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Tutto alle imprese, nulla allo Stato

Alfonso Gianni
www.paneacqua.eu, 8 agosto

Berlusconi e Tremonti hanno aperto la strada all’anticipo di una manovra lacrime e sangue, ma anche alla modifica costituzionale che introdurrebbe l’obbligo del pareggio di bilancio. Una scelta che di fatto abolirebbe qualsiasi anche blanda politica keynesiana, riducendo il ruolo dello Stato a quello di un ragioniere commissariato da Bce e Commissione europea. In parallelo si prepara la manipolazione dell’articolo 41 per garantire alle imprese una libertà di manovra assoluta

Anticipare una manovra di lacrime e sangue per i lavoratori e le famiglie di basso reddito – questa è la decisione comunicata dal governo nella conferenza stampa di venerdì – è già di per sé un delitto.

Anzi doppio, perché da un lato si aggrediscono i redditi più bassi, comprimendo così oltre ogni misura la già ridotta capacità di spesa delle classi popolari, con ovvie conseguenze depressive sulla domanda interna; dall’altro si evita di affrontare il nodo essenziale che sprofonda l’Italia in una crisi strutturalmente più grave che altrove, cioè la mancata qualità dello sviluppo che è al contempo cattivo e misero.

A questo si aggiunge un rinnovato attacco allo statuto dei lavoratori, poiché di questo si tratta quando il governo parla di mettere mano alla regolamentazione del mercato del lavoro. In questi casi, come ormai ben sappiamo, l’articolo 18, quello della giusta causa del licenziamento, è sempre il bersaglio preferito di Confindustria e governo.

Tuttavia c’è ancora di peggio nel sacco del governo. E’ la modifica della Costituzione in due articoli. Il 41 che riguarda i cosiddetti limiti (!?) alla libertà di impresa e l’81 che concerne le modalità di approvazione da parte delle camere del bilancio dello stato. A proposito della “riforma” del primo Tremonti l’ha definita ” la madre di tutte le liberalizzazioni” perché dovrebbe sancire che “tutto è libero tranne ciò che è vietato”.

A parte il fatto che la semplice lettura della nostra Costituzione rende evidente che quel principio è già perfettamente operante in ogni sua parte, ancora più clamorosa è la contraddizione nella quale cade il Ministro dell’Economia. Infatti, mentre alle imprese verrebbe concesso tutto, tramite la manipolazione dell’articolo 41, allo stato verrebbe posta una limitazione fondamentale, quella di non potere splafonare il pareggio di bilancio, ricorrendo al mercato finanziario per potersi finanziare. In altre parole alle imprese tutto è concesso allo Stato l’essenziale è negato. Questo è l’approdo del neoliberismo, che ovviamente con la libertà non ha niente a che spartire.

Se infatti si impedisce allo stato di andare oltre al pareggio fra le entrate e le uscite si rende impossibile qualsiasi tipo di effettiva politica economica. Lo Stato viene ridotto a un ragioniere, viene privato di qualsiasi capacità di essere un soggetto politico e economico presente sulla scena.

Sappiamo che è questo che vuole la Germania, che difatti una norma similare l’ha già introdotta nel suo ordinamento. Ma questo avviene per un motivo preciso. L’attuale maggioranza di centrodestra che governa Berlino non vuole assolutamente che il proprio paese sia costretto a farsi carico della crisi di altri paesi europei, crisi da essa stessa determinata visto la politica neomercantile che guida la Germania, che dunque privilegia la propria capacità esportativa a danno della crescita altrui e visto il ruolo delle banche tedesche detentrici di grande parte del debito pubblico dei paesi in difficoltà. Grecia docet, come abbiamo visto in questi mesi.

Ma proprio queste ragioni e le arretratezze specifiche del nostro paese che ha un tasso di crescita sotto i tacchi almeno dagli anni Novanta in poi, dovrebbero consigliare una via opposta. Del resto in queste ore Obama sta battagliando – con scarsi successi, per non dire peggio – contro le destre di casa sua, proprio per affermare il principio opposto che Berlusconi e Tremonti vorrebbero addirittura iscrivere in Costituzione.

Tanto che assistiamo ad un rovesciamento comico della geopolitica mondiale, dal momento che sono i cinesi (i comunisti di una volta) a rimbrottare gli americani (gli yankees imperialisti) perché stanno mettendo a repentaglio la fiducia e le sostanze degli investitori di tutto il mondo a causa del rischio di default che mina la credibilità dello stato americano!

Ma la cosa più grave è che la mossa del governo, sulla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, è stata invocata dalle stesse parti sociali e dall’opposizione parlamentare. Nel Pd cantavano da tempo le sirene del rigorismo. Ne fa testo una proposta di legge firmata da Morando e dall’ex, ma ancora influente, Nicola Rossi. Naturalmente l’Idv è su questa linea da tempo. Del resto la retorica sulla riduzione dei costi della politica è perfettamente funzionale a preparare il terreno per una modifica costituzionale di questa natura.

Se si sparge la convinzione che tutto ciò che fanno le istituzioni pubbliche è uno spreco o peggio un latrocinio, diventa più semplice convincere l’opinione pubblica che almeno devono rispettare l’obbligo del pareggio di bilancio. D’altro canto tanti anni di neoliberismo non sono passati invano, neppure nel corpo stesso della sinistra, al punto che torna normale – mentre dovrebbe essere aberrante – considerare il bilancio dello stato alla stregua di quello di un’impresa. Anche l’ottimo Maurizio Mucchetti non si è sottratto a un simile grossolano errore.

Al contrario la spesa pubblica – lo dimostra la storia dei cosiddetti trenta anni gloriosi del capitalismo postbellico e lo stesso miracolo economico italiano a cavallo degli anni cinquanta e sessanta – può essere produttiva e di qualità, dipende dalle scelte che fa la classe politica. Per essere efficace però essa deve essere proiettata verso il futuro.

L’indebitamento dello stato è perciò cosa in sé positiva e funzionale a una politica economica anticiclica, specie in periodi di crisi come l’attuale. Tutto sta nella qualità – ovviamente anche nella quantità, perché non può essere dissennata – della spesa, nella sua capacità di favorire uno sviluppo in settori innovativi e quindi rendere il debito sostenibile. Per una impresa è diverso perché in essa la realizzazione del profitto – solitamente a tempi brevi – gioca un ruolo essenziale e sovradeterminante.

Se passano le modifiche costituzionali del governo diventa praticamente impossibile gestire una politica economica di tipo anche solo blandamente keynesiano. Tutto sarebbe nelle mani della Commissione europea e della Bce. A quel punto sarebbe davvero impossibile distinguere un governo di sinistra da uno di destra. La strada di entrambi sarebbe già tracciata, con tutti i paletti intorno. Il pensiero unico tornerebbe a stendersi come un bianco sudario sulla politica dei paesi europei.

Per queste ragioni dobbiamo opporci con tutte le energie a un simile progetto di modifiche costituzionali, le quali hanno bisogno di almeno nove mesi per andare in porto e sarebbero sottoposte poi a un referendum confermativo, ma solo se la loro approvazione avvenisse con una maggioranza inferiore ai due terzi dei parlamentari. Per quanto siano inquietanti le posizioni assunte dalla maggioranza del centrosinistra, non diamo per chiusa la partita. Anzi riapriamola a livello della società.

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