Home Politica e Società Democrazia. Chi rema contro le rivoluzioni arabe?

Democrazia. Chi rema contro le rivoluzioni arabe?

Mostafa El Ayoubi
www.confronti.net

Dopo una primavera di speranza per l’arrivo della democrazia, il mondo arabo sta per affrontare un’estate rovente che lo riporterà molto probabilmente a come era fino alla fine dell’anno scorso, ovvero un mondo governato da nuovi regimi dittatoriali, corrotti e servi delle grandi potenze occidentali. Gli effetti positivi della rivoluzione tunisina e di quella egiziana, ovvero la caduta dei regimi totalitari, non si sono riprodotti ad oggi in altri paesi arabi. In Algeria, Marocco, Sudan, Giordania, Siria, Iraq, nei paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa, nulla o poco è cambiato. Lo Yemen e il Bahrein – dove da 4 mesi è in atto una permanente mobilitazione popolare contro il potere dispotico – sono trattenuti nel limbo, lontani dai riflettori dei grandi media in attesa di trovare una soluzione che garantisca innanzitutto i grandi interessi degli Usa e di alcune potenze europee in questi Paesi.

La caduta della Libia

Molto è cambiato invece in Libia. Gheddafi, al potere da 42 anni, è ormai finito, ma non grazie a una rivoluzione popolare. Tutto il «merito» va invece agli Usa e ai suoi alleati europei che da anni aspettavano il momento giusto per liberarsi di un dittatore disobbediente, diverso da Ben Ali e Mubarak. È ormai un segreto di Pulcinella il fatto che l’insurrezione sia stata orchestrata dall’esterno per preparare il terreno ad un intervento militare Usa/Nato e impadronirsi della Libia. Gli Usa e i suoi alleati europei controllano una parte importante del Paese, ovvero la regione dell’Est dove, guarda caso, sono concentrate le riserve del petrolio. Hanno già dato la loro «benedizione» ad un governo di transizione affidato ad amici prescelti che dovrebbe traghettare il Paese verso la libertà e la democrazia. Le priorità di questo governo temporaneo, quindi, dovrebbero essere quelle delle riforme costituzionali, politiche, giudiziarie, sociali. Invece no. I primi provvedimenti più importanti varati dal governo di transizione guidato dall’ex ministro della Giustizia del regime di Gheddafi sono stati: la creazione di una nuova compagnia petrolifera nazionale e di una banca centrale in contrapposizione a quelle già esistenti controllate da Gheddafi.

Perché era così urgente creare una nuova compagnia petrolifera libica? In un articolo pubblicato il 15 aprile scorso dal quotidiano americano «Wall Street Journal», Bob Fryklund, ex amministratore delegato della ConocoPhilips, una compagnia petrolifera americana, aveva affermato che i contratti per l’estrazione del petrolio erano «i più sfavorevoli del mondo» (vedi «For West’s oil firms» pubblicato nel sito www.wsj.com). In effetti gran parte dei ricavi rimaneva in mano alla compagnia nazionale National oil corporation of Libya (Noc). Ricavi che poi venivano depositati nella Banca centrale libica. La creazione della nuova Libyian oil corporation (Loc) serve sostanzialmente a consentire alle multinazionali occidentali – quelle legate ai Paesi che sono entrati effettivamente in guerra contro Gheddafi – di stabilire loro le condizioni economiche per operare in Libia.

Quanto alla creazione di una nuova Banca centrale a Bengasi, i governi occidentali intendono tenere sotto controllo le risorse finanziarie della Libia e assicurarsi che se ne faccia un «buon uso», ovvero un uso in linea con i loro interessi economici e finanziari. Il compito della nuova «Central bank of Libya» sarà quello di gestire i «fondi sovrani libici», cioè il denaro investito all’estero dal governo libico: oltre 150 miliardi di dollari, un immenso capitale ora congelato dagli Usa e da alcuni paesi europei di cui si sta occupando in realtà la banca inglese Hsbc. È la Hsbc che in effetti sta mettendo in piedi, per conto delle potenze mondiali, la nuova Banca centrale della Libia.

In un articolo apparso su il manifesto del 2 maggio scorso, Manlio Dinuccio ha affermato che uno degli obiettivi di questa operazione è «affondare gli organismi finanziari dell’Unione africana, la cui nascita è stata resa possibile in gran parte dagli investimenti libici: la Banca africana di investimento, con sede a Tripoli; la Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria); il Fondo monetario africano, con sede a Yaoundé (Camerun). Quest’ultimo – sempre secondo il giornalista – con un capitale programmato in oltre 40 miliardi di dollari, potrebbe soppiantare in Africa il Fondo monetario internazionale, che ha finora dominato le economie africane, spianando la strada alle multinazionali e alle banche d’investimento statunitensi ed europee. Attaccando la Libia, i “volenterosi” cercano di affondare gli organismi che un giorno potrebbero rendere possibile l’autonomia finanziaria dell’Africa».

La guerra «umanitaria» contro la Libia, come in molti hanno scoperto (anche se tardivamente), è una guerra economica neocoloniale condotta dagli Stati Uniti d’America e dai suoi alleati, il cui scopo è quello di riprendere la loro egemonia sul continente africano a scapito della Cina e di altri colossi emergenti. E sono disposti a tutto per raggiungere tale scopo. Gli Usa/Nato hanno di fatto ampiamente violato la già discutibile risoluzione 1973 dell’Onu che imponeva una «no fly zone» sulla Libia, bombardando obiettivi civili a Tripoli, causando la morte e il terrore tra la popolazione.

E non è escluso che si arrivi anche ad un intervento militare via terra. Alcuni governi europei, tra cui la Germania – che era invece contro l’intervento in Libia, ma quando ha capito che «no bombs, no oil!» ha cambiato idea, come ha fatto del resto anche il governo italiano che, con il sostegno dell’opposizione (Pd) e del presidente della Repubblica, ha deciso di partecipare ai bombardamenti – stanno chiedendo di mandare le truppe militari a Misurata per proteggere i civili. Da diverse settimane ormai, Misurata occupa una parte consistente della cronaca di guerra. L’interesse per questa città non è semplicemente «umanitario» ma deriva dal fatto che Misurata è uno dei più rilevanti poli economici del Paese. È una nevralgica base industriale e commerciale della Libia e dell’Africa. È una città in cui operano importanti aziende africane come la Libyan iron and steel e dispone di un importante porto internazionale.

Mentre l’opinione pubblica mondiale è concentrata sulla sorte del dittatore Gheddafi, la Libia si sta trasformando progressivamente in una nuova colonia occidentale. La rivoluzione popolare in tunisina e in Egitto – ancora incompiuta – non ha di sicuro portato fortuna al popolo libico.

Avanti la Siria!

Quello che è accaduto al popolo libico finito in disgrazia a causa di una guerra civile imposta loro da altri, preoccupa molto altri popoli arabi ai quali le rivolte di Tunisi e del Cairo avevano dato la speranza di liberarsi della prevaricazione di regimi sanguinari e corrotti. Gli algerini, i marocchini, i sudanesi, i giordani oggi temono che le loro legittime rivendicazioni di libertà, giustizia e democrazia vengano strumentalizzate da forze esterne per rendere loro ancora meno liberi, meno sicuri e più poveri.

Questo incubo lo stanno vivendo in particolare i siriani i quali hanno tante rivendicazioni da fare al regime che li opprime da 40 anni: 29 anni di Hafez Al-Asd e 11 anni dell’attuale presidente Bashar Al-Asad, che ha ereditato il potere dal padre. Una successione illegittima per il semplice fatto che in Siria vige un sistema «repubblicano». Tali rivendicazioni si possono riassumere sostanzialmente in giustizia sociale, libertà e democrazia. Incoraggiato da quello che è accaduto in Tunisia e in Egitto, il popolo siriano ha cominciato a scendere in piazza a partire dalla metà di marzo per rivendicare pacificamente riforme socio-economiche e politiche. Il quarantaseienne Bashar Al-Asad, facendo tesoro di quello che è successo ai dittatori della vecchia guardia, Ben Ali (75 anni) e Mubarak (81 anni), si è dimostrato disponibile al dialogo: ha liberato alcune decine di oppositori politici (in Siria non è consentito il multipartitismo), ha sciolto il governo, ne ha formato uno nuovo e ha revocato lo stato di emergenza in vigore da quando suo padre era al potere.

Questi provvedimenti non sono stati certo una svolta, ma sicuramente un primo passo importante per un regime come quello siriano che, oltre ai problemi interni da risolvere, ne aveva altri con l’esterno altrettanto gravi soprattutto con Israele, gli Usa e l’Ue. Il governo siriano è un feroce oppositore della linea americana nel Medio Oriente e nel mondo arabo e islamico. La Siria, paese laico, è considerata amica dell’Iran, di Hezbollah e di Hamas e ha ottimi rapporti con la Turchia, il che non piace affatto ai regimi arabi. Nell’ambito della Lega araba, aveva votato contro l’intervento militare in Libia. Era insomma un regime scomodo, non per il fatto che fosse anti-democratico ma perché anti-americano. E quindi, per la Casa Bianca e i suoi alleati europei e arabi, il regime siriano doveva essere eliminato in qualche modo. Come? Sfruttando il vento della rivoluzione che soffia sul mondo arabo e inventando una rivolta fatta su misura per un regime nemico. E la rivolta è puntualmente scoppiata il 17 marzo scorso a Daraa, una piccola città di 75mila abitanti (e non di 300mila, come aveva affermato la Associated Press all’inizio della sommossa).

Non è stata una rivolta pacifica in quanto molti insorti erano armati e non esitavano a sparare sui civili e sulle forze dell’ordine. Lo studioso canadese Michel Chossudovsky ha pubblicato un articolo il 3 maggio scorso sul «Global Research» nel quale si interrogava su chi ci fosse dietro la rivolta in Siria (http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=24591). Secondo Chossudovsky, «il movimento di protesta di Daraa del 18 marzo aveva tutte le apparenze di un evento organizzato che comprendeva, con ogni probabilità, il sostegno segreto ai terroristi islamici […] e delle intelligence occidentali». Daraa, in effetti, è considerata una roccaforte degli estremisti islamici (di dottrina sunnita) che considerano anti-islamico il regime siriano (laico) e il suo clan alawita (di matrice sciita) un’associazione di eretici. In Siria gli islamisti – specie i Fratelli musulmani – sono molto influenti, anche se agiscono nella clandestinità.

Il partito islamista fuorilegge, Hizb ut-Tahrir, guidato da Omar Bakri Muhammad, è considerato un alleato strategico per i servizi segreti della Gran Bretagna (MI6) nel perseguimento degli interessi anglo-americani nel Medio Oriente. Sempre lo stesso studioso canadese ha affermato che «il movimento di protesta organizzato in Siria è modellato su quello della Libia. L’insurrezione in Libia orientale è integrata dal Gruppo combattente islamico libico (Lifg) che è supportato dall’MI6 e dalla Cia. L’obiettivo finale del movimento di protesta della Siria, attraverso la menzogna e le manipolazioni dei media, è quello di creare divisioni all’interno della società siriana e giustificare un eventuale intervento “umanitario”».

Il 18 aprile scorso il Washington Post ha rivelato l’esistenza di rapporti tra la Casa Bianca e gruppi dell’opposizione siriana (http://www.washingtonpost.com/world/us-secretly-backed-syrian-opposition). La notizia si basava su documenti diplomatici diffusi da WikiLeaks, secondo i quali gli americani avevano iniziato a finanziare gruppi dissidenti siriani sotto la presidenza Bush che nel 2005 aveva rotto i rapporti con Damasco. Il Dipartimento di Stato americano ha finanziato in particolare il Movimento per la giustizia e lo sviluppo – composto da ex membri dei Fratelli musulmani e considerato come «islamista moderato» – con oltre 6 milioni di dollari tra il 2006 e il 2010. Questo movimento, che possiede un canale televisivo satellitare situato a Londra, chiama apertamente al rovesciamento del regime di Al-Asad.

Gli Usa nel caso della Siria hanno puntato sul fattore religioso per trascinare il Paese in una guerra civile con la speranza di liberarsi di un regime nemico che si oppone alla loro egemonia totale sul Medio Oriente. Di fronte a questo oscuro scenario, il popolo siriano in maggioranza laico e pacifista sembra orientarsi verso la logica del male minore, ovvero la scelta di coabitare con il regime in attesa di tempi migliori per rivendicare l’instaurazione della democrazia nel loro Paese.

La crociata saudita contro le rivoluzioni arabe

La concretizzazione della democrazia nel mondo arabo non coincide per nulla con gli interessi degli Usa e i suoi alleati europei, i quali, dopo avere perso i loro luogotenenti, Ben Ali e Mubarak, sono riusciti a riprendere in mano la situazione e trasformare alcune rivoluzioni in manovre di destabilizzazione dei regimi nemici. E per mettere in pratica questa machiavellica operazione hanno scelto un regime arabo islamico: il governo fondamentalista saudita. Per rimanere al potere, la famiglia Al Saoud ha in effetti tutti gli intessi affinché le rivoluzioni vengano represse o trasformate in qualche cosa di completamente diverso.

È stata in effetti l’Arabia Saudita, attraverso il Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), a chiedere, il 7 marzo scorso, di intervenire in Libia e poi a convincere la Lega araba – che ormai controlla totalmente, dopo la caduta di Mubarak – a presentare la stessa richiesta al Consiglio di sicurezza dell’Onu il 10 marzo. Per intervenire militarmente gli Usa hanno voluto che, a presentare formalmente la richiesta, fossero gli arabi stessi. E chi meglio dell’Arabia Saudita lo poteva fare? Il 17 marzo il Consiglio di sicurezza ha autorizzato l’azione militare contro Gheddafi e il 19 sono iniziate le operazioni alle quali hanno partecipato anche alcuni Paesi arabi del Ccg.

E mentre i sauditi erano impegnati a promuovere l’opzione militare per «soccorrere» i civili libici, il 14 marzo i suoi militari insieme a poliziotti emirati sono entrati nel Bahrain per sostenere il sultano Al Khalifa e soffocare nel sangue la rivoluzione pacifica.

A guidare la mossa antirivoluzionaria per conto degli americani è il clan saudita dei Sudairi. Questa influente famiglia wahabita è di fatto guidata dal principe Bandar, soprannominato Bandar Bush per la profonda amicizia che lo lega all’ex presidente G.W. Bush. Nel settembre 2001 Bandar era ambasciatore dell’Arabia Saudita negli Usa. È lui che oggi gestisce i jihadisti (detti mujahidin) arabi formati dai servizi segreti sauditi e pakistani per combattere l’armata russa in Afhganistan. Al Qaeda, come ben si sa, fu creata per lo stesso scopo. I Sudairi, con i loro petro-dollari e la loro armata di estremisti islamici, sono tornati utili agli Usa per eliminare regimi laici considerati anti-americani come quello libico e soprattutto quello siriano.

Nel 2001 gli Usa lanciarono una vasta offensiva internazionale contro l’estremismo jihadista islamico e «approfittando» dell’occasione invasero e occuparono due paesi islamici di fondamentale importanza geopolitica: l’Afghanistan e l’Iraq. Nel 2011 gli islamisti sono ritornati ad essere alleati strategici della Casa Bianca nel riprendere il controllo politico e militare del mondo arabo-islamico che le rivoluzioni arabe stavano iniziando a rimettere in discussione.

L’unica nota che stonava con questa «nuova» alleanza tra gli Usa e gli estremisti islamici guidati dai sauditi e che rischiava di guastare il decimo anniversario delle strage dell’11 settembre, era Bin Laden. Quest’ultimo rischiava di «guastare la festa» e quindi era giunta l’ora di toglierlo definitivamente di mezzo. È un’ipotesi e possibile chiave di lettura per chi si sta ancora interrogando sulla tempistica dell’eliminazione fisica di Osama.

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