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Le donne che avete umiliato sono mie sorelle

Marcella Ràiola
www.womenews.net

Lettera aperta ai dirigenti della Ma vib

Vi scrivo per significarvi tutto il mio disprezzo di donna, docente e persona, per aver osato banalmente e violentemente ridurre a inerti contenitori di seme, a “madri-per-forza”, a macchine da riproduzione delle persone, delle donne, degli individui singoli, pensanti, dignitosi, liberi di scegliere e irripetibili, umiliando e offendendo l’umanità intera e la vostra stessa capacità (troppo esigua, ahimé!) di ragionare.

In questo momento sono moltissime le persone indignate e sgomente che, di fronte alle vostre nauseanti e inconcepibili dichiarazioni sul ruolo sociale e pubblico delle donne e sul loro apporto (insurrogabile e insostituibile!) al mondo del lavoro e allo sviluppo, vi stanno ricordando che esiste un articolo della Costituzione, il n° 37, da voi impudentemente violato e calpestato, che recita: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore…”.

A me non preme solo rammentarvi l’infrazione giuridica commessa, ma mettervi di fronte alla violenza estrema, al razzismo profondo, alla brutalità disumana e alla stoltezza di cui avete dato prova, ignobilmente e insolentemente discriminando le vostre lavoratrici, di cui non siete degni.

Non solo. Non siete degni neppure di fregiarvi del titolo di “lavoratori” o di “imprenditori”, perché un vero lavoratore, un vero imprenditore è uno che sa che il lavoro non è solo una rogna più o meno ben remunerata, uno “stipendio” utile alla sussitenza ovvero utile a comprarsi le calze senza tendere la mano al marito-padrone, ma è uno che sa bene e che crede fermamente che il termine “lavoro” riassume e sussume passione, orgoglio, realizzazione esistenziale, studio, fatica, curiosità intellettuale, capacità e volontà di tessere relazioni umane, appartenenza a un gruppo, partecipazione democratica, entusiasmo, competenza e sfida ai propri limiti, professionalità, esperienza, senso di responsabilità, soddisfazione per quel che si è stati capaci di essere e di diventare, una soddisfazione e un vanto che costituiscono, per un eventuale figlio, un dono assai più prezioso che il gingillo acquistato con lo “stipendio secondario” della mamma…

Vi scrivo per significarvi tutto il mio disprezzo di donna, docente e persona, per aver osato banalmente e violentemente ridurre a inerti contenitori di seme, a “madri-per-forza”, a macchine da riproduzione delle persone, delle donne, degli individui singoli, pensanti, dignitosi, liberi di scegliere e irripetibili, umiliando e offendendo l’umanità intera e la vostra stessa capacità (troppo esigua, ahimé!) di ragionare, nonché le vostre mogli e le vostre figlie, che immagino non avrete mandato a scuola e non manderete all’università, visto che il loro “destino”, secondo la vostra riduzionistica e cavernicola visione del mondo, della famiglia e della vita, sarebbe (sarà) quello di figliare in silenzio e di prendersi cura della prole!

Davanti alle vostre aberranti affermazioni arrossisco anche per voi, che non ne siete stati e non ne siete capaci, e che siete protetti e avallati, come è evidente, da un clima politico e istituzionale che va nella direzione della mortificazione dell’intelligenza e della cultura, del pluralismo e della dignità, e che promuove prostituzione corporale e ideologica, appiattimento servile, volgarità, insipienza e indecenza.

Vi prevengo, tuttavia, che quella parte del paese ancora e sempre libera e ligia alle leggi, a quelle scritte e a quelle non scritte ma parimenti vincolanti al rispetto dei diritti delle donne e degli uomini che si professano e che sono UGUALI, non vi lascerà normalizzare e normativizzare l’ignoranza e la sperequazione, non vi lascerà calpestare secoli di emancipazione dolorosa e laboriosa dai vincoli della bestiale violenza maschile, una violenza che è viltà, esclusione, paura del confronto, invidia, frustrazione penosa.

Le donne che avete umiliato sono mie sorelle, sono io, sono le vostre figlie, che forse madri non vorranno mai diventare ma che vorranno esprimersi, perfezionare e conquistare se stesse nel e sul Lavoro, siamo noi, il paese evoluto e consapevole, colto e produttivo, quello che merita di vincere questa oscena battaglia che avete dichiarato non solo alla civiltà ma, soprattutto, alla felicità cui ciascuno, uomo o donna, ha diritto a tendere.

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A proposito dei 13 licenziamenti alla Ma-Vib di Inzago. Il posto delle donne è il mondo intero

Nicoletta Pirotta, IFE (Iniziativa Femminista Europea)
www.womenews.net

Quando ho letto questa notizia ho subito pensato che i proprietari della Ma-Vib di Inzago confermassero che il genere umano usa solo in pochissima parte il cervello. Poi però continuando a leggere ho scoperto che allo sciopero, indetto opportunamente dalla FIOM di Milano, non hanno partecipato i colleghi maschi. E allora tutto si complica.

Già l’anno scorso, se non ricordo male, in un articolo comparso sul “Manifesto” Vertova e Vincenti, l’una economista e l’altra sociologa, hanno invitato a riflettere sulle ricette “anti-crisi” che si stavano applicando a livello europeo.
Il rischio, sostenevano, è che l’intreccio fra le politiche di riduzione della spesa pubblica e di contenimento del costo del lavoro avrebbero potuto creare una situazione in cui vi sarebbe stata una diminuzione di lavoro “produttivo” salariato di contro ad un aumento considerevole di lavoro non pagato di “riproduzione” domestica e sociale.

Credo sia superfluo sottolineare che in una siffatta situazione alle donne toccherebbero i secondi , perchè sotto sotto, anche in ambito “progressista” , siamo rimaste/i alle teorie di Proudhon ( e dei Padri della Chiesa )secondo cui “il luogo della donna è la casa”.

Quanto è successo alla Ma-Vib di Inzago, fabbrica metalmeccanica dell’area milanese, ci dice che i timori sono più che fondati: 13 operaie rischiano, infatti, di essere licenziate (alla fine del periodo di cassa integrazione) perché, sostengono le maestranze dell’azienda, lo stipendio che portano a casa è il “secondo” (come il loro sesso verrebbe da dire) cioè il meno importante e perché, vivaddio, potranno curarsi i loro bambini senza portarli nei (pochi) asili pubblici, notoriamente luoghi di perdizione dell’infanzia!

Quando ho letto questa notizia ho subito pensato che i proprietari dell’azienda milanese confermassero superbamente le teorie secondo le quali il genere umano usa solo in pochissima parte il cervello.
Poi però continuando a leggere ho scoperto che allo sciopero, indetto opportunamente dalla FIOM di Milano, non hanno partecipato i colleghi maschi. E allora tutto si complica.

Non siamo solo in presenza di imprenditori sciocchi e misogini e non si tratta solo di misure discriminatorie fra donne e uomini, c’è di più e cioè il prepotente ritorno nella scena pubblica di una concezione patriarcale secondo la quale il posto delle donne è il focolare domestico.

Come non ricordare l’ostilità del genere maschile all’ingresso delle donne nelle fabbriche agli albori del processo di industrializzazione perché le donne “rubavano” il lavoro agli uomini ?

E come non risentire i pregiudizi che avvelenarono il nascente movimento operaio che, alla fine del’800, per bocca di alcuni dirigenti sostenne la necessità di togliere le donne dalle fabbriche per” liberarle” e consentire loro di raggiungere la meta essenziale del genere femminile: essere madre di famiglia, rimanere al focolare domestico ed essere interdetta da qualsiasi lavoro salariato?

E’ pur vero che il neoliberismo globalizzato negli ultimi trent’anni , attraverso il processo di “femminilizzazione” del lavoro, si è abbondantemente servito di manodopera femminile in modo da generalizzare le modalità di ingresso al lavoro storicamente assegnate alle donne (flessibilità, tempo parziale, salari bassi, precarietà,…).

E’ altrettanto vero però che il capitalismo continua a considerare la lavoratrice (o il lavoratore) una variabile dipendente dalla produzione servendosene in modi e in tempi congeniali al profitto.

Ora so bene che, in questo caso per fortuna, “una rondine non fa primavera”. Non mi sfugge la complessità dell’attuale situazione economica, sociale e politica che non può essere interpretata in modo univoco o semplificato.

Credo però che la motivazione del licenziamento delle 13 lavoratrici di Inzago solleciti tutte le donne consapevoli dei loro diritti ad una forte presa di posizione a loro favore ed ad una vigile attenzione. Nessuna dorma, ragazze!

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