Home Europa e Mondo Un giorno al Sol, cronaca dal movimento spagnolo

Un giorno al Sol, cronaca dal movimento spagnolo

Elena Marisol Brandolini
www.paneacqua.eu

E’ un movimento che si presenta nuovo, nelle forme e nei contenuti: il rifiuto di ogni violenza e prevaricazione, il riconoscersi nelle differenze, la denuncia del capitalismo globalizzato, l’ambizione ad un nuovo mondo, la critica alla classe politica, la pratica di una democrazia della partecipazione. Non c’entra nulla con alcune altre esperienze di critica della politica emerse in altri paesi, come quella dei grillini italiani, ad esempio. E c’entra poco anche con la rivoluzione democratica dei paesi del Nord-Africa. E’ la “spanish revolution”, un fenomeno molto peculiare della storia politica e del tessuto sociale di questo paese

Madrid, di giorno. All’uscita della stazione della metro alla Puerta del Sol, un messaggio accoglie i visitatori: “Esto no es un bottellón. Respetad y sed responsables”, la regola numero uno del movimento dei giovani spagnoli, il movimento 15-M, non bere, prevenire ogni forma di conflitto violento e mantenere una condotta civica. Subito, si attraversa uno spazio gremito di persone, non solo giovani, ma anziani, bambini, famiglie intere, tante donne anche tra gli organizzatori. Il clima è allegro e rilassato, come in un giorno di festa. Fa caldo, come sa essere caldo a Madrid, che disidrata senza farsene accorgere. Per primi s’incontrano i medici, tutti volontari che, dal loro presidio, distribuiscono creme solari ai bambini. Dagli altoparlanti annunciano che manca il latte di soia e qualcos’altro per fare la cioccolata; sono andati avanti così, in quest’ultima settimana, con le donazioni dei cittadini che hanno preso a solidarizzare con loro. Ora dicono di avere riserve di cibo sufficienti e le coperte per la notte in numero bastevole. Attorno alla fontana stanno organizzando la “huerta del Sol”, un piccolo orto dove più tardi pianteranno zucchini, melanzane, sedano, insalata.

In giro, attaccati dappertutto, un’infintà di cartelli, ciascuno dei quali racchiude una sensibilità, una denuncia, un’aspirazione: “Un mondo nuovo all’altezza della dignità umana”, “Ho tre lauree e un lavoro di merda”, “Cambiamento senza violenza”, “Un sorriso va molto più lontano”, “Sol: Km 0. Verso un orizzonte di equità”, “Il 21 non andrò a manifestare, sarò a spasso con gli amici”, “Siamo vivi, sembra”. Il lavoro del movimento è organizzato in commissioni, sull’economia, sull’ambiente, sulla cultura, sulla sanità, sulla politica, quella di genere e quella del “rispetto”, perché “Qui costruiamo non distruggiamo”. L’assemblea generale è lo spazio di discussione aperto a tutti, il luogo dove si decide come proseguire nell’iniziativa. C’è un’area per i bambini, una dove si può dipingere, un punto biblioteca, la zona ristorazione.

E’ un movimento nuovo questo che sta nascendo, nuovo per questo paese e anche per ciò che sta fuori. Il portavoce nazionale di CC OO spagnole, Fernando Lezcano López, che abbiamo sentito per l’occasione, ci invita a leggere il comunicato del sindacato: CC OO guardano con simpatia all’iniziativa in corso, perché “avanzano le ragioni per la mobilitazione sociale”. Il loro è un sostegno misurato, che rispetta l’autonomia delle parti. E’ un movimento che si presenta nuovo, nelle forme e nei contenuti: il rifiuto di ogni violenza e prevaricazione, il riconoscersi nelle differenze, la denuncia del capitalismo globalizzato, l’ambizione ad un nuovo mondo, la critica alla classe politica, la pratica di una democrazia della partecipazione. Non c’entra nulla con alcune altre esperienze di critica della politica emerse in altri paesi, come quella dei grillini italiani, ad esempio. E c’entra poco anche con la rivoluzione democratica dei paesi del Nord-Africa. E’ la “spanish revolution”, un fenomeno molto peculiare della storia politica e del tessuto sociale di questo paese, che dopo la fine della dittatura franchista, ha vissuto in una democrazia fortemente istituzionalizzata di partiti e sindacati, dove i movimenti di massa che attecchivano in altri paesi, come il ’68 o il pacifismo, non hanno avuto modo di esprimere la stessa portata liberatoria. Ma è anche la revolution del futuro che può irradiarsi ad altri paesi, perché denuncia la modernità dell’alienazione sociale, predica la non violenza e si avvale delle tecnologie di comunicazione più avanzate per diffondersi.

Intervistiamo alcuni di loro, qui in piazza. Victor, di anni 24, che studia per diventare giornalista, è uno dei portavoce del movimento. Ci spiega che “quello che ci unisce è molto più di quello che ci separa… non c’è nessun partito, sindacato dietro questo movimento, qui può entrare chi vuole. E’ importante rimarcare – ed è un concetto che tornerà a ribadire – che questo è un movimento sociale, non di giovani, ma è un movimento in cui ci sono pensionati, giovani, anziani”. “La società civile era come addormentata e aveva bisogno di uno spazio dove ci fosse qualcuno ad ascoltarla. L’ho visto nella prima assemblea, c’erano tanti che avevano voglia di parlare e di essere ascoltati”. Quando gli chiediamo l’esito che questo movimento potrà avere sulle elezioni ammnistrative in Spagna del 22 maggio, ci dice che: “quando si viene qui, le ideologie politiche si lasciano a casa e si è solo del movimento”. “Questo movimento poteva essersi originato molto prima, ma non è successo – continua – Però non cerca d’influire sulle elezioni di domenica, siamo totalmente apolitici”. E, sul futuro del movimento, ci informa che stanno raccogliendo le firme per una proposta che chiamano “occupazione stabile in Sol”, perché “quello che dobbiamo fare è avere il sotegno della gente”, perché il movimento riguarda tutti e deve interessare i problemi di tutti.

La pensano così anche Carmen e Pepita, prossime ai 70 anni di età: una è venuta a fare un giro in piazza, l’altra è volontaria nell’organizzazione. “Sono molto emozionata nel vedere che i giovani si sono risvegliati. Questo è un movimento dove stiamo tutti, perchè ci riguarda tutti”. “No, destra e sinistra non sono la stessa cosa”, affermano, però, “al governo è sfuggita un po’ la situazione di mano”, quando è arrivata alla crisi, “ha cominciato a mentirci”. “E’ che la sinistra si è debilitata… e poi la destra ha la forza del danaro, ha le banche”. E domenica andranno a votare, perché “non voglio che nel mio paese governi la destra”. A Carmen, 30 anni, con un lavoro da meno che “mileurista” (mileurista è la persona che guadagna 1000 euro), portavoce del movimento, chiediamo della commissione di genere e ci risponde che “la lotta sociale senza i diritti delle donne non ha alcun senso”, che in Spagna, come nel resto del mondo, “c’è un patriarcato che costruisce le leggi e l’economia e questo produce che il centro della vita sia l’economia e non le persone”. Sostiene che dal Nord-Africa può essere giunta al movimento “una certa ispirazione e contagio”, ma “il contesto politico e sociale non è lo stesso” e poi “in Egitto, le lotte venivano da lontano, da quelle delle lavoratrici e dei lavoratori, che non avevano accesso a internet “. A fine giornata, sono ormai 300 le città della Spagna “indignate”.

Barcellona, la sera, in Plaça Catalunya. Josep Lluis, che cura le relazioni con la stampa, non è un giovane, almeno non un giovane in politica. Per quanto ci risponda che non hanno avuto tempo ancora di riflettere sulle eventuali peculiarità del movimento catalano in quello più generale spagnolo, non sfugge all’osservatore più attento, che una qualche differenza c’è tra le due piazze. Non nei principi di fondo ispiratori della mobilitazione, magari nell’organizzazione, nel sentimento dei partecipanti. Uno spirito più militante, orientato politicamente, meno flessibile nelle forme, più efficiente. Insomma, più catalano. L’assemblea generale è in corso e lo spazio è pieno di giovani, soprattutto. Si susseguono interventi in catalano e in castigliano, perché qui, ciascuno si esprime nella lingua che vuole. “La cultura rivoluzionaria che si sta sviluppando ci affratella tutti, non ci sono differenze, non ci sono bandiere, né catalane, né del BarÇa, né spagnole. La nostra non è una rivoluzione nazionalista – sostiene Josep – se lo è, e lo è, è una rivoluzione internazionalista. Riceviamo sostegno da molte altre città del mondo, che stanno manifestando a favore della “spanish revolution””. Ieri, l’assemblea catalana ha deciso di continuare la mobilitazione fino al 15 di giugno.

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Gli Indignados e la politica
Franco Astengo

Un elemento rende specifico e particolarmente interessante il movimento spagnolo dei giovani “indignados” che, in questi giorni, riempe le piazze a partire dalla Puerta del Sol di Madrid: quello del rapporto con la politica, quella che un tempo si definiva “politica fine”, quella delle istituzioni e della rappresentanza

Nella piattaforma portata avanti da questi ragazzi emergono due punti: la richiesta di un referendum tra Monarchia e Repubblica e quella di una nuova legge elettorale. Tutti i movimenti sviluppatisi in Italia e in Francia nel corso di questi ultimi anni, non avevano mai preso in considerazione questioni di questo genere: dai “casseurs”, all’Onda, per non tornare indietro agli ormai pietrificati “no global” e per ritornare all’oggi, con la questione dei “beni comuni” che, tra pochi giorni, andrà in Italia, all’ardua prova del referendum. Il tema delle istituzioni e della rappresentatività politica, in una fase di disfacimento della struttura dei partiti (un disfacimento a dimensione “sistemica” è bene ricordarlo), è stato lasciato alla cosiddetta “antipolitica” (che adesso emerge anche dalle urne) riducendolo alla governabilità e alla personalizzazione.

Sollevare, in Spagna, la questione “Monarchia o Repubblica” è dimostrazione di grande maturità politica: pensiamo a cosa rappresenta affermare l’idea di “Repubblica” nel paese iberico, al forte significato che questa parola assume di rottura della concordata “transizione” dal franchismo (quando anche Santiago Carillo fece mettere sui palchi dei comizi la bandiera borbonica accanto a quella rossa), di richiesta di un salto in avanti nella storia e nella politica, di una vera e propria “rottura” dell’identità nazionale, una richiesta “forte” rivolta soprattutto ai partiti di sinistra.

Il nodo della legge elettorale appare altrettanto importante e carico di significati: anche la legge elettorale in Spagna è frutto degli accordi riguardanti la transizione dal post-franchismo. Si tratta di una legge elettorale particolarmente iniqua, anche se addirittura in Italia quando ci fu la ventata di follia del tentare di “costringere” il sistema al “bipartitismo” fu presa in considerazione da qualche nostro “apprendista stregone” all’interno del centrosinistra ( operazione, tra l’altro, eseguita in un momento di particolare delicatezza nella vita del governo Prodi e non estranea, alla fine, alla sua caduta).

L’iniquità delle legge elettorale spagnola risiede in due fattori: il primo quello di favorire enormemente i partiti più grandi, il secondo di favorire – in maniera altrettanto evidente – le concentrazioni etnoregionaliste (ci è già capitato di scrivere circa l’indice di distorsione che il sistema elettorale spagnolo presente: ricordiamo soltanto un dato, emerso dai risultati delle ultime elezioni generali: l’Izquerda ha pagato un deputo circa un milione di voti, il movimento gallego centomila).
Al di là, però, degli elementi di carattere tecnico lo scopo di questo nostro richiamo è semplicemente quello di indicare il movimento spagnolo come un esempio praticabile di rapporto tra – appunto – i nuovi “movimenti sociali” e la politica, soprattutto attorno al tema della rappresentatività.

Auspichiamo che in Italia si rifletta su questi temi, aprendo sul serio il confronto sulla legge elettorale: ci muoviamo molto in difesa della Costituzione (ANPI e CGIL hanno in programma una grande manifestazione per il prossimo 2 giugno) dimenticando che, se la Costituzione Italiana non prevede al suo interno la definizione della formula elettorale, nello stesso tempo però contempla indicazioni evidenti riguardanti la rappresentatività dei consessi elettivi, in primo luogo del Parlamento, tanto da aver fatto scrivere a suo tempo di “Parlamento come specchio del Paese”.

L’attuale legge elettorale, provvista di liste bloccate, abnorme premio di maggioranza, vari livelli di sbarramenti non corrisponde per nulla alle indicazioni della nostra Carta Fondamentale. E’ la Spagna che ci chiama, in questa occasione : un movimento giovane e “politico”. Ne seguiremo gli sviluppi. Intanto permetteteci di chiudere esclamando: viva la Repubblica spagnola!

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