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La sfida delle donne per un welfare più giusto

Chiara Saraceno
Repubblica, 11 luglio

Il futuro incomincia oggi. Le donne che in questi mesi si sono spontaneamente e capillarmente organizzate per imporsi come protagoniste visibili e riconosciute nella sfera pubblica non possono esimersi dall’interloquire con l’agenda politica ed economica che si sta definendo in questi giorni.

Non è certo un momento facile. Mentre si stanno valutando i limiti e gli arretramenti di conquiste fatte in tempi più favorevoli, si devono fare i conti con una situazione difficile sotto tutti i punti di vista.

Non si tratta solo di fare i conti con il peso delle conquiste mancate, dell’arretramento della cultura politica, dell’esasperante immobilismo di quella imprenditoriale, del permanere di un monopolio maschile quasi intoccato in tutte le sfere decisionali.

Occorre anche definire una agenda economica e politica che sia equa (anche) dal punto di vista delle chance e dei costi specifici per le donne, in un contesto caratterizzato da risorse finanziarie ridotte, dove la discussione sembra riguardare esclusivamente quali diritti acquisiti colpire e quali difendere: con poco spazio per una ridefinizione dei diritti stessi e dei loro soggetti.

Per non rischiare di oscillare tra il velleitarismo e la rassegnazione del piccolo cabotaggio occorre immaginare una agenda realistica nella fattibilità ma intellettualmente e politicamente coraggiosa. Tra i punti di questa agenda mi sembra debbano stare innanzitutto una battaglia contro il monopolio di genere in tutti i posti che contano e un discorso pubblico sui diritti civili.

Si tratta di riforme a costo zero dal punto di vista economico, ma molto impegnative e difficili sul piano culturale e politico. Occorre battersi per entrare nei luoghi di presa delle decisioni, ma anche per modificare i criteri formali e soprattutto informali con cui si entra. Il che comporta sorveglianza ma anche spirito (auto)critico.

Affrontare il discorso sui diritti civili è sicuramente difficile per i rapporti interni ad un movimento che si vuole trasversale, dove stanno molte anime che si differenziano in alcuni casi profondamente su temi come la riproduzione assistita, l’aborto, le disposizioni di fine vita, la sessualità.

Ma se il movimento delle donne vuole essere una novità sul piano politico deve sviluppare la capacità di affrontare temi conflittuali senza dividersi e senza pretese di monopolio di verità. Se la diversità è un valore, occorre rispettarla senza imporre – anche normativamente – la propria. E viceversa lasciando a ciascuna/o la responsabilità di decidere su di sé, garantendole gli strumenti adeguati, potrebbe essere la prima radicale novità introdotta dal movimento.

Ma il movimento deve intervenire anche sulla manovra finanziaria, perché tocca questioni molto importanti per la vita pratica di ciascuna/o, oggi e nel medio periodo. Non vi è dubbio che la manovra approvata nei giorni scorsi, con i tagli agli enti locali, segna un pesante arretramento rispetto alle condizioni minime di conciliazione tra famiglia e lavoro che sono così importanti per le donne e per la loro possibilità di stare nel mercato del lavoro anche in presenza di responsabilità famigliari.

È necessario innanzitutto ridefinire i termini del problema. Il welfare – quello fatto di servizi, ma anche di sostegno al reddito per chi è in difficoltà – non è una spesa improduttiva. È un investimento sociale, in capitale umano e in coesione sociale.

Non investire in servizi per la prima infanzia, ad esempio, non significa solo rendere difficile la vita alle madri. Significa anche non investire nelle capacità delle nuove generazioni. Buoni servizi per le persone non autosufficienti sono innanzitutto uno strumento per riconoscere loro dignità e parziale autonomia dalla pur affettuosa solidarietà dei famigliari (se e quando c’è).

Affrontando la questione del welfare, il movimento delle donne non potrà esimersi dall’affrontare anche quello dell’età alla pensione per le donne nel settore privato. Perché non proporre uno scambio tra il mantenimento delle risorse per il welfare dei servizi e un anticipo dell’innalzamento graduale della pensione al 2012? La data di inizio della, lentissima, gradualità è troppo spostata in avanti, quasi di una generazione.

Proponiamo invece un patto tra generazioni di donne, con le madri che accettano una graduale dilazione della propria andata in pensione in cambio di servizi per le figlie e i nipoti. Ovviamente sotto il controllo di donne presenti massicciamente in tutti i luoghi che contano. Perché, come abbiamo visto, dei patti fatti con gli uomini, specie in politica, non ci si può fidare.

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