Home Europa e Mondo Siria: ministro Frattini, quei carroarmati sparano italiano sui civili di Hama

Siria: ministro Frattini, quei carroarmati sparano italiano sui civili di Hama

Giorgio Beretta
www.unimondo.org

La “domenica del massacro” che ha visto le cannonate dei carri armati del regime del presidente Bashar el Assad sulla popolazione di Hama compiere una carneficina con oltre un centinaio di morti e centinaia di feriti ha l’impronta del made in Italy.

Sui carri armati T72 di fabbricazione sovietica sono da anni installati i sistemi di puntamento e di controllo del tiro TURMS-T: un sistema di terza generazione “especially developed for the fire control modernisation/upgrade of Russian origin T-family tanks” – spiega il sito di Selex Galileo, ex Galileo Avionica, una controllata di Finmeccanica.

La commessa di Damasco per 500 sistemi di derivazione TURMS prodotti dalla allora Officine Galileo destinati all’aggiornamento dei carro armati T72 di fabbricazione sovietica del valore iniziale di 229 milioni di dollari (oltre 400 miliardi di lire) risale al 1998 (si veda qui) ma è continuata fino al 2009 quando il Governo Berlusconi ha autorizzato la consegna di 286 parti di ricambio e 600 ore di assistenza tecnica per “sistemi di derivazioni TURMS” (si vedano gli allegati riportati in fondo a questo articolo tratti dalla Relazione ufficiale della Presidenza del Consiglio sulle esportazioni di armi italiane).

Un affare in perfetto stile bipartisan, considerato che l’autorizzazione iniziale (MAE 6530) risale al 1998 durante il Governo Prodi o D’Alema, che è proseguita nel 2003 (Governo Berlusconi II) con l’autorizzazuine alla riscossione dei pagamenti alla banca UBAE (Arab Italian Bank) ed è poi continuata con una ulteriore autorizzazione nel 2008 (MAE 17271) rilasciata tra i Governi Prodi II e Berlusconi IV e la sicura consegna nel 2009 col beneplatico del Governo Berlusconi di 219 parti di ricambio per un controvalore di 2,8 milioni di euro (si veda allegato).

Una commessa di cui Unimondo si è già occupato in varie occasioni, in particolare quando gli Stati Uniti accusarono la Siria di aver trasferito armamenti a Saddam Hussein.

La banca per i pagamenti non è stata scelta a caso da Finmeccanica: considerato che l’affare non sarebbe passato inosservato se fosse stato svolto su una banca italiana, il colosso controllato dal Ministero delle Finanze ha preferito rivolgersi alla più defilata UBAE che annovera tra i suoi azionisti la Libyan Foreign Bank (azionista di controllo detenendo il 67,55%) cioè la banca offshore specializzata in esportazioni di petrolio dalla Jamahiriya Libica; UniCredit (il 10,8%) che, come per altre partecipazioni libiche, ha acquisito lo share a seguito della fusione per incorporazione di Banca di Roma (azionista iniziale di UBAE); il Gruppo ENI (il 5,4%), la Banque Centrale Populaire (4,66%) e Banque Marocaine du Commerce Extérieur (4,34%) entrambe con sede a Casablanca (Marocco); e poi Sansedoni Siena (3,67%); Intesa Sanpaolo (1,8%) e Telecom Italia (1,8%).

Cosi mentre il ministro Frattini condanna le violenze in Siria (“questo ulteriore orribile atto di repressione violenta contro i manifestanti che protestano da giorni in maniera pacifica”) e rivolge “un forte appello per la cessazione immediata delle violenze contro i civili” che hanno interessato varie città tra cui in particolare Hama, l’esercito del regime di Bashar el Assad prende la mira utilizzando i sistemi di puntamento della Galileo.

Un altro esempio di strabismo della recente politica estera del governo Berlusconi che, ufficialmente non manca mai di “condannare i regimi totalitari”, ma dimentica puntualmente di ricordare le armi vendute in precedenza ai vari Gheddafi e – oggi trasferite di sottobanco e apponendoci pure il segreto di Stato – al nuovo amico di turno, il Consiglio Nazionale di Transizione libico.

In proposito il COPASIR ha in programma per domani, martedì 2 agosto, una “Audizione del Direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza” seguita dall’esame della conferma dell’opposizione del segreto di Stato di cui alla comunicazione del Presidente del Consiglio dei ministri del 7 marzo 2011. Esame che era previsto per mercoledì 27 luglio, ma – senza alcuna motivazione – semplicemente “non è stato trattato”.

C’è da augurarsi che venga trattato domani e che se ne sappia qualcosa di più. Sarebbe importante capire come si possa apporre il segreto di Stato su una materia che inerisce non solo l’embargo di armamenti alla Libia decretato dalla Risoluzione delle Nazioni Unite, ma la stessa legge italiana e – non da ultima – la nostra Costituzione secondo la quale “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11)

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La guerra di Hama

Noemi Deledda
www.peacereporter.net

Una guerra hanno deciso di chiamarla. Una guerra contro i terroristi che vogliono destabilizzare il paese della resistenza la Siria.
Per Ahmad, un bambino di otto anni, invece ieri é stato il giorno in cui ha perso suo padre e a piedi scalzi sull’asfalto cocente ne cercava il corpo facendo attenzione a non calpestare gli altri corpi giacenti a terra.

L’esercito intanto, incurante delle lacrime di Ahmad, continuava a bombardare per poi aspettare in mattinata le congratulazioni del Padre Presidente Bashar al Assad.

Per Rania invece é stato il giorno in cui ha perso suo fratello di 17 anni, Omar e sua sorella di 23 anni, Nura, luce in arabo, uccisa mentre stava portando del pane a casa.

La continuano a chiamare guerra. Ma nessuna parola potrà mai definire e né mettere fine alla disperazione di Ahmad e di Rania. Loro non dimenticheranbo mai questi momenti, cosi come non li dimenticherà il popolo siriano che sta lottando non solo contro un regime che non vuole ascoltarli ma anche contro un mondo che ha deciso di “isolarli”.

Ogni persona ha una storia da raccontare. C’é Sara che al telefono con suo fratello da Londra si sforza di dire che tutto va bene e che non vede l’ora che lui torni, anche se in cuor suo spera che suo fratello non venga mai e poi mai a dividere con lei questo inferno.

C’é Ahmad e la sua famiglia che sono appena arrivati in Libano e raccontano di come i soldati entrano nelle case sparano senza nessun motivo. Raccontano di come i soldati bruciano le case degli attivisti e dei manifestanti. Raccontano di come i soldati sono coraggiosi di fronte a bambini innocenti che passano le loro giornate in un garage o chiusi in casa, se sono fortunati.

I figli di Mohammad, 10 e 7 anni, sono stati meno fortunati. Dei colpi d’arma da fuoco li hanno raggiunti ieri mentre dormivano e forse sognavano un mondo migliore, non c’era – racconta il padre – nessun ambulanza pronta a trasportarli in ospedale. Ma quale ospedale dice in lacrime, quelli erano bloccati dall’esercito per vietare di soccorrere i civili.

La chiamano guerra. L’esercito bombarda e poi ripulisce le strade. Ma l’odore dei morti é lì e si sente, racconta Rania. Bassam racconta di suo nonno, un anziano di 80 anni, che ieri si era rifiutato di lasciare la sua casa e l’esercito entrando e trovandolo sul divano gli ha sparato. Nessuna dignità per questo uomo.

Quello che le persone raccontano sono storie che si possono leggere solo nei romanzi. Storie che vengono da differenti posti e da diverse epoche. La gente racconta di aver fame e sete e che i negozi sono stati tutti svaligiati dai soldati. L’ennesima beffa ai danni di un popolo. Molte delle case adesso sono distrutte e con esse intere vite spezzate o portate via.

Ad Hama c’era la vita. Oggi c’é solo l’inferno davanti agli occhi di Ahmad che invano continua a cercare suo padre.

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