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Aver cura del lutto e delle perdite di L.Boff

Leonardo Boff, Teologo/Filosofo
Ricevuto dall’autore e tradotto da Romano Baraglia

Appartengono inesorabilmente alla condizione umana le perdite e i lutti. Tutti siamo sottomessi alla ferrea legge dell’entropia: tutto va lentamente consumandosi; il corpo s’indebolisce, gli anni lasciano il segno, le malattie succhiano senza posa il nostro capitale di vita. Questa è la legge della vita che include la morte.

Ma ci sono anche delle cesure che interrompono questo fluire naturale. Sono le perdite che significano eventi traumatici come il tradimento di un amico, la perdita del lavoro, la perdita di una persona amata a causa del divorzio o per morte repentina. Nasce la tragedia, essa pure parte della vita.

Rappresenta una grande prova personale la elaborazione delle perdite e l’alimentare la risilienza, vale a dire, l’apprendistato con gli scontri esistenziali e con le crisi
Particolarmente dolorosa è la vivenza del lutto, poiché mostra tutto il peso del negativo. Il lutto possiede un’esigenza intrinseca: pretende di essere sofferto, attraversato e, alla fine, superato positivamente.

Esistono molti studi specializzati che trattano il lutto. Secondo la famosa coppia tedesca Kübler-Ross, ci sono parecchi passi nella sua vivenza e nel superamento.

Il primo è la il rifiuto: davanti al fatto paralizzante, la persona, naturalmente, esclama: “Non può essere”; “Non è vero”. Irrompe il pianto sconsolato che nessuna parola può fermare.

Il secondo passo è la rabbia che si esprime: “Perché proprio a me? Non è giusto quello che è avvenuto”. È il momento in cui la persona percepisce i limiti incontrollabili della vita e è riluttante nel riconoscerli. Non raramente, essa si sente in colpa per la perdita, per non aver fatto tutto quello che doveva.

Il terzo passo si caratterizza per la depressione e per il vuoto esistenziale. Ci rinchiudiamo nel nostro bozzolo, e stiamo lì a compatire noi stessi. Ci ostiniamo a rimetterci in sesto. Qui ogni caldo abbraccio e qualsiasi parola di consolazione, anche in tono convenzionale, raggiunge un significato insospettato. È il desiderio dell’anima di sentir dire che ha senso e che la stella guida si soltanto obnubilata, ma non è scomparsa.

Il quarto è l’autorafforzamento mediante una specie di contrattazione con il dolore della perdita: “Non posso soccombere né affondare del tutto; devo farcela a sostenere questa lacerazione, garantire il mio lavoro e aver cura della mia famiglia”. Un punto di luce si intravede in seno alla notte buia.

Il quinto si presenta come un’accettazione rassegnata e serena di un fatto inevitabile. Ecco incorporata nella traiettoria della nostra esistenza questa ferita che lascia cicatrici. Nessuno esce dal lutto così come è entrato. La persona matura a forza e si rende conto che qualsiasi perdita non è necessariamente totale; essa comporta sempre un guadagno esistenziale.

‘Lutto’ significa traversata dolorosa. Per questo bisogna averne cura. Mi permetto un esempio autobiografico che chiarisce meglio la necessità di aver cura del lutto. Nel 1981 ho perso una sorella con la quale avevo una particolare affinità. Era l’ultima delle sorelle di 11 fratelli. In quanto insegnante, verso le 10, davanti agli alunni emise un grido enorme e cadde morta. Misteriosamente, a 33 anni, era scoppiata l’ aorta.

Tutti familiari venuti da varie parti del paese, restammo disorientati dallo shock fatale. Versammo lacrime abbondanti. Passammo due giorni a vedere fotografie e a ricordare, afflitti, i fatti più piacevoli della vita della cara sorellina. Loro potevano aver cura del lutto della perdita. Io dovetti partire subito dopo per il Cile, dove dovevo tenere delle conferenze per frati di tutto di Cono Sud. Me ne andai con il cuore a pezzi. Ogni conferenza era un esercizio di auto superamento. Dal Cile feci rotta per l’Italia dove avevo conferenze sul rinnovamento della vita religiosa per un’intera congregazione.

La perdita della cara sorella mi tormentava come un assurdo insopportabile. Cominciai a svenire due o tre volte al giorno senza una ragione fisica apparente. Mi portarono dal dottore. Gli raccontai il dramma che stava vivendo. Lui capì subito disse: “Lei non ha ancora sepolto la sua sorella e non ha rispettato il lutto necessario; finché non l’avrà sepolta e avrà avuto cura del suo lutto, lei non migliorerà; c’è qualcosa di suo, morto con la sorella: bisogna risuscitarlo”. Cancellai tutti i programmi rimanenti. Nel silenzio e nell’orazione e elaborai il lutto. Al ritorno, in un ristorante, ricordando la sorella cara, mio fratello Clodovis e io scrivemmo in un tovagliolo di carta quello che collocammo nell’immagine ricordo:

Sono stati 33 anni, come gli anni dell’età di Gesù /
Anni di molto lavoro è e sofferenze / ma anche di molto frutto /
Lei portava il dolore degli altri /
Nel suo stesso cuore /
Era limpida come le fonti montane /
Amabile e tenera come i fiori del campo /
Ha tessuto punto per punto e in silenzio /
Un broccato prezioso /
Ha lasciato due piccini forti e belli /
E un marito orgoglioso di lei /

Beata te, Claudia, perché il Signore al suo ritorno /
Ti ha trovato in piedi, al lavoro, con la lampada accesa /
È stato in quel momento che sei caduta tra le sue braccia /
Per un abbraccio infinito di pace”.

Tra le sue carte abbiamo trovato una frase: “C’è sempre un significato divino in tutti gli eventi umani: l’importante scoprirlo”. Fino ad oggi stiamo cercando questo significato che soltanto per fede abbiamo intravisto.

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