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Incontri, riunioni e iniziative La Chiesa sogna un (nuovo) Caf

Massimo Franco
Corriere della Sera, 4 settembre 2011

La manovra. Il premier Cattolici e politica L’ idea di un Ppe nel segno di Casini, Alfano e Formigoni. Transizione Tra i cattolici cresce l’ attivismo. Ma gli ostacoli all’ operazione sono molti Sospetti Nel Pdl c’ è chi ha letto l’ invito a Rimini al Colle come uno sgarbo al premier

Il sogno cattolico delle notti di fine estate è quello di un nuovo Caf. Oppure Cal, non importa l’ acronimo. È l’ obiettivo inconfessabile, e per il momento in ibernazione, di rimettere insieme Pdl e Udc prima delle prossime elezioni politiche: una versione italiana del Partito popolare europeo, nel segno del dopo-Berlusconi. Un’ alleanza politico-generazionale tra Pier Ferdinando Casini (C), Angelino Alfano (A) e Roberto Formigoni (F) e Maurizio Lupi (L).

Sarebbero loro i personaggi-simbolo che una parte della Chiesa cattolica ha individuato per arrivare a una transizione più o meno indolore della Seconda Repubblica. A differenza del primo Caf, quello che dal 1989 al 1992 vide insieme il segretario del Psi Bettino Craxi e i democristiani Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani, non sarebbe l’ ultima ridotta di una classe dirigente vittoriosa sul comunismo ma orfana della guerra fredda.

Al contrario, si tratterebbe del nuovo asse chiamato a stabilizzare un fronte moderato logorato e lacerato da diciassette anni di berlusconismo. È un sogno antico, che stavolta dà l’ impressione di riaffiorare come ultima spiaggia. Dà per scontato il tramonto dell’ attuale presidente del Consiglio, al quale spera sia concessa una «via d’ uscita decorosa», come spiega una delle sponde ecclesiastiche di questa operazione.

Rispecchia l’ insoddisfazione crescente del mondo cattolico per il modo in cui il governo Berlusconi affronta la crisi economica. E sullo sfondo tiene d’ occhio gli scandali che continuano a lambire Palazzo Chigi. In apparenza, l’ attivismo delle gerarchie cattoliche farebbe pensare a una strategia coordinata e unitaria fra Cei e Vaticano. In realtà, ne riflette le divisioni interne.

Nel luglio scorso monsignor Mario Toso, un vescovo salesiano legatissimo al segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, ha riunito parlamentari dell’ Udc, del Pdl e del Pd con l’ obiettivo di ripensare a qualcosa di simile alla Dc. L’ iniziativa, in realtà, alla quale parteciparono fra gli altri Giuseppe Pisanu del Pdl, Rocco Buttiglione dell’ Udc, Giuseppe Fioroni del Pd, più il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, si è rivelata l’ ennesimo tentativo di risuscitare il centrismo.

E ha riproposto la confusione dei ruoli e la competizione larvata fra Bertone e il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, sui rapporti fra Chiesa cattolica e politica italiana. Ma il tema, in sonno durante il mese di agosto, sembra destinato a riaffiorare. Oggi il cardinale Bagnasco aprirà i lavori della «scuola estiva» del Pdl a Frascati, vicino Roma, con una lectio magistralis su Chiesa e politica.

Nei giorni scorsi il nuovo arcivescovo di Milano, Angelo Scola, ha posto in un’ intervista ai giornali diocesani del Nord Est «la questione bruciante» del ruolo dei cristiani in politica. E venerdì scorso Bertone ha partecipato ad un’ assemblea delle Acli, attaccando a sorpresa la manovra del governo perché penalizzerebbe le cooperative.

Possono sembrare spezzoni di una strategia, perfino di un progetto unitario che la Chiesa persegue dopo avere archiviato mentalmente l’ era berlusconiana. In realtà, questi interventi nascono soprattutto dalla consapevolezza che una fase si è chiusa; dall’ incertezza sul futuro; e da una certa approssimazione nel definire il raggio d’ azione della Chiesa senza sconfinare su terreni impropri. Si tratta dunque di iniziative che non ricompongono le spaccature prodottesi nel cattolicesimo politico dopo l’ archiviazione della Dc e l’ introduzione del sistema maggioritario.

Finiscono per accentuare l’ immagine di un mondo tuttora capace di esprimere un sistema di valori positivi: forse l’ unico ancora in grado di farlo; fortemente radicato; lucido nel fotografare l’ irrilevanza dei cattolici nei partiti. Ma meno a proprio agio quando si tratta di indicare una via d’ uscita. Così, i colloqui fra il leader dell’ Udc, Casini e il segretario del Pdl, Alfano. Le manovre per preparare il terreno ad un centrodestra allargato, se cade Berlusconi.

Le richieste di mediazione rivolte a monsignor Rino Fisichella, «ministro» vaticano per la rievangelizzazione dell’ Europa ma tuttora interlocutore di mezzo Parlamento: sono tutti frammenti non del decollo ma della falsa partenza dell’ «operazione nuovo Caf». Intanto, Berlusconi è ancora a Palazzo Chigi, e non mostra di volerlo lasciare; e Alfano non ha escluso che sia di nuovo il candidato del suo schieramento.

Lo abbia detto per dovere o per convinzione, questo rende indisponibile Casini a qualunque passo verso il governo, che vada oltre una disponibilità parlamentare a dare una mano in nome dell’ emergenza economica. Ma soprattutto, il «nuovo Caf» implica un passaggio di fase più o meno indolore, con un Pdl compatto e concorde nell’ accompagnare l’ uscita di scena di Berlusconi; e un fronte ecclesiastico altrettanto unito.

Nel centrodestra, invece, l’ aria che si respira è quella del tutti contro tutti. Le diffidenze reciproche sono tali che perfino l’ invito al capo dello Stato Giorgio Napolitano, al meeting ciellino di Rimini, ad agosto, è stato letto da alcuni settori del Pdl come uno sgarbo al premier. La presenza del presidente della Repubblica è suonata come una sorta di passo in direzione del dopo-Berlusconi, con Napolitano come nuovo referente del movimento di Formigoni e di Lupi.

Per quanto sorprendenti, questi sospetti la dicono lunga sul caos nervoso che domina la coalizione governativa. Per paradosso, l’ unico che potrebbe ancora guidare la transizione dall’ era Berlusconi a quella successiva sarebbe lo stesso Cavaliere; ma quello di tre anni fa, non l’ attuale, assediato dai propri fantasmi e dalla paura di una sconfitta non solo politica.

La Chiesa cattolica non può che osservare e aspettare. E prendere atto di avere bisogno del governo, qualunque esso sia; e di godere di spazi di manovra più limitati di quelli che le attribuiscono alcuni sostenitori interessati. È verosimile che debba rimandare a tempo indeterminato un sogno che, nella situazione odierna, rischia di apparire velleitario e confermare la sua debolezza, più che la sua forza

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