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Mancuso: il primato della coscienza contro la chiesa dell’obbedienza

Gustavo Zagrebelsky
la Repubblica, 9 settembre 2011

Su questo libro non mancheranno discussioni e polemiche. Che sia ignorato è impossibile, se non altro perché esprime intelligenza e sensibilità che è di molti nel mondo cattolico, più di quanti si palesino. Le sue tesi si sviluppano dall’interno del messaggio cristiano, della “buona novella”.

Vito Mancuso, che tenacemente si professa cattolico, cerca il confronto, un confronto non facile. Lui si considera “dentro”; ma l’ortodossia lo colloca “fuori”. Tutto si svolge con rispetto, ma l’accusa mossa al discorso ch’egli va svolgendo da tempo è radicale.

La sua sarebbe, negli esiti, una teologia confortevole e consolatoria, segno di tempi permissivi, relativisti e ostili alle durezze della verità cristiana; nelle premesse, sarebbe la riproposizione di un, nella storia del cristianesimo, mai sopito spirito gnostico. Uno “gnostico à la page”?

Il motivo conduttore del libro Io e Dio (Garzanti) è il primato della coscienza e dell’autenticità sulla gerarchia e sulla tradizione, nei discorsi sul “divino”. Siamo nel campo della “teologia fondamentale”, cioè dell’atteggiamento verso a ciò che chiamiamo Dio e delle “vie” e dei mezzi per conoscerlo: in breve, delle ragioni a priori della fede religiosa.

Ma, la teologia fondamentale è la base di ogni altra teologia. La teologia morale, in particolare, riguarda l’agire giusto, ovunque la presenza di Dio possa essere rilevante: la politica, l’economia, la cultura, il tempo libero, l’amore e la sessualità, la scienza… La teologia aspira alla totalità della vita. Si comprende così la portata del rovesciamento, dall’autorità che vincola alla coscienza che libera.

Quella di Mancuso vuole essere, tanto nel conoscere quanto nell’agire, una teologia liberante, non opprimente. Le sue categorie non sono il divieto, il peccato e la pena, ma la libertà, la responsabilità e la felicità. Sullo sfondo, non c’è il terrore dell’inferno ma la chiamata alla vita buona.

Il passo decisivo è forse il rigetto dell’idea di un dio come “persona”: un Dio che comanda, giudica, condanna, cioè esercita un potere esterno, assoluto e irresistibile. Il sacrificio di Isacco (Dio ordina ad Abramo di sgozzare il figlio, vittima sacrificale; Abramo non obbietta; Dio all’ultimo ferma il coltello) è di solito presentato come esempio di fede perfetta, ma Mancuso ne prova disgusto, sia per l’immagine d’un dio spietato (la mano omicida, comunque, viene trattenuta in tempo), sia per la disumanità d’un padre capace di tanto delitto.

Quel padre, però, è immagine della perfetta fedeltà al “divino”, lodata nei secoli da una tradizione in cui fede e violenza si danno facilmente la mano. Quando poi sulla parola di Dio (il “Dio lo vuole”) si crea il potere d’una chiesa, la violenza sulle coscienze è sempre di nuovo possibile da parte di “uomini di Dio”. La perfezione cristiana per Ignazio di Loyola – se vedo bianco e la Chiesa dice nero, è nero – nasce da una concezione del divino che, invece di ravvivare, spegne.

«Il mio assoluto, il mio dio, ciò che presiede la mia vita, non è nulla di esterno a me», dice Mancuso. Vuol dire che è dentro di me, nel senso ch’io sono dio per me stesso? Per nulla. «Credendo in Dio, io non credo all’esistenza di un ente separato da qualche parte là in alto; credo piuttosto a una dimensione dell’essere più profonda di ciò che appare in superficie […], capace di contenere la nostra interiorità e di produrre già ora energia vitale più preziosa, perché quando l’attingiamo ne ricaviamo luce, forza, voglia di vivere, desiderio di onestà. Per me affermare l’esistenza di Dio significa credere che questa dimensione, invisibile agli occhi, ma essenziale al cuore, esista, e sia la casa della giustizia, del bene, della bellezza perfetta, della definitiva realtà».

Credere in Dio, allora, non è lo “status del credente”; non è dire: “Signore, Signore” a un deus ex machina che ci salva dai pericoli – qui Mancuso è Bonhöffer –. È agire per colmare lo scarto tra il mondo, così com’è, e la sua perfezione, alla cui realizzazione la fede chiama i credenti. Con un’espressione di Teilhard de Chardin, credere è amouriser le monde. È un modo di ridire le parole di Gesù che chiama i suoi discepoli a essere “sale della terra”. Si può essere sale sacrificando la libertà? Al più, si può essere soldati di Cristo.

Questa teologia è insieme gioiosa e tragica: gioiosa perché indica, come senso della vita, il bene –sintesi di giustizia, verità e bellezza –; tragica, perché è consapevole dell’enormità del compito. Dice Mancuso: «Conosco il dramma e talora la tragedia che spesso attraversa il mestiere di vivere. Per questo io definisco il mio sentimento della vita come “ottimismo drammatico’”: vivo cioè nella convinzione fondamentale di far parte di un senso di armonia, di bene, di razionalità, e per questo parlo di ottimismo, ma sono altresì convinto che tale armonia si compie solo in modo drammatico, cioè lottando e soffrendo all’interno di un processo da cui non è assente il negativo e l’assurdo».

È questa un’accomodante e confortevole giustificazione delle coscienze, l’autorizzazione alla creazione di “dei di comodo”? Per nulla. Al contrario, è un appello al rigore morale come risposta onesta, autentica, al senso del divino che sta nell’essere umano. Ma qui viene la seconda accusa: gnosticismo.

La teologia di Mancuso sarebbe una riedizione dell’orgoglio di chi si considera “illuminato” da una grazia particolare che lo solleva dalla bruta materia e lo introduce al mondo dello spirito e alla conoscenza delle verità ultime, nascoste agli uomini semplici. La Chiesa ha sempre combattuto la gnosi come eresia, peccato d’orgoglio luciferino. Nelle pagine di Mancuso non mancano argomenti per replicare.

Dappertutto s’insiste sull’intrico di materia e spirito e sulla loro appartenenza a quella realtà (che aspira a diventare) buona, cioè vera, giusta e bella, che chiamiamo creazione o azione che va creando. Se mai, il dubbio che potrebbe porsi è se, in quest’unione, non vi sia una venatura panteista: Dio come natura. Punto, probabilmente, da approfondire.

Dal rigetto del dualismo materia-spirito, deriva il rifiuto d’una fede di élite, contrapposta alla fede di massa. Certo, se il turismo religioso del nostro tempo si scambia per manifestazione di fede, si può pensare che la seria introspezione di coscienza che chiama al vero, bello e giusto sia cosa per pochi. Questa tensione è il carattere della moltitudine degli “uomini di onesto sentire” (gli ánthropoi eudokías dell’angelo che annuncia ai pastori la nascita di Gesù, in Lc 2, 14).

La teologia di Mancuso non è affatto da accademia, per pochi iniziati. Il suo libro, al contrario, distrugge il pregiudizio che la teologia sia questione astrusa, per ciò stesso riservata a una cerchia di iniziati, sospetti di astruseria, fumisteria, esoterismo, presunzione. Parliamo di quei teologi che costruiscono sul nulla, a partire da cose inconoscibili, immense cattedrali di pensieri che si arrampicano gli uni sugli altri fino ad altezze inarrivabili, oltre le quali essi stessi, presi dalla vertigine, cercano la salvezza si rifugiano nel mistero.

Al contrario, se c’è una materia che dev’essere aperta a tutti, secondo coscienza, questa è la teologia.
Nella “vita buona” di Mancuso, il primato è della coscienza; nella “vita buona” della Chiesa il primato è dell’ubbidienza. Libertà contro autorità: una dialettica vecchia come il mondo. Scambiare la libertà di coscienza con la gnosi è un artificio retorico.

Vale per persistere nell’accantonare i molti problematici aspetti della vita della Chiesa impostati su dogmi e gerarchia. Non solo: rende difficile il rapporto con i credenti di altre fedi, religiose e non. Riporta in auge il prepotente principio extra Ecclesiam nulla salus. La teologia di Mancuso consentirebbe di tracciare nuovi e sorprendenti confini, non più basati sull’obbedienza e sulla disciplina. Così, si scoprirebbe forse che molti, che si dicono dentro, sono fuori; e molti, che si dicono fuori, sono dentro.

“Dentro” vuol dire: in una comune tensione verso quel logos del mondo che è la giustizia, appannaggio di nessuno e compito dei molti “di onesto sentire”, secondo l’insegnamento di G. E. Lessing, l’Autore di Nathan il saggio, al quale Mancuso di frequente ricorre. Ora, si tratta del passo ulteriore: la “teologia sistematica”, cioè la rilettura d’insieme del messaggio cristiano alla stregua di queste premesse. Dimostrare che una tale rilettura sia possibile è la sfida che Mancuso, con questo libro, dichiara di accettare.

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Vito Mancuso e Dio un corto circuito teologico

Gian Enrico Rusconi
La Stampa, 18 settembre 2011

Non è chiaro che cosa sia «il ritorno della religione» oggi. Quello che è certo è che non poggia più sulla teologia nel suo senso tradizionale. Sembra anzi non averne neppure bisogno. Il «ragionare su Dio» anziché mirare a solidi argomenti «razionali» (anzi questo termine è guardato con estremo sospetto), è diventato un parlare a ruota libera, un eclettico accostamento di emozioni più o meno profonde e di pensieri edificanti.

La rilevanza pubblica della religione oggi è dovuta quasi esclusivamente al fatto che offre una dottrina morale – sia che essa venga accolta e (apparentemente) praticata o che venga politicamente strumentalizzata. In ogni caso non è più una dottrina che poggia su concetti teologici forti – peccato (originale), redenzione, salvezza. Questi sono concetti che i moralisti e i pastori d’anime non sono più in grado di spiegare in modo convincente.

Lo fanno solo in modo metaforico, allusivo, letterario. Al posto dei ragionamenti tradizionali ci sono discorsi di carattere psicologico, antropologico. Persino un certo uso della parola «spiritualità» dissimula la fine della teologia. I più sofisticati parlano di «teologia narrativa», confondendo esegesi biblica con fondazione teologica.

In questo contesto da alcuni anni si muove polemicamente con grande verve Vito Mancuso, «il teologo fuori le mura», come volentieri si lascia chiamare. Il suo ultimo libro – dal titolo impressionante Io e Dio (Garzanti, 488 pp., 18.60 euro) – è un ambizioso, denso, appassionato tentativo di proporre nientemeno che una nuova «teologia fondamentale». L’impianto del lavoro è dato da un lato dal rifiuto della dottrina dogmatica tradizionale, la cui forza starebbe esclusivamente nell’autoritarismo della Chiesa, e dall’altro dalla proposta di una teologia fondata sulla libertà. «Questo libro difende la libertà contro la duplice minaccia dell’autoritarismo religioso e dello scientismo negatore del libero arbitrio».

Il libro si presenta quindi con una «pars destruens» e una «pars construens». La parte critica contro l’autoritarismo religioso è articolata in modo fermo, efficace e competente (evidentemente Mancuso conosce bene l’oggetto di cui parla…). La parte positiva invece rischia di essere una continua rassicurazione della centralità e della insostituibilità della religione («unico pensiero forte», «energia intellettuale che oltre a riempire la mente, tocca la vita, scalda il cuore, alimenta la passione, muove i popoli»). Ma gli argomenti offerti per questa nuova concezione non sono convincenti.

Faccio un esempio. Mettendo in guardia dall’associare immediatamente Dio ad un essere personale nel senso della dottrina tradizionale, Mancuso parla di Dio come della «sorgente e porto dell’essere-energia, nonché la sorgente dell’informazione che consente all’energia di strutturarsi in materia organizzata così da diventare vita, vita intelligente, vita come spirito creativo». Si tratta di espressioni enigmatiche (Dio-energia, sorgente dell’informazione che struttura la vita) che rimandano ad altro libro di Mancuso, L’anima e il suo destino, 2007. Qui con ingegnose e spericolate innovazioni espressive, liberamente prese dal linguaggio dell’evoluzione, l’autore propone il ritorno della «finalità della natura-physis ad una teleologia iscritta nell’essere naturale, coincidente con lo stesso presentarsi dell’essere-energia, già da sempre in essa presente».

Questo tortuoso modo di esprimersi di Mancuso è il tentativo di replicare al deficit più serio della dottrina della Chiesa – quello del concetto di natura. Retaggio di un modo di pensare metafisico, il concetto di natura che innerva l’intera dottrina morale della Chiesa, è incapace di tenere testa allo sviluppo delle scienze dell’uomo (dalla teoria dell’evoluzione alle neurobiologie) che vengono semplicemente diffamate come «scientismo». Ma non è chiaro come Mancuso possa tenere insieme una teleologia naturale che rimanda ad un Dio-energia, con il Dio che è in intimo rapporto con l’io-persona. («L’io che raggiunge la dimensione dello spirito-libertà, può infrangere la struttura che l’ha generato e che lo mantiene in vita, spezzando la forza di gravità biologica e sociale»).

Confesso che questi ragionamenti mi paiono avventurosi. Fortunatamente nel libro ci sono molte lucide pagine di analisi realistiche della dottrina della Chiesa e della sua storia dogmatica. I corposi capitoli centrali (dal III al VIII) affrontano le questioni cruciali della figura storica di Gesù, le controversie legate alla risurrezione di Cristo, la storia della redazione dei Vangeli. Intendiamoci: in Mancuso che non ci sono novità interpretative, ma la ripresa di critiche storicamente consolidate che danno luogo a puntigliose contestazioni di alcune posizioni della Chiesa (compresa una brillante «Disputa immaginaria con il card. Ruini» sulla consistenza delle prove tradizionali dell’esistenza di Dio).

L’autore si muove con sicurezza nei testi evangelici, analizza criticamente i passaggi classici di Paolo, Agostino, Tommaso su su sino a Benedetto XVI. Mostra i loro punti deboli o sbagliati – ma alla fine è volontaristicamente solidale con loro nella comunanza della fede che non intende affatto abbandonare. Va detto che con altrettanto impegno rilegge e ricupera i classici laici, in particolare Kant. Ma questa operazione è inficiata dalla esclusiva preoccupazione di Mancuso di guadagnare strumentalmente i grandi autori laici (credenti) alla sua idea della centralità assoluta della fede presentata come unico modo autentico di fare domande e dare risposte di senso alla vita. Non c’è traccia significativa del riconoscimento dell’autonomia del pensiero laico.

Vorrei chiudere riportando un passaggio rivelatore. Nel cuore di un’argomentazione decisiva che affronta la figura storica di Gesù e del suo ebraismo, Mancuso scrive «Alla domanda sulla legittimità della connessione tra Gesù-Yeshua e Gesù-il-Cristo è la fede personale di ciascuno a rispondere. Ancora una volta non c’è niente che si frappone tra Io e Dio».
Mi chiedo come si possa costruire una solida teologia critica su questo corto-circuito soggettivo.

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