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La liturgia della ripetitività

Enzo Mazzi – Cdb Isolotto (Firenze)
il manifesto, 4 agosto

L’orologio della stazione di Bologna fermato dalla bomba trentuno anni fa segna ancora impietosamente le 10,35. Anche lui è inchiodato alla fissità della morte.

La imponente manifestazione dell’altro ieri ha dimostrato che la morte, arma di ogni struttura di dominio, in realtà non finisce nulla.

Illuminante risulta a tale proposito la valutazione di Claudio Annunziata, pubblico ministero che ha istruito a Bologna la prima fase delle indagini di alcuni processi in materia di stragi, il quale scrive nella prefazione al libro “Il terrorismo e le sue maschere” curato dall’Associazione dei familiari delle vittime per stragi (Ed. Pentragon, Bologna 1996).

“Chi ha organizzato ed eseguito le stragi ha nel proprio patrimonio ideologico un odio profondo verso il genere umano, verso i suoi sentimenti di solidarietà, verso la sua disponibilità a confrontarsi con qualsiasi libera espressione del pensiero e a pervenire a una scelta politica attraverso il ricorso agli istituti democratici; questi atteggiamenti non sono rapportabili a scelte individuali e isolate perché esiste un retroterra culturale, ideologico, politico ed economico nell’ambito del quale esse maturano e dalle cui sollecitazioni sono attivati…”.

E’ questo “odio verso il genere umano e verso i suoi sentimenti di solidarietà” che ha guidato e motivato la repressione generalizzata della presa di coscienza che si stava diffondendo ovunque dopo la guerra e che coniugando ideali laici e religiosi stava creando un grande processo di presa di coscienza e di emersione delle classi popolari. Tale strategia ha raggiunto in gran parte il suo scopo ed è in agguato in ogni piega della società e della politica per castrare la memoria, ultimo ostacolo rimasto in piedi.

E’ il trionfo della speculazione per la speculazione, del danaro per il danaro. La vita, il benessere della gente, il lavoro, la gestione delle imprese, la ricchezza reale, lo scambio delle merci, la politica degli stati, la democrazia, i diritti umani, tutto questo ha un significato ormai relativo.

E’ la vittoria del “mercato” su tutti i fronti. Meno uno. Resta aperto il fronte della resistenza culturale di cui la memoria è l’anima.

Per questo sono importanti le manifestazioni come quella di ieri a Bologna.

E’ il destino di Bologna – l’hanno detto in tanti, dai rappresentanti dei parenti delle vittime, al sindaco di Bari, a quello di Bologna -: ricordare e testimoniare, trasmettere la memoria e continuare a battersi perché la verità emerga tutta, per intero, e non solo quella mezza verità delle sentenze che hanno individuato gli esecutori ma non i mandanti.

Purché le commemorazioni non affoghino nella ritualità ripetitiva.
La ritualità è il nemico forse più insidioso della memoria. Ciò che non si può cancellare è reso quasi consueto, familiare, ovvio dalla liturgia della ripetitività. E così viene disinnescata la carica di indignazione e di potenzialità creativa che porta con sé l’irruzione nella storia dell’evento tragico.

Le stesse vittime sopravvissute alle stragi, e quindi al limite tutta la città che fu direttamente colpita, sono costrette a difendersi dal tentativo di venire aggregate alla schiera degli officianti delle liturgie della memoria “a scadenza fissa”, una volta all’anno, che fa buona compagnia all’oblio di tutti gli altri giorni dell’anno. Forse la ritualità è anche lo sbocco inevitabile e il rifugio consolatorio della impotenza della società italiana e cioè di tutti noi di fronte al buio che avvolge ancora la sostanza di trame sanguinarie messe in atto nell’ultimo mezzo secolo per condurre l’Italia sul binario di politiche reazionarie.

Grazie Bologna che c’insegni e ci sproni a reagire.

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