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Essere donna a volte non basta

Clelia Mori
www.womenews.net

Certo che se le cose le dice Luisa Muraro hanno una lucentezza e una concretezza capace di farsi immediatamente crinale nella politica femminile, soprattutto se dette e ascoltate in una delle piazze principali di Reggio Emilia.

Luisa Muraro, filosofa fondamentale del femminismo italiano, era a Reggio una settimana fa per parlare della ”Originalità del Femminismo Italiano”, chiamata da Fotografia Europea e quindi dall’Amministrazione Comunale, come afferma sul finire dell’incontro Natalia Maramotti, assessora alla Cura della Comunità, che non vede tanta diversità tra “Femminismo e Femminismo di Stato” per come li aveva formulati nel suo intervento Muraro.

Non sapevo di questa nuova definizione del vecchio assessorato alle pari opportunità. Cura della Comunità suona strano, come se ci fosse bisogno di una che lo fa per liberare dal problema il resto della giunta… Non si sa come si sia arrivati a questa curiosa lettura politica della relazione tra i sessi, ma di certo, pur non rimpiangendo la precedente dicitura, fuorviante omaggio paritario maschile al pensiero politico femminista, non mi pare che il concetto attuale dia conto di un pensiero lungo.

Comunque, Luisa Muraro mettendo in piazza la sua limpida definizione sui due femminismi nella loro storicizzazione, aveva affermato che lei volentieri si mette in relazione con chi la cerca, ma che il femminismo che intende è diverso da quello di Stato e che il suo si espande per “contagio” e forse sottintendeva non per potere istituzionale. Mi pare rappresenti una verità politica la parola contagio: se si è contagiati si sa è per sempre e il resto viene di conseguenza.

E alla sollecitazione di Natalia Maramotti, la filosofa precisa la differenza concettuale: “uno si pone il problema di “condividere il potere” dato e l’altro di “trasformarlo”.

Mi pare ovvio che la diversa interpretazione della politica sia la questione finale rimarcata da entrambe, per i luoghi stessi quasi alternativi in cui si collocano le due signore e per le conseguenze che le due posizioni hanno sulla vita delle donne. Ci sono pensieri e valutazioni nelle due prospettive che divaricano tra loro e pongono il problema di scegliere dove collocarsi quando si fa politica femminista.

A Reggio il tema è annoso tra donne col desiderio della politica e, fino ad ora, non mi pare fosse stato detto in modo così preciso, in piazza, cosa significa per il potere la differenza tra le due strade femministe, considerando che qui quella di stato è fortemente prioritaria.

Ne parlo perché è un tema che ci ha diviso a lungo tra donne e tra donne e uomini per tutto il tempo che sono stata nel partito – fino alla nascita del PD – e che ha continuato ad esistere uguale anche quando sono entrata in Sinistra e Libertà, a cui non sono più iscritta per lo stesso motivo per cui sono uscita dall’altro: la politica delle donne, la condivisione del potere o la sua trasformazione.

Adesso grazie a Luisa Muraro, pur sapendolo da tempo, mi è diventato chiarissimo il mio e di tante altre: andarsene dai partiti. Per questo andarsene, che andrebbe indagato bene, credo che a Reggio ci sarebbe bisogno di continuare a parlare dei due femminismi per trovare tra donne della politica , di stato o no, momenti di riflessione comune su quello che ci serve davvero per essere autorevoli senza farci usare.

Quando stavo nei partiti, pensavo, forse con molta ingenuità, che le donne coscienti di sé e della propria autorevolezza, unite avrebbero potuto trasformarlo.

Ma non avevamo tutte la stessa idea di sé e forse il contagio non era passato del tutto perché il tema del potere e della sua qualità non era stato indagato a fondo: all’orizzonte di ogni discorso c’era sempre la presa del potere.
Qui, poi, la parità tra donne e uomini è stato un ragionamento fondante nella politica dei servizi e nella relazione tra i sessi e forse è anche il tema della situazione critica odierna.

Anche se nei partiti non c’è stata difficoltà a sostituire nel nostro lessico politico la parola parità con differenza di sesso, tanto il risultato non cambiava. In fondo il tema del potere politico nei partiti spesso si sposa ancora nel profondo femminile con l’avere quello che hanno gli uomini; quasi un’invidia più che una coscienza di sé e una scoperta della “fortuna di essere donne” da usare per “trasformare il potere”.

Lo si coglie anche nell’ovvio, già molto detto e sentito, lamento con cui Natalia Maramotti si è espressa domenica quando ha raccontato la difficoltà del fare politica femminile in un luogo maschile come le giunte e lo si legge anche tra le parole delle donne candidate alle attuali amministrative milanesi (Repubblica recentemente). D’altra parte che senso ha una sostituzione tra sessi alla condivisione del potere se non c’è un’originalità primaria, differente e fondante di riferimento che motivi il cambiamento…?

A Reggio, come da molte altre parti probabilmente, resiste nelle donne dei partiti, l’idea, abilmente coltivata dalla politica maschile per fare scorribande selezionatrici nei parterre femminili, che basta essere donna per poter accedere alla condivisione del potere, meglio se non troppo contagiata.

Basti pensare a quanto le donne candidate chiedano alle altre di votarle proprio perché fisicamente donne come dato di garanzia, che se fa sorridere per l’ingenuità o la superiorità con cui ci si accontenta di definirsi, d’altro canto accoglie l’intercambiabilità tra donne a partire dal corpo più che dalle idee, formulata dal maschile.

La rivendicazione femminista dell’idea che le donne hanno di per sé un valore è stata presa e trasformata nella versione più utile alla politica maschile, quasi sicuramente, a mio avviso, con la complicità del femminismo di stato.

E di identica distorsione credo si possa parlare quando si dice male della libertà che le donne hanno voluto dal ‘68, se guardiamo a come si sono salvati gli uomini di Arcore rispetto alle donne che ne erano coinvolte o pensiamo alle giustificazioni per l’uso del corpo femminile nei midia che travisano volutamente l’affermato diritto femminista per le donne ad una sessualità non costretta dall’altro.

Questa questione del contagio sulla presa o sulla trasformazione del potere è davvero dirimente se guardiamo agli attacchi alla 194, alla maternità con le lettere di licenziamento firmate in bianco, alle chiamate al lavoro improvvise e ai diritti non più garantiti per nessun*.

Ci si rende conto, molto meglio di ieri, di come in realtà possano essere passeggere le conquiste legislative se non si è avuto già prima il contagio: se le donne non agiscono il loro desiderio di libertà, che non è libertà di consumare o di essere consumate come tentano di farci credere in molti modi…

Comunque sento di dover ringraziare Luisa Muraro e Natalia Maramotti per averci permesso un incontro che ha avuto la forza di portare in piazza il conflitto tra donne sulla loro-nostra politica, un conflitto che poi è una precisazione di quello sulla libertà delle donne con gli uomini sulla qualità del potere.

“Trasformarlo perché” guardi e pensi e “faccia per la vita”, mi pare abbia detto Luisa Muraro, anche se non ho preso appunti. Ma queste cose comunque rimangono in mente, mentre è molto difficile dire che il potere condiviso faccia la stessa cosa per la vita di tutt*, quella quotidiana, quella che come donne riannodiamo tutti i giorni, anche reinventandola se occorre, rompendo gli schemi, sapendo che non è delegabile magari ad una amministratrice sola.

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