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Una lezione per i cattolici e la sinistra

Marcello Vigli
da www.italialaica.it

È opinione diffusa che per il successo della consultazione referendaria sia stato decisivo l’apporto dei cattolici, qualcuno con qualche buona ragione si azzarda a dire della Chiesa italiana anche se bisogna, però, operare opportune distinzioni.

Estesa e capillare è stata la mobilitazione dei cattolici di base che, rispondendo all’appello di padre Alex Zanotelli per sposare la causa dell’acqua nell’ottica della salvaguardia del creato e d’intesa con i movimenti ecologici e pacifisti, hanno raccolto oltre un milione di firme per promuovere il referendum sull’acqua bene pubblico. A sostenerli quarantasei diocesi, coordinate dalla rete Nuovi stili di vita, quasi ovunque le strutture della Caritas, la federazione dei settimanali cattolici, Famiglia cristiana dei paolini e Aggiornamenti sociali dei gesuiti, semplici preti, suore e missionari che alla vigilia del voto hanno anche organizzato un sit-in di canti e preghiere in piazza San Pietro.

La Cei, invece, ufficialmente non si è mai schierata. Se, però, due dei suoi esponenti, i vescovi di San Marino e di Trieste, si sono apertamente dichiarati per l’astensione, quelli di Reggio Emilia e di Locri si sono pubblicamente dichiarati i per la partecipazione al voto con il tacito assenso di molti altri. Lo stesso Benedetto XVI è stato forzosamente arruolato tra i sostenitori del referendum per avere fatto, a pochi giorni dal voto, un discorso sul nucleare e le energie pulite.

In una valutazione complessiva si può dire che la gerarchia italiana ha profittato dell’occasione per segnare un altro significativo passo, senza però giungere alla rottura, nell’abbandono dell’atteggiamento di acquiescente complicità con Berlusconi e la sua politica. Già prevedibile nei segni di insofferenza nei confronti di alcuni suoi atteggiamenti nel caso Boffo è sembrato più evidente nella denuncia del segretario generale della Cei Mariano Crociata che aveva parlato di «libertinaggio irresponsabile» quando cominciarono ad apparire sui giornali le prime cronache sulle notti nella villa di Arcore.

Di questa complessità dovrà tener conto la sinistra fin qui abituata a privilegiare il dialogo con la gerarchia ecclesiastica e con i cattolici fedeli alle sue direttive, come auspica Paolo Bonetti nel suo editoriale su Italialaica della scorsa settimana. Questo atteggiamento di prudenza e, in verità, di sostanziale subalternità risente anche della diffidenza dei suoi partiti, in quanto strutture organizzate, nei confronti dei movimenti di base, dei Comitati, che di volta in volta ne rappresentano le istanze, ed anche nei confronti dell’associazionismo non schierato in modo “organico” al loro fianco.

C’è però da aggiungere che molti di quei cattolici, pronti ad assumere la responsabilità di scelte politiche coraggiose non in linea con le direttive delle gerarchie ecclesiastiche, e magari in aperto contrasto con esse come i Cattolici per il No che disobbedirono apertamente in occasione del referendum sul divorzio nel 1974, non lo sono altrettanto nell’opporsi alle loro richieste di privilegi o alle loro pretese d’imporre a tutta la società principi e valori della morale cattolica.

C’è da augurarsi che dopo questo successo abbiano imparato la lezione: la lotta contro l’autoritarismo si vince se si contrasta l’antievangelica alleanza fra trono e altare.

C’è da augurarsi che offrano anche un altro contributo esorcizzando la fuga nell’antipolitica. Già si rincorrono sul web, negli incontri e anche sui giornali gli anatemi dei Comitati contro i partiti della sinistra accusati di essere eguali agli altri e come loro corrotti.

A questi anatemi corrispondono specularmente gli sforzi, per limitare gli spazi di visibilità dei movimenti, delle burocrazie oligarchiche e dei politici di professione, che gestiscono in proprio gloriose eredità culturali e politiche anche se in gran parte dissipate.

Si corre il rischio, anche se la situazione è radicalmente diversa, che di vanificare il potenziale di cambiamento fin qui emerso si ripeta l’errore che portò la “rivoluzione” del sessantotto studentesco e dal sessantanove operaio a partorire il ghetto dei partitini dell’estrema, gelosi, ciascuno, della propria specifica identità. La “morte delle ideologie” contribuisce certo a rendere impossibile il ripetersi di quei tempi, ma nulla impedisce che, raggiunti gli obiettivi referendari, la spinta si esaurisca come per i girotondi e i viola, o si riduca a organizzare la protesta nei Gruppi a cinque stelle.

Non dimentichiamo che nelle municipali di Bologna ci sono state 17 liste e 27 in quelle torinesi !!!

Così il berlusconismo tornerà a vincere contro un movimento che si autocelebra come espressione pura e genuina di una mitica società civile e si gloria di essere in conflitto con i partiti ridotti ad essere pezzi del sistema.

È necessario riscoprire la politica come sinergia continua fra utopia e istituzione, fra parte sana della società espressa in gruppi d’impegno culturale politico e partiti liberati dal leaderismo. Per raggiungere questo obiettivo non bastano le primarie è necessario riprodurre attraverso il web la vivacità delle cellule e delle sezioni territoriali perché i partiti possano tornare ad essere l’altrettanto mitico “intellettuale collettivo” diventato finalmente lo strumento, previsto nella Costituzione, per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Ci sono segni che un modo nuovo di far politica a sinistra è un obiettivo perseguibile.

Il successo della battaglia per il quorum ha dimostrato che un popolo di cittadini è in grado, grazie alle nuove tecnologie, di “tornare” ad essere sovrano; la spinta autoconvocata dalle donne al grido Se non ora quando ha avuto un primo successo con una donna vice sindaco di Milano!

A conclusione dell’editoriale del 2 giugno Per il “dopo”: anche la laicità oltre la legalità è da rilanciare proponevo di assumere come primo test, per cogliere un cambiamento nel modo di rapportarsi da parte della sinistra con la prevaricazione clericale, il comportamento di Sel e del Pd nel Consiglio regionale pugliese chiamato a votare la proposta di imporre il crocefisso nei pubblici uffici nella stessa aula del Consiglio: la proposta è stata ritirata dallo stesso proponente per evitare una bocciatura. Anche questo può essere un segno della volontà di voltare pagina.