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Gaza, chi coltiva muore

Silvia Todeschin
da Gaza, per PeaceReporter

La settimana scorsa si è svolto il raccolto del grano per alcuni contadini di Khuza’a, villaggio vicino al confine con Israele nel sud della Striscia di Gaza. Per tre giorni essi si sono recati nei campi, partendo molto presto la mattina e raccogliendo i frutti della loro terra. Per tre giorni dalle torrette automatizzate le forze di occupazione israeliane hanno sparato e per tre giorni i contadini hanno continuato a raccogliere il grano, senza permettere a chi sparava dalle torrette a controllo remoto di impedire loro di recarsi nella propria terra. L’area dove i contadini, insieme a tre attivisti internazionali dell’Ism e cinque attivisti palestinesi si sono recati si trovava a circa 450 metri dal confine.

Prima della seconda Intifada qui venivano coltivati angurie e meloni, c’erano alberi da frutto ed olivi. “Venivamo qui a fare barbecue, festeggiare e rilassarci… le jeep israeliane passavano in lontananza ma non ci disturbavano, ci lasciavano in pace.” racconta Akhmad. Oggi gli alberi sono stati sradicati, le piante distrutte. L’unica cosa che si riesce a coltivare, perché non richiede attenzioni continue, è il grano. Però anche il grano necessita di diverse ore di lavoro per essere raccolto, ed i cecchini si divertono a terrorizzare i contadini in queste ore. L’otto di maggio sui campi oltre agli attivisti erano presenti inizialmente otto agricoltori, per lo più donne, ma anche un bambino di 13 anni ed una bambina di 7 anni, tutti fratelli e sorelle di una delle famiglie anNajjar residenti nel villaggio.

Stavano nei loro dicei dunum di terra raccogliendo il grano giallo oro in diverse fascine, quando anche i vicini, svegliatosi, hanno pensato che la presenza di attivisti (stranieri e non) potesse proteggerli nel lavoro, e hanno deciso si allontanarsi più del solito per raccogliere erbe da dare a mangiare agli animali. Dove finiscono i campi di grano il terreno è incolto e solcato da dune e fossi causati dai bulldozer israeliani, crescono cespugli spinosi e piccole piante che sembrano secche, ma che sono un buon mangime per asini e pecore.

Una donna chinata a raccogliere queste erbe alza il volto, allunga il braccio e punta il dito verso una duna a poche decine di metri: “La vedi quella terra li? Quella terra è mia e non ci posso andare.” E dalle torrette, le forze di occupazione israeliane non hanno tardato a ricordare chi ha il potere di decidere quali terre possano o no coltivare questi contadini: si sono uditi degli spari in aria, divisi in due raffiche tra le 7.40 e le 8.30. Prima delle 9, improvvisamente e senza preavviso, tre proiettili sono atterrati a cinquanta metri o meno da chi stava lavorando la propria terra. Quando qualcuno spara in aria si sente solo un colpo, ma se il proiettile viene nelle tua direzione è possibile sentire il sibilo, ed il colpo dell’atterraggio.

Il terreno era sabbioso e dopo i sibili si sono levate tre nuvole di polvere. Vicine, troppo vicine a un gruppo di quasi venti civili che lavorava in maniera pacifica. Qualche decina di minuti dopo un uomo, inviperito, interrompe la sua raccolta dell’erba per gli animali e indica al di là del confine, dove un trattore sta arando un terreno: “Guarda, gli israeliani possono coltivare indisturbati. Noi, invece, se usciamo qui fuori ci sparano contro!”.

Il secondo giorno anche un altro gruppo, sempre legato alla famiglia allargata anNajjar, ha iniziato a raccogliere il grano nella terra vicina, anch’essa che si estende su un’area di dieci dunam. Ma quanto possono rendere 10 dunam di terra? Akhmad anNajjar prova a quantificarlo: “in passato ci portavamo a casa 50-60 borse da un chilo di grano, adesso ne riusciamo a fare tra le dieci e le venti: non riusciamo a prenderci cura della terra perchè non possiamo raggiungerla, e coltivandola sempre a grano per tanti anni di seguito si impoverisce: la dimensione del chicco è molto molto più piccola di quella che era dieci anni fa!”.

Dalle torrette di controllo hanno sparato verso le 7.30 e verso le 8, il movimento di jeep e carri armati al di la del confine si cominciava a fare insistente. Il terzo giorno jeep e carri armati hanno continuato a spostarsi incessantemente, alzando nugoli di polvere in quella terra che oggi è riconosciuta come israeliana. Gli spari non sono mancati. Un uomo ci ha spiegato: “tutti i giorni le jeep israeliane si spostano e fanno i loro balletti al di la della rete.

Tutti i giorni sparano. Però quando c’è presenza di internazionali sparano un po’ meno.” Khuza’a è un villaggio di contadini che si trova al sud della striscia di Gaza, nel governatorato di Khan Younis. Il centro di Khuza’a si trova a circa un chilometro dal confine, mentre circa l’80 percento delle terre coltivabili (per un totale di duemila dunam) si trova in aree dove è alto il rischio di essere colpiti dai proiettili israeliani o in zone in cui l’entità sionista ha unilateralmente proibito l’accesso, la cosiddetta “buffer zone”.

Moltissimi dunam non sono possono affatto essere coltivati, e l’accesso stesso ad alcune terre è stato ostruito dalle forze di occupazione. Secondo un rapporto dell’Onu, in tutta la Striscia di Gaza le aree coltivabili che rientrano nella “zona ad alto rischio” comprendono il 35 percento delle terre coltivabili dai palestinesi, e non sono rari i casi di contadini feriti anche gravemente od uccisi mentre si recavano a coltivare la propria terra.

Akmad spiega perchè ancora e di nuovo nonostante tutto lui e la sua famiglia si recano li a raccogliere il grano: “Vogliamo mangiare, vivere e fare una vita normale. Questo è un nostro diritto, questa è la nostra terra, non ce ne andremo, non abbandoneremo i nostri campi, anche se Israele continua a sparare e cercare di intimorirci.”

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Questa e’ la tua Palestina: confine tra Libano e Israele – massacro dei profughi palestinesi

Erminia Calabrese

I dieci palestinesi che il 15 maggio hanno perso la vita a Marun al Rass, villaggio alla frontiera tra il Libano e Israele, sono tutti ragazzi tra i 15 e i 18 anni, che avevano voluto simbolicamente piantare una bandiera palestinese accanto a quel filo elettrico che li separa ormai da sempre dalla “loro Palestina”. L’entusiasmo di questi ragazzini e’ stato contraccambiato dai colpi di artiglieria dei soldati israeliani che hanno pur dovuto certo difendere il loro Paese dalle conseguenze rischiose di un lancio di pietre o dell’implantamento di una bandiera palestinese.

Con i loro tank e le loro armi hanno potuto assicurare sicurezza e quanto altro al loro Stato, mentre circa 30mila bambini, adulti, anziani disarmati, e bisogna sempre ripeterlo che erano disarmati , si erano recati sotto lo slogan “Il popolo vuole ritornare in Palestina” da tutto il Libano alla commemorazione prevista nel 63 anniversario della Nakba (la sconfitta), creazione dello Stato di Israele, dopo aver scalato a piedi una collina di almeno tre chilometri. “Questa e’ la strada per la Palestina, forza forza “, gridavano i giovani a quegli anziani che non avevano messo in conto di camminare per circa un’ora su un sentiero ripido ed avere la fortuna di non calpestare una delle tante mine ancora presenti al sud dopo le bombe a grappolo lanciate dall’aviazione israeliana nel 2006.

“Sono rimasti increduli gli amici di Ahmad, un ragazzo di 16 anni del campo profughi di Ain el Helwe, nei pressi di Saida, quando hanno visto a pochi metri il corpo del loro amico cadere mentre era giunto alla rete del confine , nella parte libanese, per poter piantare quella bandiera di una terra mai visitata eppure sempre evocata.

Sono corsi tutti a soccorrerlo i suoi amici , mostrando un coraggio che normalmente non ti aspetti da nessun sedicenne mentre i proiettili israeliani continuavano a raffica a cadere sul suolo libanese. Non c’e stato niente da fare per Ahmad purtroppo. Era stato colpito alla testa. Lo hanno trasportato i suoi amici su una barella dell’ambulanza mentre alzavano in aria il loro pugno gridando Palestina araba, Palestina libera.

“Non saremmo dovuti venire”, dice piangendo Mohammad, un amico di Ahmed mentre l’ambulanza tenta di trasportarlo nel vicino ospedale di Bint Jbeil, “saremmo dovuti restare in casa a giocare a carte e fumare un narghuile”, conclude.

“E’ finita, e’ finita” grida un altro uomo, buttando a terra la bandiera palestinese quando gli arriva la notizia che quattro dei suoi “ragazzi” hanno perso la vita al confine.

A chi, compreso la stampa italiana e il corrispondente della Rai Pagliara, ha affermato che gli scontri sono avvenuti a seguito di colpi di arma da fuoco dell’artiglieria libanese c’e’ da rispondere e da far notare da chi era presente a Marun al Rass e non in un ufficio di Gerusalemme che l’esercito libanese ha soltanto sparato dei colpi in aria per intimidire la folla di ragazzini che voleva avvicinarsi alla frontiera e mai ha rivolto le armi verso il lato israeliano.

Chi paghera’ per la morte di Ahmad e degli altri nove suoi coetanei? Sulla strada del ritorno l’entusiamo e le dita in segno di vittoria vengono sostituiti piu che da una sensazione di tristezza in una sensazione di impotenza e di subalternità. Il silenzio dei giovanissimi sembra spiegare la loro disillusione in una quotidianieta fatta di campi, di strade piccole e sporche e di lavoro manuali mal pagati. “Non devi aver paura ” dice un bambino di cinque anni massimo abbracciando un suo coetaneo, “non aver paura l’esercito e’ con noi”.

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