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Le donne ripartono da Siena

Laura Montanari
www.repubblica.it

E’ nato il movimento delle donne che si organizza su scala locale attraverso i comitati. “Se non ora, quando?” diventa un progetto politico che si organizza e vuole confrontarsi con la politica. La piazza della domenica è ancora strapiena. Numerosi e rapidi gli interventi della tassativa durata di tre minuti.

Applauditissima Lidia Menapace: “Che felicità faticosa e bellissima essere qui – esordisce la storica del femminismo – Sono qui anche come cordinatore delle donne dell’Anpi perché sono vecchia e ho fatto la Resistenza. La bellezza di questo movimento è che non seppellisce quello degli anni 70, ma rivendica una sua autonomia”. Poi l’affondo: “la trasversalità non deve essere confuso con il qualunquismo. Non è vero che le donne sono tutte uguali, – spiega Menapace – esistono percorsi e identità culturali diverse, io per esempio con una come Giulia Buongiorno voglio discutere… ” ma sottintende, non mi sento certo dalla stessa parte.

Donne in una grande rete per cambiare l’Italia: “Se non ora quando” (Snoq) è diventato movimento e ora si propone l’obbiettivo ambizioso di radicarsi sul territorio e far sentire la voce femminile in una società «ancora così tanto strutturata dal potere maschile».

In due giornate di dibattito e confronto – ma anche di festa e allegria – oltre 2000 donne di diverse generazioni hanno messo a punto, ieri e oggi a Siena, la strategia per il futuro. Snoq si prepara per l’autunno che, prevedono, sarà «caldo» ma ha un’emergenza immediata: la manovra finanziaria, spiegano le attiviste, con le sue norme «contro le donne».

È stata Serena Sapegno, docente di letteratura italiana alla Sapienza, a concludere oggi la convention indicando la strada dei prossimi mesi come sintesi delle idee formulate in questi due giorni. Sapegno ha sostituito Cristina Comencini, affaticata dal gran caldo e dal lavoro delle ultime settimane, che stamane è stata colta da un lieve malore. «La spinta arriverà – ha spiegato la docente – da un lavoro capillare di radicamento attraverso l’apertura a tutte le donne, diversamente impegnate nella società a tutte le competenze e a tutte le associazioni che fino ad ora separatamente e senza contatti hanno cercato di rispondere al desiderio delle donne di contare e trasformare la società».

Sono tante le storie, le testimonianze delle donne di tutte le età che si alternano al microfono. Decisiva nel fare da collante per il movimento la rete multimediale creata dai blog e dal social netwok come sottolinea Giorgia Serughetti, una delle animatrici dell’anima web. Chiudono la manifestazione Francesca Comencini, che sostiutuisce la sorella Cristina colpita da un lieve malore, Serena Sapegno e Carla Fronteddu dottoranda in filosofia di 26 anni cordinatrice del movimento a Siena.

Trasversale per identità e radici. “Colpisce la passione e la voglia di costruire di questo movimento, è così diverso da altri incontri politici”, spiega la scrittrice Paola Zannoner. Lavoro, maternità, uso del corpo delle donne è il triangolo che numeri alla mano, affossa la parità. Non una questione soltanto di anti-berlusconismo, il fronte è più ampio: “Se non ora, quando?” parte da questi temi. Anzi prosegue perché in questi mesi, sparito dalle piazze fisiche, il movimento è cresciuto in quelle virtuali: su blog e social network dove il logo del grande palloncino tenuto da una figura piccolissima, si è diffuso come un virus in migliaia di post, senza mediazioni, senza nomenklatura.

“Il percorso sarà lungo – dice Nicoletta Dentico dell’associazione Filomena, ex direttrice di Medici Senza Frontiere – perché vent’anni di questa cultura hanno prodotto gravi arretramenti per le donne”. Disoccupazione e precariato rosa ci zavorrano al penultimo posto in Europa. “Non vogliamo essere un partito, ma un movimento organizzato che chiede alla politica più attenzione alle donne e detta un’agenda”, sostiene la filosofa Francesca Izzo.

Ieri sul palco le differenze si sono viste e alcune sono state fischiate. Per esempio Rosy Bindi appena ha detto che chiederà al suo partito di “restare dentro questo movimento”. “Se mi fischiate non avete capito – replica – nessuno metterà il cappello, conserverete la vostra autonomia. Sono qui a ringraziarvi di aver fatto cambiare il vento”.

Fischiata anche Flavia Perina di Futuro e libertà quando difende la legge elettorale senza preferenze: “Li hai votati quelli lì”, le grida qualche voce. “Mi rifiuto di stare dentro uno schema in cui le veline sono di destra e l’impegno di sinistra – prosegue lei – Sono qui a dire che non ci sono steccati quando parliamo di merito, diritto, uguaglianza”. La convivenza di anime ideologiche diverse è la ricchezza del movimento, “tenerle unite sarà la sfida da cui dipenderà il futuro”, conclude Cristina Comencini.

Siena ha allargato le braccia al nuovo femminismo: il sindaco Franco Ceccuzzi ha ceduto la piazza, la Fondazione Monte dei Paschi spostato il concerto, alcune contrade hanno dato tavoli e cucina, i produttori hanno offerto il vino, altre donne, un centinaio alla fine hanno aperto le loro case offrendo per solidarietà posti letto gratis al movimento.

Due le chiavi di lettura del dibattito che si è tenuto nella mattinata di oggi: il percorso, come racconto dell’esperienza, e i temi del movimento, in primo luogo precarietà, maternità e lavoro. Dalla voce delle protagoniste sono stati sottolineati i rischi della manovra finanziaria che, «in un Paese come il nostro – hanno detto – con un welfare inadeguato, aggrava la situazione, colpendo soprattutto le donne e scaricando su di loro i costi della crisi». Da qui la richiesta della maternità come diritto a carico della fiscalità generale e il congedo della paternità obbligatorio. Senza dimenticare che i tagli al welfare costringono le donne a supplire con la loro attività di cura ai servizi e all’assistenza negata. Battaglie da affrontare subito, se non ora quando?.

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Il vento cambia anche per le donne

Daniela Preziosi
www.ilmanifesto,it

«E alle donne politiche voglio dire una cosa: non camminateci sopra, non fate di noi un cappellino politico». L’applauso scroscia come una doccia fresca quando la napoletana Simona Molisso parla dal palco del torrido Parco Sant’Agostino, davanti a duemila donne in battaglia contro un paese «che non è per donne». Siamo a Siena, all’appuntamento nazionale di Se non ora quando, il movimento che da Roma il 13 febbraio ha segnato l’inizio della primavera italiana. Poi c’è stato tutto il resto, amministrative, referendum, vento che cambia. Sul palco salgono in centinaia, donne, vecchie, mature o ragazzine, tutte diverse, tutte in grado di cantare People have the power di Patti Smith e tutte in grado di rappresentare questa moltitudine plurale che guarda con diffidenza la politica e riserva qualche fischio alle politiche «amiche» venute fin qua. Simona, però, lo rappresenta benissimo, con il suo personale paradosso: avverte le politiche «non camminateci sopra», eppure lei è una politica: una delle cinque donne elette nel nuovo consiglio comunale di Napoli.

Perché è inutile girarci intorno: questo appuntamento ovviamente «è già politica», ed è la politica al centro di questo appuntamento. Una politica generalmente intesa, che rappresenta male le donne, dicono in molte pensando alla corte di Berlusconi, ma anche verso il centrosinistra non ci sono particolari entusiasmi. «Abbiamo convocato il paese», rivendicano, «Ora dobbiamo mirare in alto, pensare in grande. Lavoriamo per noi cioè lavoriamo per l’Italia». Non si farà un partito, giurano tutte, ma oggi nascerà ufficialmente il movimento, «da ora in poi continueremo ad allargare la rete e a porre la nostra agenda di temi alla comunità politica. Nel contempo, continueremo un lavoro importante sulla coscienza di sé delle donne, sulla loro forza, sulla loro capacità di dare una svolta al Paese», dice la regista Cristina Comencini, una delle fondatrici del comitato nazionale, il cui intervento (finale) è atteso per oggi pomeriggio.

E così le esponenti politiche all’inizio, per riflesso condizionato di autodifesa, si siedono tutte insieme nelle sedie centrali: una trappola, lì il sole cuoce. Nel pomeriggio salgono sul palco e parlano, tre minuti come le altre, ma tutte si prendono la loro dose di fischi: Flavia Perina (Fli) quando dice di non ridurre tutto allo schema «le veline sono di destra e l’impegno è di sinistra», Rosy Bindi quando dice «chiederò al mio partito di venire fra voi», intendeva dire «mettersi in ascolto» ma la platea è ipersensibile al tema dei «cappellini politici» e fa una fischiata preventiva. Va molto meglio a Susanna Camusso, segretaria Cgil, da sempre impegnata in un pezzo del femminismo milanese. Qualche buuu lo prende anche lei all’inizio, per quell’accordo indigeribile firmato con Confindustria, ma poi è applaudita quando propone una legge per la paternità obbligatoria.

Il lavoro è il centro del discorso di tutte, la crisi ha messo a rischio la stanza tutta per sé dei tempi di Virginia Wolf. Dalle archeologhe che salgono in venti sul palco, a Linda Laura Sabbadini, dell’Istat, che scatta una foto sconsolante dell’Italia: «Meno di metà delle donne lavora, al Sud neanche un terzo. Siamo uno dei fanalini di coda in Europa. La disoccupazione femminile è più alta di quella maschile e a parità di titolo di studio le donne guadagnano meno».

L’altro tema fondativo è un concetto la cui definizione è più sfuggente, quello della dignità femminile. E qui siamo in un terreno complicato, che un happenig di piazza fatica a mettere a fuoco. Per Francesca Comencini, «il tema della dignità offesa delle donne non era un problema di decoro morale ma era contro la creazione di un velo che non consentiva alle donne di essere considerate cittadine del loro paese». Per altre è l’idea di una «più degna» rappresentanza femminile. Ma alla politica basterebbe forse chiedere, o ancor meglio fornire, presenza femminile, anche libera da inespletabili obblighi di rappresentanza di genere. Ma appunto, il movimento dovrà camminare.

C’è anche il tema della leadership e della rappresentanza del movimento «che sarà bene discutere e nominare esplicitamente», dice Nicoletta Dentico, un’altra delle fondatrici, associazione Filomena. Dovrà camminare anche parecchio, se ieri fra l’entusiasmo e i palloncini rosa è potuto anche succedere che a Giovannella che esponeva una bandiera No Tav è stato chiesto di chiudere la bandiera. Intanto dal 13 febbraio molta strada già è stata fatta, e si va stemperando (un po’), lo spirito da annozero, l’idea di una «uscita dal silenzio» iniziale, che finiva per negare il gran lavoro fatto e scritto dalle molte che mai sono state zitte.

Annozero non è, ma intanto si registra è «una nuova voglia di relazione, di mettersi insieme, in un noi che non appiattisca le differenze» (Cecilia D’Elia, assessora alla provincia di Roma) e che riconosca «le eccellenze come ricchezza e forza» (Francesca Izzo, Orientale di Napoli).

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