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Corno d’Africa. Pirateria, le cifre di una guerra persa

Alberto Tundo
www.megachipdue.info

Se fosse una guerra nel senso classico del termine, con un fronte e un nemico schierato e visibile, allora sarebbe chiaro chequella contro la pirateria gli Stati Uniti la stanno perdendo, e con essi la Cina, l’India, la Russia e l’Unione Europea. Sembra incredibile ma un manipolo di pirati, attivi a largo del Corno d’Africa, sta tenendo sotto scacco la coalizione più vasta e potente che si sia mai vista. Una disfatta le cui cifre sono state rese note da un rapporto di Geopolicity, società di consulenza specializzata in intelligence politico ed economico, ripreso l’11 maggio dal quotidiano tanzanese The Citizen.

Leggendo la trentina di pagine dello studio, il primo che abbia cercato di dare una lettura comprensiva della pirateria marittima, si capisce subito che si sta parlando di un’attività sempre più specializzata, fondata su una rete criminale transnazionale e sempre più redditizia. Un paio di cifre, su tutte, aiutano a farsi un’idea: nel 2010, l’attività dei pirati è costata alla comunità internazionale sette miliardi di dollari; nel 2015, le proiezioni di Geopolicity dicono che la somma raddoppierà, arrivando a toccare i 15 miliardi. La stessa previsione arriva da Oceans Beyond Piracy, un’organizzazione specializzata nello studio e nella formulazione di analisi per il contrasto del fenomeno.

Sono quattro, le voci di spesa, a carico di stati e armatori, individuate e valutate dagli analisti della compagnia: 3,2 milioni di dollari per i riscatti; 31 milioni per arresto, detenzione dei pirati e relativo processo; tra i 2,4 e i tre miliardi di dollari per il cosiddetto re-routing, cioè l’individuazione di nuove rotte per evitare i tratti di mare più pericolosi; tra i sette e i 12 miliardi di dollari per le operazioni di pattugliamento e protezione navale.

Sequestrare navi ed equipaggi è un’attività sempre più lucrosa, con percentuali di crescita vertiginose. Se nel 2005, il riscatto medio pagato era di 155 mila dollari, cinque anni dopo era arrivato a 5,4 milioni. Ma non sono solo i riscatti, ad aumentare esponenzialmente. Il numero dei sequestri, nelle acque del Corno d’Africa, da alcuni anni continua a salire; si è passati in pochi anni dai 276 incidenti del 2005 ai 445 del 2010. Nei primi tre mesi di quest’anno, ne sono stati registrati 142, 97 dei quali a largo delle coste somale, per un totale di sette morti e 34 feriti. Aumentano anche i pirati, il cui numero, incrociando report e dossier dell’intelligence, può essere stimato tra le 1500 e le tremila unità.

E, verosimilmente, continueranno ad aumentare, dal momento che quello che un pirata arriva a guadagnare è una somma compresa tra i 34 mila e i 79 mila dollari l’anno, ovvero una fortuna che è tra le 67 e le 157 volte il Pil procapite somalo. Ma all’equipaggio delle lance o delle navi madri non fa che un 30 per cento – stima sempre Geopolicity – del riscatto pagato. Il restante 70 va a chi tira le fila della pirateria internazionale: un’organizzazione sempre più strutturata, specializzata e dall’impronta criminale che cura ogni attività inerente il sequestro di una nave, dall’intelligence e la raccolta d’informazioni sull’obiettivo al sostegno logistico in porti sicuri, dalla mediazione tra i pirati e le autorità al trasferimento dei soldi pagati come riscatto.

Siamo ormai molto lontani dai tempi, erano i primi anni Novanta, in cui dei semplici pescatori somali imbracciarono le armi per difendere le loro acque dalla pesca di frodo e per impedire che divenissero una discarica internazionale di rifiuti tossici. Oggi la pirateria è un’attività altamente professionalizzata.

Secondo uno studio dell’International Maritime Bureau del 2008, sarebbero quattro le principali organizzazioni criminali attive nell’area del Golfo di Aden: la National Volonteer Coast Guard di Garaad Mohamed, specializzata nei sequestri di piccole imbarcazioni e pescherecci nelle acque di Kisimayo e del sud del Paese; il Marka Group, comandato da Sheikh Yusuf Mohamed Siad; il cosiddetto Puntland Group, composto prevalentemente da pescatori somali che operano a largo delle coste dello staterello semi-indipendente.

Sono però i Somali Marines quelli più temuti. Raccolti attorno al signore della guerra Abdi Mohamed Afweyne, sono il gruppo più potente e meglio organizzato. Ma sono sempre manovalanza, come le altre tre organizzazioni citate. I pesci grossi sono quei 10-12 finanziatori di cui parla l’ex ministro francese Jack Lang, consigliere speciale del Segretario generale dell’Onu per la pirateria somala. Sono loro che forniscono i capitali, che anticipano cifre ingenti e poi intascano la maggior parte del bottino, che viene spostato attraverso diversi operatori di money transfer, come Dahabshiil, Qaran Express, Mustaqbal o Hodan Global.

Una sola strategia di enforcement, cioè di pattugliamento e intervento armato non basterà, spiegano gli analisti di Geopolicity, anche perché il raggio operativo della cosiddetta pirateria somala (che poi somala non è più, ndr) in soli due anni è aumentato di un milione di miglia nautiche quadrate, arrivando quasi a ridosso delle coste di India, Iran e Pakistan. Un’area di enorme importanza strategica, per la quale passa il 70 per cento del traffico petrolifero.

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