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Battaglie per scardinare la dottrina fondata sul peccato

Claudio Canal
il manifesto, 29 luglio 2011

Quando è nato il peccato originale? Con Adamo ed Eva, col serpente e la mela, sarebbe la pressoché unanime risposta di un improbabile sondaggio,confortata da secoli di incanto iconografico nelle tele di Masaccio, Tintoretto, Michelangelo, Rubens e mille altri.

Su come da Adamo sia arrivato fino a noi, le risposte sarebbero meno concordi: per trasmissione biologica, per discendenza, per la metafisica dell’essere e della natura. Fino all’esplicita ammissione del Catechismo della Chiesa Cattolica al paragrafo 404, «la trasmissione del peccato originale è un mistero che non possiamo comprendere appieno».

La data giusta della sua nascita è il 397 d.C. quando Agostino d’Ippona scrive un libro dal titolo De diversis quaestionibus ad Simplicianum in cui inizia a definire quella che sarà nei secoli a venire la fortunata teoria del peccato originale che, come è noto, si intreccerà profondamente con il pensiero occidentale.

I temi della caduta, della colpa, del male, della salvezza e della redenzione, della libertà individuale, del male di vivere hanno tutti un appoggio sul serpente, la mela e, soprattutto, sulla perfida Eva, bilanciata dalla perfetta Maria, immacolata, cioè senza peccato originale.

«Teoria della vera civilizzazione. Non è nel gas, né nel vapore, né nei tavolini spiritici, ma nella diminuzione delle tracce del peccato originale» scriveva Charles Baudelaire, non un teologo di seconda fila. A suo tempo, invece, Kant ne aveva già visto le palesi contraddizioni e Paul Ricoeur nel 1969, in un saggio che ha fatto epoca, scriveva: «Non si dirà mai abbastanza quanto male ha fatto alla cristianità l’interpretazione letterale, bisognerebbe dire “storicista”, del mito di Adamo; essa lo ha fatto cadere nella professione di una storia assurda e in speculazioni pseudo-razionali sulla trasmissione biologica di una colpevolezza quasi giuridica per l’errore di un altro uomo, respinto lontano nella notte dei tempi, non si sa bene dove, tra il pitecantropo e l’uomo di Neanderthal. Contemporaneamente il tesoro nascosto del simbolo adamitico è stato sperperato».

Peccato originale o benedizione originale? A questa domanda risponde senza peli sulla lingua Matthew Fox, un nome che porta bene, anche se non va confuso con l’interprete principale della fortunatissima serie televisiva Lost.

Il nostro Matthew Fox è un ex domenicano statunitense, ora episcopaliano, anzi «prete post-denominazioni» come ama definirsi, che nel 1983 ha scritto un corposo best seller di quattrocento pagine intitolato Benedizione Originale, ora tradotto in italiano come In principio era la gioia, alla sua terza ristampa (introduzione di Vito Mancuso, traduzione di Gianluigi Gugliermetto, Fazi 2011, pp. 428, euro 19,50).

Il domenicano ha dovuto confrontarsi nel 1988 con la Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta dal Prefetto Cardinal Joseph Ratzinger, soprattutto per le attività e le teorie elaborate dall’Istituto di Spiritualità della Creazione, fondato da Fox. Nel 1993 viene espulso dall’ordine.

Fox nel libro rovescia il paradigma: «La religione in Occidente deve abbandonare il modello esclusivistico di caduta e redenzione…, modello dualistico e patriarcale, la cui teologia inizia col peccato e con il peccato originale, e finisce di solito con la redenzione…e non insegna nulla riguardo alla Nuova Creazione o alla creatività, riguardo alla costruzione della giustizia e alla trasformazione sociale, o riguardo all’eros, al piacere e al Dio della gioia.

Non riesce a insegnare l’amore per la Terra o la cura per l’universo, ed è così spaventata dalla passione che non riesce ad ascoltare il grido addolorato degli anawim, dei piccoli della storia umana». Questo in sostanza l’interessante programma del volume, peraltro abilmente sintetizzato in un’appendice di quattro pagine in cui i due paradigmi vengono contrapposti su una tabella a due colonne.

Fox riesce bene, anche se in modo rapsodico, a mettere in luce l’importanza che la dottrina del peccato originale ha avuto nella costituzione della coscienza occidentale: un essere umano segnato dal peccato e dalla vergogna e perciò incapace di decidere cosa sia meglio per lui e per gli altri, sempre in attesa di una autorità che glielo dica e che pratichi il bene al suo posto e, magari, contro di lui. Un’autorità sacerdotale o politica, fa lo stesso.

Ma la strategia di Fox non è esclusivamente incentrata a dimostrare che il concetto di peccato originale è un falso sapere, come direbbe ancora Ricoeur, ma è soprattutto volta a elaborare una summa di spiritualità alternativa per la costruzione di un mondo pacificato in cui il peccato, originale o no, sia solo un residuo.

Le strade da percorrere per Fox sono: Via positiva (gioia, ospitalità cosmica, meraviglia), Via negativa (lasciarsi andare, silenzio, buio), Via creativa (creatività, Dio come madre), Via trasformativa (giustizia, compassione, interdipendenza). Ognuna ampiamente illustrata e approfondita, in una trama di illuminazioni strepitose e di banalità disarmanti, tanto da disorientare se solo ci si distanzia un poco dal tono sempre accattivante del testo.

La prima impressione è che Fox, nonostante tutte le sacrosante battaglie contro la chiesa faraonica, sia rimasto però impigliato nelle sue millenarie pratiche retoriche. L’impianto narrativo di In principio era la gioia è troppo simile alla tradizionale, e antiquata, apologetica cattolica che, mettendo insieme e frullando citazioni dalla Bibbia, dai padri della Chiesa, dai santi e dai papi, pontificava su qualsiasi argomento.

L’espediente di far rimbalzare il lettore dalla citazione di uno psicanalista a una del profeta Isaia, da una femminista dei giorni nostri a Francesco d’Assisi attraverso Gandhi, Pablo Casals e Tommaso d’Aquino, rende bene l’idea di bricolage che sottostà alla scrittura di Fox e che ne costituisce la cifra argomentativa.

Per sfuggire alla rigida geometria della teologia «maschia», Fox sembra credere un po’ troppo all’evocazione indifferenziata e barocca delle belle parole di questo e di quella, come un qualsiasi predicatore seicentesco. A dar man forte a questa perplessità di lettura sta l’uso disinvolto che Fox fa di due figure eminenti della mistica e del pensiero occidentale, Hildegard von Bingen e Meister Eckhart.

Il suo obiettivo è mostrare un’altra genealogia di una rinnovata spiritualità contemporanea, rivelando un pensiero cristiano nascosto, spesso censurato, quando non apertamente condannato dai letali tribunali ecclesiastici. Nella ricerca di fonti non esauste Fox non va tanto per il sottile. Prende dai due quello che gli serve, destoricizzando sia Hildegard sia Eckhart.

Alla prima ha anche dedicato un libro, Illuminations of Hildegard, che dice molto di Matthew Fox, ma poco di Hildegard badessa di Rupertsberg, scrittrice, filosofa, naturalista, linguista, guaritrice, poeta e compositrice. Di Eckhart fa un perfetto distributore automatico di belle frasi e di bei pensieri, decontestualizzato e avulso sia dalle influenze ricevute, importantissime quelle islamiche, sia dagli inquietanti influssi esercitati sul successivo pensiero tedesco.

Un libro non a tinta unita, esuberante e rigoglioso, da leggere e da discutere, non da adorare.

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