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Gli amici africani di Gheddafi

Redazione di Nigrizia
www.nigrizia.it, 1 settembre 2011

L’Unione africana e molti stati si sono espressi per un soluzione negoziata della crisi libica e sono cauti nei confronti del Consiglio nazionale di transizione. Tutti comprati dal Colonnello? Non è così. Vediamo perché.

Mentre continua la caccia a Muammar Gheddafi e la sua famiglia ha trovato rifugio in Algeria, si rincorrono ipotesi su dove possa trovare rifugio il Qaid, la Guida. I finanziamenti elargiti dal Colonnello, nei 42 anni della sua dittatura, a nazioni e movimenti di liberazione o terroristici gli potrebbero avergli assicurato alcuni (non più moltissimi) amici. In Africa, in particolare, sono svariate le nazioni e le leadership che sono debitrici a Gheddafi di un sostegno finanziario, soprattutto dopo la svolta panafricana del leader libico negli ultimi 20 anni, a seguito della fine del sogno panarabo.

Per questo si ipotizza che Gheddafi possa trovare rifugio presso uno degli amici africani. Si è parlato di Zimbabwe, Senegal, Angola pronti ad accogliere il leader libico in fuga. In realtà è stato l’atteggiamento dell’Unione africana (Ua) e della stragrande maggioranza dei paesi africani, freddissimi con i ribelli (l’Ua ha riconosciuto il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) sub condicione solo venerdì 26 agosto), ad avere alimentato speculazioni di una ottusa e ormai ingiustificabile parzialità africana nei confronti di Gheddafi.

La vulgata vuole che Gheddafi si sia comprato appoggi e amici in Africa nel corso degli anni passati con le risorse derivanti dai proventi del petrolio e che l’Ua resti gelida nei confronti dei ribelli a causa del fatto che oltre la metà delle proprie risorse provenienti da stati membri derivi dalla Libia. Si può però provare a dare un’interpretazione un po’ più complessa dell’evoluzione delle relazioni tra l’Africa e l’amico libico.

Certamente una parte della benevolenza nei confronti di Gheddafi è dovuta ai passati finanziamenti: in Sudafrica, l’Anc e Mandela non hanno mai dimenticato il sostegno economico ricevuto durante la lotta contro l’apartheid dal “fratello Guida”. La posizione sudafricana sulla vicenda libica, per quanto non sempre lineare, ha cercato di capitalizzare questi legami storici: il governo si è posto come mediatore in più di una circostanza.

Interessi economici più recenti sono i protagonisti della relazione tra Libia e Zimbabwe (non a caso il più gettonato tra le possibili destinazioni di Gheddafi in Africa): i giornali avevano parlato di una visita di Saif-al-Islam in Zimbabwe a gennaio del 2011, dove la Libia ha investimenti nel campo turistico e minerario e dove, si dice, Gheddafi possieda una farm. È notizia del 30 agosto che il governo di unità nazionale zimbabwano ha deciso di espellere dal paese l’ambasciatore libico Taher Elmagrahi che si è schierato con i ribelli dopo l’entrata a Tripoli di questi.

Tra gli ex-amici, c’è però il Senegal, che ha ricevuto ingenti finanziamenti da Gheddafi, ma è diventato il primo paese sub-sahariano a riconoscere il governo dei ribelli con un viaggio del presidente Abdoulaye Wade a Bengasi a giugno. In questo caso, probabilmente, più degli oltre 170 milioni di euro promessi 5 anni fa per la costruzione del più grande grattacielo d’Africa, la Gheddafi Tower, è contato lo stretto rapporto tra Senegal e Francia, e le difficoltà che Wade sta incontrando nel tentativo di ricandidarsi alla presidenza per la terza volta nel 2012.

I finanziamenti provenienti dalla Libia non sempre hanno procurato a Gheddafi amici. I presidenti di paesi che sono stati destabilizzati da movimenti ribelli interni, come il Sudan e la Liberia, si sono affrettati a interrompere le relazioni con Gheddafi a giugno. Mosse folkloristiche come la nomina a Re dei Re, o decisamente politiche , come il rapido – se non visionario – salto verso Stati Uniti d’Africa, che Gheddafi avrebbe voluto far fare all’Unione africana sotto la sua presidenza nel 2009, sono state operazioni che non gli hanno assicurato amici tra i leader del continente.

Scelte Ua

La posizione africana a sostegno di Gheddafi può però essere analizzata in modo più articolato. Da un lato, recuperando tra i valori fondativi del predecessore dell’Ua, l’Organizzazione per l’unità africana, il concetto di sovranità nazionale all’interno dei confini coloniali: la maggior parte degli stati africani non vedono di buon occhio soluzioni che possano minare l’integrità degli stati membri. Per questo, l’Ua ha accordato ai ribelli il riconoscimento a condizione che questi si impegnino per una soluzione condivisa della crisi libica. Come a dire: nuovo regime sì, ma non avalliamo scorciatoie che portino a una balcanizzazione (o, per meglio dire, somalizzazione) della Libia. No, quindi a un governo della Cirenaica.

Dall’altro lato, gli stati africani e l’Ua sono stati gli attori più attivi nella ricerca e promozione di una soluzione negoziata. Non solo sulla base del mandato dell’organizzazione, ma soprattutto nel tentativo di evitare che la guerra in Libia diventasse preda di interessi internazionali dal sapore coloniale. Poco dopo l’inizio dei bombardamenti Nato, una delegazione dell’Ua, capitanata dal presidente Jacob Zuma, ha fatto la spola tra Tripoli e Bengasi alla ricerca di un compromesso. I ribelli, affidatisi in modo forse troppo fiducioso, forse addirittura acritico, alla Nato, avevano però rifiutato con un po’ di supponenza questo tentativo negoziale. È un misto di orgoglio nazionalista e rifiuto di tentazioni neo-colonialiste quello che raffredda le relazioni tra gli stati d’Africa e i ribelli, che hanno accettato senza condizioni e senza nessuna remora il sostegno, certamente non disinteressato, di Francia e Gran Bretagna.

Tacciare l’Africa di opportunismo nella sua presente relazione con Gheddafi e quello che resta del suo regime è l’ennesimo tentativo di dipingere la crisi libica come quella di una guerra giusta e necessaria, combattuta da attori benintenzionati e totalmente disinteressati. La posizione dell’Unione africana e dei vari attori africani che negli ultimi mesi hanno cercato soluzioni alternative porta alla ribalta alcune delle questioni più pressanti per il futuro della Libia (il rischio di una divisione se non frammentazione del paese, il pericolo di ingerenze nel percorso di ricostruzione delle istituzioni e dell’economia, le relazioni con i paesi della regione) che presto dovranno porsi anche le forze amiche del Cnt ma soprattutto i membri del Cnt stesso e i cittadini libici.

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