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Grosso guaio ad al-Jazeera di C.Elia

Christian Elia
www.peacereporter.net

Quando le dimissioni di Wadah Khanfar, ormai ex direttore di al-Jazeera per otto anni ed ex inviato di guerra per la televisione araba, sono diventate di dominio pubblico il 20 settembre scorso, una miriade di voci incontrollate hanno iniziato a circolare negli ambienti del giornalismo, della diplomazia e della politica internazionali.

“Ho già informato il presidente della mia volontà di lasciare le funzioni amministrative al termine di otto anni, e lui e’ stato comprensivo”, ha scritto nel suo messaggio Khanfar. “Durante i miei otto anni ad al-Jazeera, il mio obiettivo era quello di portare il network da una dimensione locale ad un livello globale. Questo target è stato raggiunto ed ora l’organizzazione gode di una robusta e solida posizione”, ha spiegato. Non fa una grinza, solo che non è andata proprio così.

Khanfar, infatti, è stato costretto a dare le dimissioni per avere modificato la copertura della guerra in Iraq nel 2005 su pressione degli Stati Uniti. A rivelarlo un documento riservato pubblicato da Wikileaks. Si tratta di un dispaccio, datato ottobre 2005, firmato dall’ambasciatore Usa in Qatar dell’epoca, Chase Untermeyer descriveva nei dettagli l’incontro con Khanfar a cui consegnò la copia di un rapporto della DIA (United States Defense Intelligence Agency) sulla copertura di al-Jazeera della guerra in Iraq. Il direttore rispose che aveva già ricevuto un’anticipazione del rapporto dal governo del Qatar e suggerì di fissare un incontro che coinvolgesse tutte e tre le parti. Chiese anche esplicitamente a Untermeyer di mantenere la massima riservatezza sulla sua collaborazione.

In quel periodo gli Stati Uniti erano furiosi con al-Jazeera: la guerra in Iraq e la guerra in Afghanistan, nelle cronache del network del Qatar, erano diventate una spina nel fianco del Pentagono e della Casa Bianca. Il clan dei neocon, Dick Cheney in testa, lanciavano strali ogni giorno contro la rete del Qatar.

Durante quell’incontro Khanfar cercò di convincere l’ambasciatore che la copertura delle notizie era stata imparziale e disse che avrebbe preparato un rapporto in risposta ai punti contestati da quello statunitense. In almeno un passaggio disse esplicitamente di avere cambiato il taglio di un servizio su esplicita richiesta degli Stati Uniti: aveva fatto rimuovere due immagini in cui si vedevano bambini feriti in un ospedale e una donna con una brutta ferita alla faccia. E di fronte a una nuova richiesta dell’ambasciatore rispose: ”Non subito, perché si noterebbe. Tra due o tre giorni”.

La notizia del cablo è stata diffusa dalla stampa araba vicina alla monarchia saudita, con la quale il Qatar è alleato da sempre. Ora non è un mistero, in nessuna parte del mondo, che i direttori dei grandi mezzi d’informazione parlino con politici e servizi segreti. Tutto dipende da come lo si racconta. E’ ovvio che, messa così, Khanfar ne esce male.

L’intento potrebbe essere proprio quello. Utilizzando un metro di giudizio non emotivo, è normale che Khanfar tentasse di tenere buoni gli Usa. Non dimentichiamo che almeno due giornalisti di al-Jazeera sono stati arrestati: Sami al Hajj, giornalista sudanese, arrestato in Pakistan nel 2001 e Samer Allawi era stato arrestato ad agosto 2011 mentre dalla Giordania tentava di entrare in Cisgiordania dopo una visita familiare. Il giornalista palestinese, a capo dell’ufficio di Al-Jazeera a Kabul, era stato accusato di far parte del movimento islamico Hamas e di avere “contatti” con la sua ala militare.

Ci sono mille altri casi di conflitto tra l’amministrazione Usa e al-Jazeera nel decennio della ‘guerra al terrore’ inaugurata dagli attacchi a Washingotn e New York del 2001. Ma adesso, dall’inizio delle rivolte arabe, la sintonia è cambiata. Molto cambiata. Ecco che, in un crescendo di apprezzamenti, il Segretario di Stato Usa Hillary Clinton arriva a dire che ”stiamo perdendo la guerra dell’informazione. I canali televisivi Usa mandano in onda spot, mentre al-Jazeera in Usa cresce in audience perché fa vero giornalismo”.

Un cambio di relazioni internazionali che, dopo le dimissioni di Khanfar, chiude un’epoca. Quella di al-Jazeera in prima linea contro la ‘propaganda’ occidentale. Oggi, invece, è al-Jazeera ad essere accusata di fare propaganda pro-rivoluzioni. Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Siria. In tanti hanno accusato il network di scarsa oggettività, di scarso controllo delle fonti. A prescindere, sempre e comunque contro il governo di turno, chiamato sempre ‘regime’. A onor del vero, il bello di al-Jazeera è che basava la sua credibilità sulla capacità di svelare i misfatti di Usa e Israele quanto quelli dei governi arabi. Solo che adesso i ‘governi’ amici sono svaniti dal palinsesto, come hanno detto pezzi da novanta dle palinsesto tipo Ghaddour e Lamis Andoni, che hanno pubblicamente accusato la rete di aver perso la fiducia e si sono dimessi.

Un fenomeno casuale? Difficile dirlo, ma il fatto che il Qatar, a livello diplomatico, sia diventato un punto di forza della strategia di ‘supporto’, più o meno esterno, di Usa e Ue alle rivolte arabe fa riflettere. Al punto che la famiglia reale del Qatar, gli al-Thani, si erano sempre vantati di aver salvato – nel 1996 – quello che all’epoca era l’ufficio di corrispondenza della Bbc a Doha, lasciando piena libertà editoriale. Vero, fino a oggi. Al posto di Khanfar è stato nominato lo sceicco Ahmad bin Jasem bin Muhammed al-Thani, membro della famiglia reale. Ad al-Jazeera, di sicuro, qualcosa è cambiato.

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