposta per la tradizione cristiana nel suo complesso, che quelle tesi ha ripetuto per secoli. E può essere divertente riportare le parole di qualche altro autore della tarda antichità e del medioevo, periodi in cui sono state fissate le linee di fondo dell’antropologia e della morale a cui bisognerebbe ancora rifarsi secondo l’attuale pontefice.

Un altro Padre della Chiesa infatti, Girolamo (347-420), è ancora più radicale di Agostino, poiché rifiuta il matrimonio e invita ad astenersi totalmente dalla vita sessuale: «prendiamo la scure e tagliamo le radici dell’albero sterile del matrimonio. Dio aveva permesso il matrimonio agli inizi del mondo. Ma Gesù Cristo e Maria hanno consacrato la verginità» (Lettera 22 a Eustochio). La perdita della verginità della donna sposata costituirebbe per l’anima un danno tanto grave da poter essere compensata in qualche modo non dalla generazione dei figli ma dalla verginità di questi: “la moglie sarà salvata se genera dei figli che rimarranno vergini, se quel che lei stessa ha perduto lo ricupera nei suoi discendenti, e se la caduta e la corruzione della radice è compensata dal fiore e dal frutto” (Adversus Jovinianum, 1, 27).

La convinzione che la vita sessuale non sia compatibile con la perfezione spirituale porta i teologi ad elaborare la teoria (che oggi, dal momento che gli esegeti riconoscono che i vangeli parlano innegabilmente dei fratelli di Gesù, si cerca di passare sotto silenzio) della verginità ante partum, in partu e post partum della madre di Gesù. Proprio perché il rapporto sessuale è un male, la nascita di Gesù, secondo il papa Leone Magno (440-461), non doveva essere frutto dell’unione carnale tra i genitori: il Creatore infatti “si scelse una madre, che egli stesso aveva fatto, la quale, conservando intatta l’integrità verginale, non dovesse fare altro che apprestare la sostanza corporea, in maniera che, rimanendo illesa dal contagio del seme umano fecondante, purezza e verità risiedessero nel nuovo uomo” (Quarto Discorso per il Natale).

Passando al Medioevo, è possibile notare che all’esaltazione di Maria, che costituirebbe un’eccezione incomparabile, si accompagna un sempre più radicale disprezzo della donna che, per il fascino esercitato dalle sue attrattive sessuali, provoca evidentemente in preti e monaci un sentimento patologico di paura. Un influente autore spirituale per esempio, Goffredo di Vendôme, abate dal 1093 al 1132, afferma che «Questo sesso ha avvelenato il nostro primo genitore, che era anche suo marito e suo padre, ha strangolato Giovanni Battista, portato a morte il coraggioso Sansone. In un certo qual modo, ha ucciso anche il Salvatore, perché se non fosse stato necessario per il suo peccato, nostro Signore non avrebbe avuto il bisogno di morire. Maledetto sia questo sesso in cui non vi è né timore, né bontà né amicizia e di cui bisogna diffidare più quando è amato che quando è odiato» (Patrologia Latina 157, col. 168).

Ma è tutta la vita terrena che nella spiritualità medievale è oggetto di profonda diffidenza. Una delle composizioni più rappresentative di questa mentalità è il De contemptu mundi, sive de miseria conditionis humanae, del cardinal Lotario de’ Conti di Segni, futuro papa Innocenzo III (1198-1216). Decisamente misera è, per Lotario, la vita dell’uomo, “nato per il lavoro, per il dolore e la paura e, ciò che è peggio, per la morte” (Patrologia Latina, 217, col. 702). Ma particolarmente spregevole è l’uomo a causa del corpo e della sessualità, che contaminano l’anima: “l’uomo è formato di polvere, di fango, di cenere e, cosa ancora più vile, di immondissimo sperma […] Chi ignora infatti che l’unione carnale dei coniugi non avviene mai senza il prurito della carne, il ribollimento del desiderio e il puzzo della lussuria? Quindi ogni uomo, proprio in forza dell’atto per cui è stato concepito, è corrotto, inquinato e viziato, dato che il seme umano comunica all’anima che vi è infusa la macchia del peccato, lo stigma della colpa, la deturpazione dell’iniquità”(ivi, col. 702-704).

E, per concludere, ricordiamo che Tommaso d’Aquino (1224-1274), anche se della sessualità umana dà una valutazione meno negativa rispetto ai suoi contemporanei, la riduce sempre alla funzione riproduttiva e quindi ne ritiene lecito l’uso solo in vista di tale scopo e all’interno di un’istituzione, come il matrimonio, che consenta l’educazione della prole. Tutte le manifestazioni sessuali che esulano da tale contesto risultano, perciò, illecite, tanto che carezze e baci, che possono essere il preludio delle più svariate forme di lussuria, sono da considerare peccati mortali (cfr. Somma Teologica II-II, 154, 4). Il vizio più esecrabile ovviamente è quello contro natura, quello cioè che impedisce il raggiungimento dello scopo procreativo (cfr. II-II, 154, 12). Masturbazione, coito interrotto e rapporti omosessuali, quindi, sono peccati più gravi dell’incesto o dell’adulterio, che compromettono solo la possibilità di creare le condizioni più adatte all’educazione della prole (cfr. II-II, 154, 11)!

Ma non bisogna dimenticare che, a causa del peccato originale, la ragione umana ha perduto il controllo sulle passioni, e quindi, non essendo possibile padroneggiare il piacere sessuale, questo appare a Tommaso, anche all’interno della vita matrimoniale, intrinsecamente disordinato: inevitabilmente infatti l’uomo «durante il coito diventa una bestia, perché non può moderare con la ragione il piacere del coito e il fervore della concupiscenza» (I, 98, 2 ad 3m), sicché si può parlare della «sconcezza della concupiscenza, quale si trova nel coito nello stato attuale» (I, 98, 2). Il desiderio sessuale, insomma, anche se non è un peccato, gli si avvicina tanto da implicare anche negli uomini più santi un certo disordine: per questo l’Aquinate condivide l’opinione tradizionale, secondo la quale «nel matrimonio di Maria e di Giuseppe mancò soltanto l’atto coniugale, perché non avrebbe potuto compiersi senza una certa concupiscenza carnale derivante dal peccato» (III, 28, 1).

Inevitabile, a questo punto, riproporre il quesito: questi uomini avevano un’antropologia coerente con la fede e la retta ragione o, fuorviati anche da una lettura dei testi biblici che oggi gli esegeti più qualificati rifiutano come prescientifica, erano responsabili e, al tempo stesso, vittime di una mentalità in contrasto col più elementare buon senso e da cui la società europea ha faticato e fatica a liberarsi? E una formazione che si ispira a tali idee Benedetto XVI vorrebbe difendere oggi dal pericolo rappresentato dai corsi di educazione sessuale?

Non bisogna credere, infatti, che la dottrina cattolica sia sostanzialmente cambiata. Se sono stati lasciati cadere gli eccessi più risibili della visione tradizionale della sessualità, si è trattato di un semplice maquillage dato che di quella è stato riaffermato – con Giovanni Paolo II con un’insistenza che potrebbe quasi apparire maniacale – il nucleo centrale, e cioè la destinazione dell’attività sessuale alla procreazione, destinazione che sarebbe conforme al piano di Dio iscritto nella natura e rivelato nella Bibbia, per cui la ricerca del piacere è da condannare in tutti i casi in cui esso non sia orientato a quel fine.

E infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica, edito nel 1992, afferma che “la masturbazione è un atto intrinsecamente e gravemente disordinato” (2352), che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati. Sono contrari alla legge naturale. […] In nessun caso possono essere approvati” (2357), che “è intrinsecamente cattiva ogni azione che , o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo di impedire la procreazione” (2370)…

Ma se la morale sessuale cattolica ufficiale (i comportamenti dei cattolici fortunatamente sono ben altra cosa) è obsoleta, non meno lontana dal sentire comune è l’idea che il Vaticano ha del ruolo dei cittadini nelle società democratiche: infatti, proprio riguardo alla formazione civile imposta talvolta in Europa, i cui Paesi sono oggi tutti retti da sistemi più o meno democratici, il papa esprime la sua preoccupazione. La nostra Costituzione, come in genere quelle europee, contiene effettivamente principi contrastanti con l’insegnamento del magistero: attribuisce infatti la sovranità al popolo (art. 1), dal quale i governanti ricevono il potere e al cui giudizio restano periodicamente soggetti (art 60); riconosce a tutti il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero (art. 21); alle leggi approvate dal parlamento pone il vincolo della conformità alla Costituzione (art. 134) e non a una pretesa legge naturale custodita da un’autorità religiosa…

Leone XIII, che quell’insegnamento ha, nell’Ottocento, esposto con grande chiarezza, condanna invece la tesi secondo cui “ogni potere deriva dal popolo; di conseguenza, quanti esercitano il potere nella società, non lo esercitano come di loro propria autorità, ma come un’autorità a essi delegata dal popolo e a condizione di poter essere revocata dalla volontà del popolo, da cui l’hanno. Del tutto opposta è la convinzione dei cattolici, che fanno derivare da Dio, come dal suo principio naturale e necessario, il diritto di comandare” (Diuturnun illud 1881). E poiché l’autorità dei governanti deriva dall’alto, per i cittadini “è giusto e doveroso seguire i dettami dei Principi e tributare loro ossequio e fiducia con quella sorta di devozione che i figli devono ai genitori. […] Spregiare il potere legittimo, in qualsiasi persona esso s’incarni, non è lecito più di quello che sia l’opporsi alla volontà divina: chi si oppone a questa, precipita in volontaria rovina” (Immortale Dei 1885).

È nell’interesse dello stato, secondo Leone, collaborare con la chiesa, perché “le ragioni della religione e dell’impero sono così strettamente congiunte che di quanto viene quella a scadere, di altrettanto diminuiscono l’ossequio dei sudditi e la maestà del comando” (Quod apostolici muneris, 1878). L’obbedienza alle leggi, infatti, è favorita “dalla religione, la quale con la sua forza influisce sugli animi, e piega le stesse volontà degli uomini affinché obbediscano ai reggitori non soltanto con l’ossequio, ma altresì con la benevolenza e con la carità” (Diuturnum illud, 1881).

È quindi da condannare senza riserve l’opinione di coloro che “vogliono lo Stato totalmente separato dalla Chiesa, in modo che in ogni norma che regola la convivenza umana, nelle istituzioni, nei costumi, nelle leggi, negli impieghi statali, nella educazione della gioventù, si debba considerare la Chiesa come se non esistesse, pur concedendo infine ai singoli cittadini la facoltà di dedicarsi alla religione in forma privata, se così piace” (Libertas 1988).

Lungi dal negare alla chiesa un ruolo pubblico, i governanti debbono piuttosto proteggere la religione impedendo che le verità insegnate dal magistero siano messe in dubbio o addirittura attaccate da chi pretende che libertà di parola e di stampa siano diritti da garantire a tutti. “La verità e l’onestà hanno il diritto di essere propagate nello Stato con saggezza e libertà, in modo che diventino retaggio comune; le false opinioni, di cui non esiste peggior peste per la mente, nonché i vizi che corrompono l’animo e i costumi, devono essere giustamente e severamente repressi dall’autorità pubblica, perché non si diffondano a danno della società”(ivi).

Anche in questo caso, non bisogna credere che si tratti di tesi oggi abbandonate. Il già ricordato Catechismo, infatti, ribadisce che il potere viene dall’alto citando la Lettera ai Romani (13,1): “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio”(1899), e di conseguenza “Coloro che sono sottomessi all’autorità considereranno i loro superiori come rappresentanti di Dio” (2238); che la legislazione deve essere conforme alla legge naturale: “Nessuno può comandare o istituire ciò che è contrario alla dignità delle persone e alla legge naturale” (2235); e che quindi lo stato, per esempio, “Non è autorizzato a favorire mezzi di regolazione demografica contrari alla morale” (2372), evidentemente quella cattolica ispirata dalla fede e dalla retta ragione!

È quindi ormai chiaro: il papa ha ragione di associare alla condanna dell’educazione sessuale quella dell’educazione civile, almeno altrettanto rischiosa: quanto più, infatti, si afferma una cultura laica e democratica che abitua alla separazione tra stato e chiesa, all’ovvio riconoscimento che la gerarchia ecclesiastica non ha il monopolio della verità e alla libera circolazione delle idee, tanto più diventa difficile difendere la libertà religiosa dei genitori dal pericolo di corsi di educazione sessuale che tendono a inquinare la mente dei loro figli.

Eppure, qualche perplessità resta sulla linea di condotta scelta dal Vaticano per salvaguardare la moralità delle giovani generazioni. In campo etico, si sa, più che le teorie magari erronee è l’esempio pratico, che dovrebbe provenire anzitutto dalle autorità ecclesiastiche e civili, ad avere un’influenza decisiva sui giovani: non sarebbe allora consigliabile concentrare l’attenzione su quest’aspetto molto concreto, specialmente nel Paese del bunga bunga?

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