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La scuola secondo Ratzinger e Berlusconi di E.Rindone

Elio Rindone
www.italialaica.it

Due interventi sulla scuola, che hanno avuto larga eco sulla stampa, si sono susseguiti in poco più di un mese. Prima il papa, nel consueto incontro di inizio d’anno con gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, si è detto preoccupato per il pericolo che minaccia “la libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione”(Udienza al corpo diplomatico per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, 10/1/2011).

Poi il presidente del consiglio si è mostrato allarmato per la situazione in cui versa in Italia la scuola pubblica: “Crediamo nell’individuo e riteniamo che ciascuno debba avere il diritto di realizzare se stesso, di aspirare al benessere e alla felicità, di costruire con le proprie mani il proprio futuro, di potere educare i figli liberamente, e liberamente vuol dire di non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli educandoli nell’ambito della loro famiglia”(Intervento di Silvio Berlusconi al convegno dei Cristiano Riformisti, 26/2/2011). Tesi ribadita il 16 aprile scorso in un messaggio inviato a Padova a una riunione dell’Associazione nazionale delle mamme.

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Si tratta di affermazioni davvero interessanti, perché rivelano l’idea che hanno i loro autori della libertà e dell’educazione dei giovani. Cominciamo con l’analizzare le parole del presidente del consiglio, che appaiono già a prima vista contraddittorie e, tutto sommato, piuttosto rozze.

Contraddittorie perché all’iniziale professione di fede, ‘crediamo nell’individuo e riteniamo che ciascuno debba avere il diritto di realizzare se stesso’, fa seguito la rivendicazione del diritto ‘di potere educare i figli liberamente’. Si dà il caso, infatti, che anche i figli siano individui e anch’essi, quindi, abbiano il diritto di realizzare se stessi, eventualmente pure prendendo le distanze dai principi che i genitori seguono e che vorrebbero fossero accolti dai loro figli. Ma per potersi ispirare a ideali diversi da quelli dei propri genitori, i giovani debbono anzitutto conoscerli: perciò l’opportunità offerta dalla scuola di Stato di venire a contatto con prospettive differenti da quelle della famiglia d’origine costituisce non un pericolo ma un contributo decisivo per la loro libertà.

Particolarmente rozza, poi, appare l’idea che ci siano ‘degli insegnanti che vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli’. Il tentativo di ‘inculcare’, e cioè di imprimere con insistenza un precetto o un sentimento o un’idea nell’animo o nella mente altrui, per Berlusconi infatti non è da condannare di per sé ma solo se un docente vuole ‘inculcare’ nei suoi alunni principi opposti a quelli delle loro famiglie.

Nessuno certo si attendeva dal presidente del consiglio dotte argomentazioni pedagogiche, e del resto il suo intento era un altro: attaccare la scuola pubblica per giustificare il sostegno offerto dalla sua maggioranza alle scuole private. E tuttavia, le parole usate rivelano l’idea che Berlusconi ha del processo educativo, sia familiare che scolastico: qualcosa di simile a un indottrinamento. Ma siamo certi che se ‘inculcano’ i genitori va bene e se ‘inculcano’ i docenti no? Dalle parole di Berlusconi traspare una concezione decisamente dualistica: la famiglia è il bene, la scuola che si oppone alla famiglia è male.

E la famiglia mafiosa che inculca principi mafiosi? E quella razzista? O quella che inculca l’idea che ci si può arricchire non pagando le tasse o versando tangenti o incoraggiando le figlie a frequentare uomini potenti e facoltosi? La visione monolitica della famiglia è semplicemente smentita dai fatti: ci sono non poche famiglie che inculcano principi comunemente ritenuti inaccettabili. Di conseguenza, non è affatto scontato che i docenti che presentano prospettive opposte a quelle di tali famiglie costituiscano un pericolo per la formazione dei giovani.

In realtà non esistono la famiglia e la scuola ma genitori e docenti, e in entrambi gli ambiti si trovano l’ottimo il mediocre e il pessimo: il criterio di giudizio, perciò, non può essere costituito dalla conformità dell’orientamento dei professori a quello delle famiglie. Forse sbagliano sia la famiglia (e la televisione, efficacissima nell’influenzare sia gli adulti che gli adolescenti) che la scuola quando inculcano dei principi, anche se si trattasse di principi validi, mentre il compito sia dei genitori che dei professori è quello di aiutare i giovani a maturare autonomamente le proprie decisioni e non di manipolarli.

Ma Berlusconi, come ha chiarito nell’intervento del successivo 5 marzo alla convention di ‘Noi Riformatori’, aveva in mente i genitori (ed elettori) cattolici: “bisogna riconoscere alle famiglie cattoliche che mandano i figli alla scuola pubblica il diritto a non veder insegnati ai loro figli valori diversi da quelli in cui credono”. In quest’ottica, però, bisognerebbe garantire lo stesso diritto alle famiglie musulmane, atee, leghiste, comuniste (le poche che sopravvivono) … Si creerebbero, così, tante scuole ‘confessionali’ (anche se l’onorevole Casini, con involontaria ironia, le chiama scuole ‘libere’), in cui i giovani verrebbero a contatto solo con i valori propri della loro famiglia, col prevedibile effetto di frammentare la società italiana in mondi chiusi e magari ostili l’uno all’altro.

A favore di tali scuole si potrebbe però obiettare che è la nostra stessa Costituzione che all’art. 33 riconosce che “enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. È vero, ma essa, a differenza dell’attuale presidente del consiglio, non nutre alcuna diffidenza nei confronti della scuola pubblica. Anzi, proprio a questa vanno le preferenze della nostra Costituzione, che impone alla Repubblica l’obbligo di istituire “scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. Le due soluzioni, quindi, non stanno sullo stesso piano: le scuole statali debbono essere istituite senza eccezioni su tutto il territorio e a spese di tutti i contribuenti perché considerate un bene essenziale per l’intera comunità nazionale, mentre le private possono esserci o anche no, e senza alcun diritto a finanziamenti statali perché rispondenti a esigenze e interessi di parte.

Nell’ottica costituzionale il primato delle scuole statali si spiega facilmente: esse costituiscono il luogo privilegiato dell’incontro e del dialogo tra diverse visioni del mondo. Chi frequenta la scuola statale viene a contatto nel corso degli anni, e nello stesso anno con professori di materie differenti, con diverse prospettive culturali, alcune probabilmente omogenee a quelle della propria famiglia ed altre no. Alcuni docenti tenteranno di inculcare le loro idee, altri di favorire lo spirito critico, alcuni saranno appassionati e brillanti, altri indifferenti e annoiati, alcuni relativisti e altri dogmatici, alcuni credenti e altri non credenti… E anche i compagni avranno esperienze e idee differenti, il che potrà favorire la nascita di amicizie che offrano a tutti la possibilità di uscire dal proprio guscio: allucinante anche solo immaginare la sorte di un ragazzo con genitori e professori che sfilano, per esempio, in camicia verde e che si ritrova pure in discoteca con compagni di scuola che detestano gli immigrati.

Opportunamente, dunque, la nostra Costituzione garantisce a tutti i professori la più ampia libertà (e spetterebbe semmai ai governi impegnarsi per innalzare il livello medio della classe docente), senza alcun obbligo di conformarsi alle idee delle famiglie dei loro alunni (ammesso che queste condividano tutte un’unica visione del mondo). “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”(art. 33): è proprio grazie alla libertà d’insegnamento che gli studenti fanno esperienza del pluralismo delle idee, del dubbio, della necessaria verifica critica, e si trovano perciò nelle condizioni migliori per apprendere liberamente, per scegliere tra più opzioni e farsi le proprie convinzioni, anche allontanandosi dalle direttive familiari.

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Nell’intervento di Benedetto XVI non si riscontrano certo le banali contraddizioni contenute nelle parole del presidente del consiglio. Il papa, infatti, da una parte difende la libertà della famiglia evitando accuratamente ogni professione di fede nella libertà dell’individuo, e dall’altra non giudica gli insegnamenti scolastici di alcuni Paesi in materia di educazione sessuale o civile alla luce dei principi propri di ogni famiglia, dato che c’è ovviamente una grande varietà di idee nelle famiglie, ma alla luce di un dato oggettivo, e cioè un’antropologia basata sulla fede e sulla retta ragione.

Benedetto sembra avere in comune con Berlusconi, oltre alla predilezione per la scuola privata, soltanto una certa concezione proprietaria dei figli, non avendo, a differenza del politico italiano, motivo di accreditarsi come liberale sostenitore delle libertà individuali. E, se rivendica la libertà delle famiglie, di fatto la sua preoccupazione riguarda solo quelle cattoliche, i cui figli non debbono essere formati sulla base di principi errati: è lecito supporre che nella sua ottica sia invece auspicabile che ai figli di famiglie non cattoliche sia offerta la possibilità di venire a contatto, per esempio attraverso l’insegnamento della religione cattolica, con la verità.

E la verità è ovviamente quella che si ispira a un’antropologia che abbia solide fondamenta filosofiche e teologiche (quella cioè insegnata dal magistero), antropologia costretta a confrontarsi nelle scuole pubbliche con altre prospettive, col pericolo di indurre nei giovani la convinzione che non ci sia una verità oggettiva. È infatti il relativismo il male del nostro tempo, che il papa non si stanca di denunciare sino a provocare la sensazione di ascoltare un disco rotto; male che compromette radicalmente la formazione dei giovani: “L’opera educativa sembra diventata sempre più ardua perché, in una cultura che troppo spesso fa del relativismo il proprio credo, viene a mancare la luce della verità, anzi si considera pericoloso parlare di verità, instillando così il dubbio sui valori di base dell’esistenza personale e comunitaria. Per questo è importante il servizio che svolgono nel mondo le numerose istituzioni formative che si ispirano alla visione cristiana dell’uomo e della realtà”(Discorso ai Partecipanti alla Plenaria della Congregazione per l’educazione cattolica, 7/2/2011).

Per contrastare l’attuale predominio del relativismo Benedetto chiede agli educatori cattolici di aiutare i giovani a “coniugare chiara coscienza della propria identità e apertura all’alterità, per le esigenze del vivere insieme nelle società multiculturali. Anche a questo fine, emerge il ruolo educativo [pure nelle scuole pubbliche] dell’insegnamento della Religione cattolica come disciplina scolastica in dialogo interdisciplinare con le altre. Infatti, esso contribuisce largamente non solo allo sviluppo integrale dello studente, ma anche alla conoscenza dell’altro, alla comprensione e al rispetto reciproco”(ivi).

Ad essere sinceri, non si capisce perché proprio l’insegnamento della religione cattolica possa contribuire con particolare efficacia ‘alla conoscenza dell’altro, alla comprensione e al rispetto reciproco’: a meno che il papa non voglia suggerire l’idea, ma l’ipotesi sembra da escludere a priori, che la conoscenza di una lunga storia di intolleranza possa indurre i giovani a mutare atteggiamento! Comprensione e rispetto dell’altro, come incomprensione e intolleranza, hanno infatti caratterizzato la storia dei grandi movimenti religiosi, cattolicesimo compreso. Semmai, quell’insegnamento consente di prendere coscienza della tradizione religiosa e culturale prevalente in alcuni Paesi, quella che il papa chiama ‘identità’. Espressione, quest’ultima, che suggerisce surrettiziamente l’idea di qualcosa che caratterizza in modo necessario una comunità e che quindi non può essere cambiata, mentre una tradizione culturale può essere oggetto di critica, e quindi modificata o abbandonata.

Nascere in un Paese o in una famiglia di tradizione cattolica segna indubbiamente, anche a prescindere da un’adesione personale, la mentalità e la sensibilità di un uomo, e tuttavia c’è un livello ancora più profondo di quello dell’appartenenza religiosa. Se ciò che ci caratterizza come uomini è la nostra razionalità, la vera distinzione, come ama ripetere il cardinale Martini, non è quella tra credenti e non credenti ma quella tra pensanti e non pensanti. A favorire allora la comprensione e l’apertura all’altro più che l’insegnamento della religione cattolica sarebbe lo sviluppo di ciò che può unire perché costituisce davvero la nostra identità, e cioè la razionalità.

Ma è proprio questa fiducia nella ragione, e nella sua capacità di saggiare la solidità o l’inconsistenza di una tesi (capacità che sarebbe stata perduta, anche se il papa non lo dice, a causa del peccato originale), che è assente nelle parole di Benedetto XVI. Sembra infatti, e questo è il nocciolo della questione, che il compito della famiglia e della scuola sia quello di trasmettere un patrimonio culturale e religioso, sapendo già cosa è vero e cosa è falso, con la conseguenza sia di sottrarre all’individuo la libertà di fare in modo consapevole le proprie scelte sia di considerare i giovani eterni minorenni che debbono essere preservati dall’errore perché non sarebbero capaci da soli di sottrarsi al suo fascino.

È bene ribadirlo: al centro del processo educativo, per Benedetto XVI, non c’è l’individuo, da porre in condizione di scegliere liberamente tra diverse opzioni, ma la comunità familiare-ecclesiale che ha il compito di trasmettere la verità alle nuove generazioni. Per il papa, infatti, la possibilità di scegliere non è vera libertà, perché “la libertà è autentica, e aiuta alla costruzione di una civiltà veramente umana, solo quando è riconciliata con la verità. Se è sganciata dalla verità, la libertà diventa tragicamente principio di distruzione dell’armonia interiore della persona umana”(Catechesi dell’Udienza generale, 7/7/2010). Al primato della comunità sull’individuo si aggiunge così quello della verità sulla libertà: questa non va intesa nel senso corrente di possibilità di fare le proprie scelte ma appunto come adesione alla verità, tanto che davvero libero sarebbe l’ateo che si converte al cattolicesimo e non il credente che lo abbandona.

Impossibile, a questo punto, ignorare l’enorme distanza che separa la concezione laica dell’educazione da quella confessionale. Mentre nella grande tradizione che si rifà a Socrate è proprio grazie al confronto dialettico tra le diverse opinioni che ciascun individuo può giungere alla scoperta personale e sempre rivedibile della verità, nell’ottica del magistero la verità è già data, è quella che la Chiesa custodisce e trasmette alle nuove generazioni. Per la nostra Costituzione, come abbiamo visto, il primato spetta alla scuola pubblica che si ispira alla prima concezione pedagogica, per il Vaticano a quella privata, che si ispira alla seconda.

Anzi, come affermava senza mezzi termini Pio XI nell’enciclica Divini illius magistri, alle cui tesi, nella sostanza, ci si rifà ancora oggi, “non può darsi adeguata e perfetta educazione all’infuori dell’educazione cristiana”(31/12/1929). È infatti alla Chiesa, custode della verità, che compete in modo tutto speciale il diritto di educare gli uomini: “l’educazione, la quale riguarda tutto l’uomo individualmente e socialmente, nell’ordine della natura e in quello della grazia, […] appartiene in modo sopraeminente alla Chiesa, per due titoli di ordine soprannaturale da Dio stesso ad essa esclusivamente conferiti e perciò assolutamente superiori a qualsiasi altro titolo di ordine naturale. Il primo sta nella espressa missione ed autorità suprema di magistero datale dal suo Divin Fondatore: […] Ammaestrate tutte le genti. […] Il secondo titolo è la Maternità soprannaturale onde la Chiesa, Sposa immacolata di Cristo, genera, nutre ed educa le anime […]. Perciò a buon diritto afferma Sant’Agostino: “Non avrà Dio per padre, chi avrà rifiutato di avere la Chiesa per madre”(De Symb, ad catech., XIII)”.

In quest’ottica, l’intervento dello Stato nel campo dell’educazione non può che essere sussidiario. Storicamente la Chiesa prima dello Stato si è occupata della formazione dei giovani ed è giusto che mantenga tale primato: “la scuola [statale], considerata anche nelle sue origini storiche, è, di sua natura, istituzione sussidiaria e complementare della famiglia e della Chiesa”. Il compito dello Stato, secondo Pio XI, è perciò quello di intervenire “Dapprima e per sé, favorendo ed aiutando l’iniziativa e l’opera della Chiesa e delle famiglie, la quale quanto sia efficace vien dimostrato dalla storia e dall’esperienza. Di poi, completando questa opera, dove essa non arriva o non basta, anche per mezzo di scuole ed istituzioni proprie”.

Si tratta, con tutta evidenza, del capovolgimento delle priorità previste dalla Costituzione, anche se oggi ciò non si può dire esplicitamente e ci si limita a chiedere un’effettiva parità tra scuola pubblica e privata. Ma il tentativo di mettere sullo stesso piano la scuola laica e quella confessionale è da respingere con fermezza perché contrario alla lettera e allo spirito della Costituzione: in gioco non è la libertà delle famiglie, già garantita dal testo costituzionale, ma la laicità dello Stato, che sarebbe compromessa da quella equiparazione.

Quanto poi all’efficacia educativa della Chiesa e delle famiglie, che per Pio XI sarebbe dimostrata ‘dalla storia e dall’esperienza’, qualche dubbio è lecito. In realtà, successi e fallimenti pedagogici si registrano dovunque, e certo anche la scuola pubblica può dare pessimi risultati, ma non è detto che chi viene da una famiglia tradizionale, e magari ha fatto le scuole dai salesiani, sia sempre un cittadino (e padre e marito e imprenditore e politico e cattolico) esemplare!

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