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Cdb Isolotto – Esperienze educative olistiche

(“Olistiche” perché includono aspetti spesso trascurati o negletti o negati, come la spiritualità, la religiosità liberata dagli apparati, la corporeità, la cooperazione fra generazioni, ragazzi-educatori-genitori, cioè un’educazione di sintesi fra la tradizione e l’innovazione, fra il meglio dell’esperienza religiosa dell’umanità e in particolare, ma in modo non esclusivo, fra il Vangelo e la scienza, fra la dimensione spirituale e quella intellettuale-fantastica-materiale-corporea, fra il mondo simbolico e rituale religioso e la simbologia laica).

PREMESSA

Il senso delle religioni per la nostra vita, per l’alimento dei valori sui quali vogliamo impostarla, spenderla, trasmetterla ai figli, è condizionato a un cammino di profonda trasformazione. È questa la nostra esperienza di comunità cristiane di base da molti anni. Il dominio delle istituzioni costituite, dei dogmatismi, dei fondamentalismi, degli ordinamenti di appartenenza totalitari, dove più, dove meno, imprigiona le tradizioni religiose, le mummifica, le rende inservibili per alimentare il senso della vita. Religioni, testi, riti, orizzonti di fede, orientamenti etici, così imbalsamati e imposti dall’alto, dalle cattedre dei guru, dai troni di caste teocratiche, non solo non ci servono, ma sono ostacoli ai nostri cammini e alla rete delle relazioni interpersonali e sociali. È per questo che molte persone si sbarazzano totalmente delle religioni. La laicità radicale, completamente estranea ad ogni elemento di religiosità, è un’opzione pienamente legittima e rispettabile, ci mancherebbe. Ma, così facendo, viene gettato il bambino con l’acqua sporca. Dove il bambino è la vitalità generativa, la forza esplosiva, la densa saggezza umana delle esperienze profetiche da cui le religioni nacquero e che nella storia hanno preso due strade opposte: una la strada del connubio col potere, l’altra la strada della resistenza sotterranea negli anfratti della grande storia, intrecciandosi con le culture negate e con i processi di trasformazione dal basso.

Basta pensare, solo per fare un esempio, al ruolo che ebbe la riscoperta dei valori di liberazione del vangelo da parte dell’iniziale movimento francescano, i fraticelli, con la genesi storica iniziale del proletariato. Il tumulto dei Ciompi – afferma lo storico Niccolò Rodolico – s’iscrive nella storia del lavoro e degli operai come evento generativo di un processo storico che dal Medio Evo giunge all’età nostra: «È la prima volta in cui si forma e si afferma una coscienza operaia con un proprio programma che si vuole inserito in un ordinamento politico… La coscienza operaia che venne formandosi… ebbe turbamenti e fermenti rivoluzionari, che non traevano origine e stimoli da fatti economici, sebbene da sentimenti religiosi, sui quali agirono idee ed eresie del mondo francescano» (I Ciompi, Sansoni, Firenze, 1945). Forse il Rodolico si è fatto prendere un po’ la mano, fin quasi a sembrar escludere che i fermenti rivoluzionari traessero origine da stimoli e fatti economici. È da ritenere però valida la tesi di fondo: trasformazione spirituale-religiosa e trasformazione economica-sociale-politica si alimentavano a vicenda nelle rivolte popolari del nascente proletariato, nell’Europa del Trecento (cfr. Raoul Manselli, Religiosità e rivolte popolari nell’Europa della seconda metà del Trecento, in AA. VV. Il Tumulto dei Ciompi, Olschki, Firenze 1981). Quello dei Ciompi è solo un esempio fra tanti dell’intreccio costante fra spiritualità, religiosità e vita.

E oggi, fra i due atteggiamenti di massa, cioè l’adeguamento passivo alla religione di chiesa e il rifiuto totale di ogni senso di religiosità, ci sono minoranze, sia colte sia popolari, fra cui le comunità di base, che hanno scelto la strada della ripresa della resistenza sotterranea dei valori religiosi, in collegamento con i movimenti attuali di liberazione.

Per concludere, possiamo dire che l’attualità delle religioni in relazione alla nostra vita è legata in gran parte a un profondo processo di trasformazione. Lo stesso vale per il futuro delle religioni, di tutte le religioni ma in particolare del cristianesimo. Senza radicale trasformazione le religioni istituite sono destinate a sopravvivere come puro folklore.

Ma qui occorre un decisivo approfondimento critico. Bisogna rendersi conto che per una vera profonda trasformazione non bastano le idee o le parole. Ci vogliono le idee nuove, ci vogliono le parole nuove. Ma non sono sufficienti da sole. Le idee cambiano le idee e non necessariamente la prassi. Le parole da sole possono anche servire a coprire più o meno ipocritamente una sostanziale continuità, anzi a ribadirla. E siamo alla sostanziale positività e potremmo dire esemplarità della Comunità nostra dell’Isolotto. Questo non vuol dire che vogliamo proporla come modello. Ma solo come indicazione di un possibile percorso per chi è in ricerca.

Idee nuove, parole nuove non devono restare nei circoli intellettuali e nei libri, ma è necessario che si incarnino in tutti gli aspetti della vita pratica, aprendo cammini nuovi e al tempo stesso antichi perché alimentati appunto alle esperienze e ai valori della religiosità generativa, liberata dal dominio della religione di chiesa o di apparato.
Ha ragione il sociologo Franco Ferrarotti nel sostenere che la fame di sacro e il bisogno di religione vanno sottratti all’abbraccio mortifero della religione-di-chiesa, burocratica e gerarchicamente autoritaria. Ma come? Ecco l’utilità di sperimentazioni che pur nella loro fragilità sono riuscite ad aprire varchi.

COME “INCARNARE” NELLA VITA IDEE E PAROLE NUOVE

Tutta questa premessa per arrivare al punto che qui ci interessa comunicare: come incarnare in uno degli aspetti fondamentali della vita, cioè nel rapporto educativo (una volta si diceva “catechesi”), gli orizzonti nuovi che si aprono nel campo delle religioni, le idee nuove e le parole nuove che nascono in tutto il mondo in quella realtà che abbiamo definito sopra «resistenza sotterranea dei valori religiosi generativi» e che forse non è più nemmeno tanto sotterranea. C’è ovunque infatti un grande fermento teologico che destruttura tutti gli apparati religiosi e il mondo del sacro. Il problema è come incarnarlo nei vari aspetti della nostra vita. Ci sono preti che fanno omelie sparate contro gli apparati ecclesiastici. Ma sono sempre loro, dal pulpito, dall’alto del loro prestigio di rappresentanti della casta del sacro. E così idee e parole nuove servono a coprire e favorire una sostanziale continuità.

Se c’è una vittima della cultura violenta del sacro, è l’educazione o meglio sono i bambini. La lezione di religione o di catechismo separata dalla vita, impastata di sensi di colpa, di peccato, di sacrificio, di paura, è una delle più grandi violenze che si possono fare alle coscienze in formazione. Si grida, e giustamente, contro la pedofilia del clero e si ignora e si tace su questa specie di “pedofilia strutturale del sacro”. Chi pratica percorsi pedagogici innovativi con forza creativa è così indotto a ignorare completamente i valori religiosi. Ma dovrebbe capire che da una educazione o da una scuola laica non si possono escludere gli aspetti spirituali e religiosi né si devono delegare ad insegnamenti specializzati e separati rispetto alle varie discipline. Altrimenti i giovani verranno formati in aspetti fondamentali della personalità e della coscienza solo dall’insegnamento catechetico della religione di chiesa, senza potersi confrontare con un sapere laico. Come si fa ad insegnare matematica, scienza, letteratura, ecc., evitando di vedere e rilevare gli inestricabili intrecci attraverso cui queste discipline si sono sviluppate nella storia e che sempre hanno compreso elementi di filosofia, spiritualità, religiosità? Il libro L’infinito del grande scienziato Lucio Lombardo Radice mette in evidenza tali intrecci partendo dall’affermazione di un altro grande matematico, Georg Cantor, padre della moderna teoria degli insiemi: «La teoria degli insiemi appartiene in profondità alla metafisica… e c’è un legame indissolubile fra metafisica e teologia».

Esperienze di catechesi (usiamo ancora questa parola vecchia) liberatrice per la verità ce ne sono, forse in abbondanza, specialmente fuori d’Italia, ma non emergono, sono scollegate fra loro, non costituiscono più movimento. Soprattutto, tali esperienze sono private, dalla cappa di conformismo che c’è in giro, degli strumenti di comunicazione e di confronto.

È così che quei genitori e insegnanti che riescono a percepire la struttura autoritaria e sottilmente violenta della catechesi, e ne soffrono, non riescono a trovare punti di riferimento per impostare una ricerca in campo religioso che sia coerente con la loro impostazione pedagogica. Si tratta spesso di educatori che praticano una pedagogia strutturalmente laica, invitano a porsi interrogativi e curiosità più che dare risposte, impostano metodologie di ricerca più che proporre/imporre saperi e verità, favoriscono il protagonismo dei ragazzi e dei giovani piuttosto che imporre la propria personalità, orientano verso un sapere socializzato e verso la cooperazione dando l’esempio e quindi presentandosi agli studenti e anche ai figli non in forma individuale ma come gruppo, équipe, comunità di operatori educativi che collaborano e si confrontano, tesi a socializzare il sapere piuttosto che a trasmettere un sapere posseduto. Ma essi non riescono a trovare strumenti per praticare coerentemente questa pedagogia nel campo dell’educazione religiosa.

L’ESPERIENZA DELL’ISOLOTTO

All’Isolotto si osa proseguire tutt’ora una sperimentazione centrta su alcuni caratteri essenziali di contenuto e di metodo che riteniamo molto attuali.

– Laicità come liberazione e autonomia dalle dipendenze alienanti, dall’assolutismo con cui non di rado vengono presentate ai giovani le acquisizioni della scienza e specialmente della storiografia, dal dogmatismo di quelle che vengono definite “verità di fede”, dall’omologazione ai modelli imposti da un sistema di norme morali senz’anima.

– Spiritualità-religiosità-sapienza, non in senso moralistico e impositivo, non come “dover essere” né come colpevolizzazione, ma piuttosto nel senso della ricerca per elaborare insieme ai ragazzi/e il bisogno di orientare positivamente la propria esistenza, partendo da interrogativi, angosce, paure, idealità, esperienze, e alimentandosi al patrimonio prodotto dall’umanità, in particolare, ma non in modo esclusivo, al Vangelo e alla Bibbia.

– Creatività, utilizzando “tecniche didattiche” diverse, molte delle quali i ragazzi/e conoscono già perché ormai ampiamente usate nella didattica scolastica.

– Intercultura, che significa educazione in un orizzonte di arricchimento reciproco e di intreccio fra le culture. Si parla molto oggi di intercultura, ma di frequente ci si limita al dialogo – spesso riservato ai rappresentati ufficiali delle religioni con sistematica esclusione per ogni realtà di dissenso interno ad ogni religione o cultura – e anche all’apertura a una conoscenza e a un certo rispetto per fedi, usanze, e ritualità diverse. Tutto questo non è certamente da sottovalutare, ma non è ancora intercultura. Può essere un primo passo, purché in un cammino senza preclusioni. Mentre spesso è un approdo nella convinzione della superiorità se non della assolutezza della propria cultura e religione.

– Partecipazione-collaborazione fra bambini e ragazzi di età diversa, fra giovani e adulti, priva di ogni elemento di esclusione o emarginazione (handicappati, credenti-non credenti-diversamente credenti (…).

A questo punto sarebbe bello poter offrire il racconto degli incontri, tappa per tappa, le cadenze delle animazioni, i metodi usati, i materiali prodotti. Qualcuno di noi prima o poi dovrà farlo. Sarebbe un importante servizio per tanti educatori in ricerca.
Ci limitiamo però a offrire il resoconto dell’ultimo incontro.

RELAZIONE SULL’INCONTRO DEL 15 MAGGIO 2011

Domenica 15 maggio ci siamo ritrovati per l’ultima tappa del percorso di quest’anno dedicato al tema “Coltivare speranza”. È stato un incontro denso di significati e leggero insieme. Lo raccontiamo per condividere emozioni e pensieri con tutti e per conservarli nel cammino futuro che ci attende. Ci siamo seduti tutti in cerchio ed abbiamo cercato di collegare i fili degli incontri precedenti con il senso che pensavamo di dare a questa serata che volevamo trascorrere insieme. Il cammino sul tema della speranza è stato fatto tramite questi passi:

– Coltivare speranza attraverso il rapporto con la natura: 4 pomeriggi trascorsi insieme a partire da novembre. In questa prima parte del percorso abbiamo coltivato la speranza piantando tulipani, scoprendo i significati dell’albero di Natale, ricercando insieme le relazioni fra la nostra identità e il rapporto con la grande madre natura, perché siamo acqua, mare, terra, aria, piante, animali…

– Coltivare speranza attraverso il rapporto positivo con le diversità: 4 pomeriggi della seconda parte del percorso trascorsi andando ad osservare e a giocare con le diversità, scoprendoche persone diverse e cose diverse, anche se a volte ci sembrano o ci sono presentate come qualcosa di cui non fidarsi o addirittura di pericoloso, in realtà sono diversità che fanno parte della natura, della vita e sono una straordinaria ricchezza.

In questo ultimo incontro, del 15 maggio, per completare questo tema della diversità, si è deciso di raccogliere alcuni interrogativi emersi precedentemente dai ragazzi più grandi che riguardavano le differenze fra maschi e femmine ed anche il tema dell’omosessualità.

LABORATORIO SULLE DIFFERENZE DI GENERE

Ci siamo divisi in due gruppi: le femmine da un lato e i maschi dall’altro. Ai maschi è stato dato un biglietto, con il testo: «Mi piace essere maschio perché… Mi piacerebbe essere femmina perché…». Alle femmine è stato dato un biglietto con il testo: «Mi piace essere femmina perché… Mi piacerebbe essere maschio perché…».

I biglietti sono stati scritti da tutti i presenti, piccoli e grandi, in forma anonima, e poi raccolti in una scatola. Tutti si sono cimentati con serietà e c’è stato un momento di concentrazione e riflessione personale e silenziosa.

LABORATORIO SULLA CORPOREITÀ

Coltivare speranza è coltivare l’energia positiva che abita dentro e fuori di noi, questo è il senso che abbiamo voluto far emergere con questo laboratorio. Dentro di noi abita quella che possiamo chiamare una disposizione dell’animo, una energia positiva, che, se viene coltivata, ci dà benessere, salute, rispetto di noi stessi e degli altri, positività, ci fa sentire collegati alla natura, alle piante, agli animali, alle persone, alla terra, al cielo e all’universo, e ci permette, secondo il pensiero orientale, ma anche, ad esempio. per persone come Giordano Bruno, di sentire la divinità in ogni cosa, in ogni creatura. Ci permette di sentirci tutti diversi e tutti parte della stessa unione.
Lucia, una delle mamme del gruppo, ha introdotto questo laboratorio condividendo con tutti noi il piacere e la soddisfazione di aver concluso una formazione di operatore Shiatzu che le ha aperto un mondo nuovo di idee, capacità e consapevolezze. Ci ha raccontato alcune cose sull’“antica visione cinese del mondo” e poi ci ha guidato in un lavoro sulla corporeità.

L’ANTICA VISIONE CINESE DEL MONDO

Gli antichi cinesi percepivano gli esseri umani come un microcosmo dell’universo che li circondava, formati dalle stesse forze primordiali che danno origine al macrocosmo. Immaginavano se stessi come parte di un insieme continuo, chiamato Tao, una singolare relazione fra interno ed esterno. I filosofi cinesi hanno studiato la natura per migliaia di anni, scoprendo come interagire con essa per coltivare e guidare il Qi (pronunciato “ci”), la forza e sostanza animatrice, l’Energia. Il senso di connessione con il Tutto era generalizzato e il destino umano era considerato interamente legato alla natura. Il mondo era visto come un’entità in cui ogni sistema vivente interagiva e si sosteneva reciprocamente con ogni altro. La filosofia occidentale era più affine a quella orientale, fino al Rinascimento del XVII secolo, quando la nostra civiltà rivoluzionò il suo pensiero. Fu allora che la Filosofia della Scienza del 1600 cominciò a considerare le persone indipendenti dai sistemi viventi circostanti, ritenendo che noi potessimo dominare e sfruttare la natura senza subirne le conseguenze. Così sfuggimmo dalla dipendenza e dall’attaccamento al mondo naturale, perseguendo invulnerabilità, invincibilità e immortalità…

Quattrocento anni dopo, molti di noi rimpiangono questo atteggiamento, consapevoli che “un organismo che distrugge il proprio ambiente distrugge se stesso”. Gli esseri umani hanno insudiciato il proprio nido, il che è segno sicuro di follia o malattia, quando viene osservato in altri componenti del regno animale. La contaminazione di fiumi e mari mette in pericolo i pesci e minaccia la nostra provvista di acqua potabile; l’abbattimento delle foreste toglie ossigeno alla nostra terra; l’utilizzo continuo di combustibili fossili rende irrespirabile l’aria delle nostre città. E la lista può essere molto più lunga. La gravità di problemi come questi ha spinto un numero sempre crescente di persone a ri-formare la propria coscienza e a ricercare nuovi “modelli” di relazione fra gli uomini e fra questi e la Terra. La medicina cinese può essere uno di questi modelli e può aiutarci a capire il modo per riscoprire questa unione e ricreare l’armonia con tutto l’insieme.

RIFLESSIONI SULL’ESPERIENZA

(…) Al termine del lavoro sulla corporeità, ci siamo scambiati un po’ di impressioni su ciò che avevamo sentito con le nostre mani e con i nostri corpi, usando parole come calore, freddo, leggerezza, rilassamento, timore, fiducia, sintonia.
Lo scopo dei nostri “giochi” voleva essere quello di sperimentare modi diversi di relazionarci; provare a sentire l’energia che sprigiona dai nostri corpi e dal contatto con gli altri ed ascoltare differenze di altra natura rispetto al sesso, all’età, all’estrazione sociale, alla cultura o alla religione. Poi abbiamo aperto la scatola magica dei bigliettini e abbiamo letto:

«Mi piace essere maschio perché: posso fare la pipì in piedi e in tanti posti. Mi piacerebbe essere femmina perché: potrei avere capelli molto lunghi e farmi anche le treccine».

«Mi piace essere femmina perché: le femmine fanno i bambini. Mi piacerebbe essere maschio perché: tornano la sera quando vogliono senza paura di essere molestati».

«Mi piace essere maschio perché: posso giocare a calcio. Mi piacerebbe essere femmina perché: potrei giocare a bambole».

«Mi piace essere femmina perché: in classe nostra brontolano solo i maschi e poi le femmine possono fare karate invece i maschi non li ho mai visti a danza! Mi piacerebbe essere maschio perché: …».

«Mi piace essere maschio perché: la società è maschilista e così parto in vantaggio. Mi piacerebbe essere femmina perché: sarebbe un’occasione per cercare di cambiare la società».

«Mi piace essere femmina perché: la natura ha deciso così. Mi piacerebbe essere maschio perché: per verificare se siamo poi così diversi».

Queste sono solo alcune delle tante risposte e annotazioni.

La lettura è stata piacevole e divertente, grandi e piccoli siamo stati stimolati a fare osservazioni, battute, riflessioni anche profonde sulla nostra cultura, la nostra vita personale, la nostra storia. Abbiamo anche ricordato la manifestazione del 13 febbraio scorso organizzata dalle donne e intitolata “Se non ora quando?” alla quale molti di noi, uomini e donne, ragazzi/e e bambini/e hanno partecipato, per ribadire che le donne non sono solo quelle “oggetto”, usate in quanto bei corpi da mostrare, mercificate dalla televisione, dalla pubblicità e da una parte della nostra società e classe politica. La grandissima maggioranza delle donne è data da madri, figlie, nonne, maestre, avvocate, operaie, infermiere, impiegate, medici e mille altre cose; hanno cuore, cervello, corpo e passione per affrontare la vita, il lavoro, le professioni e ogni dimensione del vivere. E se ci sono uomini la cui idea delle donne è quella delle “veline”, ci sono molti uomini che desiderano e sostengono la libertà delle donne. La loro presenza alla manifestazione del 13 marzo voleva mostrare questo.

Sempre stimolati dalla lettura dei nostri biglietti, abbiamo anche toccato il tema dell’omosessualità: in maniera semplice e naturale, facendo qualche riferimento personale a conoscenze o episodi di emarginazione. Alla fine tutti eravamo d’accordo nell’affermare che anche la diversità nelle preferenze sessuali fa parte della natura, non pregiudica affatto la qualità delle persone e va accolta come una delle infinite possibilità che la natura offre. (…).