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Gheddafi è morto, ma la Libia non è ancora nata

Christian Elia
www.peacereporter.net

Ucciso dai miliziani del Cnt a Sirte, città natale del Colonnello, il rais è stato portato a Misurata

Quello che resta di quaranta anni di potere è un corpo, ferito, rigirato nella polvere. La morte di Gheddafi, dopo i dubbi delle prime ore, è confermata dal Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt), l’autoproclamato organo di governo provvisorio degli insorti libici. La Nato, per ora, non conferma. E non offre la sua ricostruzione degli avvenimenti, cosa che non chiarisce se il raid decisivo per l’uccisione del Colonnello Gheddafi abbia visto o meno protagonisti i caccia bombardieri dell’Alleanza Atlantica.

Le uniche informazioni che si hanno per il momento, a parte il video trasmesso da al-Jazeera e poi da tutti gli altri, dove Gheddafi ricorda il Mussolini di piazzale Loreto, parlano della salma in viaggio per Misurata. Sarà portato in un luogo segreto. Secondo le informazioni frammentate, Gheddafi si nascondeva sottoterra. In un bunker, per alcuni, in una cantina per altri. Secondo altri ancora in fuga su un convoglio che ha tentato (ancora Mussolini) la fuga all’ultimo secondo.

Sarebbe stato ferito durante la cattura, avrebbe implorato pietà, morendo poco dopo per le ferite riportate. E sollevando insorti e alleati Nato dalla gestione di un prigioniero scomodo, che avrebbe fatto del Tribunale Penale Internazionale dell’Aja che lo attendeva una tribuna politica molto scomoda per tutti coloro che in questi quaranta anni lo hanno sostenuto e finanziato.

Gheddafi è morto, dunque, ma sono tante le questioni che la sua scomparsa non risolve. In primo luogo quello della guerra nel Paese nord africano. La più semplice interpretazione sarebbe quella di immaginare un pugno di lealisti, irriducibili e fedeli fino alla morte al Colonnello, che adesso deporranno le armi. Non è così. Le tribù di Sirte, città natale di Gheddafi, non sono state fedeli tanto alla persona del Colonnello, quanto al potere che per mezzo di lui hanno esercitato per anni.

I proventi del petrolio come un bancomat, migliaia di notabili hanno cogestito il potere con il Colonnello e hanno combattuto, e combatteranno ancora, per difendere la loro vita. Non è prevista, nella Libia di oggi, una via di mezzo. Chi vince non farà prigionieri e chi perde non si aspetta un finale differente dalla lotta fino all’ultimo sangue.

Difficile stabilire quanto tutto questo possa andare avanti. Le riserve di denaro contante e di armi che Gheddafi ha portato con sé a Sirte, dopo che un numero imprecisato di paesi gli hanno rifiutato l’asilo, non sono quantificabili. Di sicuro il controllo di Sirte e Bani Walid chiude la fase ufficiale del conflitto, con i governi membri della Nato che si sono affrettati a dichiarare praticamente finita la missione internazionale. Soddisfatti, evidentemente, della fine del nemico.

Ma l’aspetto bellico vivrà ancora i suoi titoli di coda, che non hanno un esito scontato. Le divisioni tra gli insorti, in questi mesi solo accennati, si riveleranno in tutta la loro complessità. Un esempio è proprio il fatto che il corpo del rais viene portato a Misurata, città martire di questo conflitto. I suoi combattenti si sono guadagnati un posto di rilievo in questa rivoluzione e non hanno alcuna voglia di cedere il passo – senza una succosa contropartita di potere – al gruppo di potere di Bengasi. Il tutto condito dalla presenza di armi ovunque, nel Paese.

Un’altro aspetto che la morte di Gheddafi non chiarisce è di sicuro quello del ruolo della rivolta in Libia all’interno del più vasto movimento ormai battezzato ‘primavera araba’. Sarebbe un grave errore ritenere quello che è accaduto in Libia simile alle rivolte popolari in Egitto e Tunisia. Mubarak e Ben Alì non sarebbero mai finiti come Gheddafi, per il semplice motivo che i movimenti egiziani e tunisini sono legati al ruolo svolto dalla forze armate. Che, ritenuti ormai indifendibili i dittatori, di fronte alla pressione popolare spontanea e appoggiata dall’estero, li hanno messi da parte.

Nessuno, però, avrebbe accettato che Mubarak e Ben Alì finissero così. La guerra in Libia, dal primo momento, è stata una guerra decisa altrove. Finanziata attraverso la fornitura di armi ai ribelli, preparata con l’acquisto del voltafaccia di una serie di ex sodali di Gheddafi. Quando il rais, dopo essere faticosamente – nel 2003 – rientrato nel novero degli amici dell’Occidente, ha ancora una volta cambiato opinione rispetto ai rapporti con Europa e Nord America, è stato deposto.

Oggi inizia la nuova Libia? No, oggi potrebbe essere il giorno nel quale nasce la Libia, che fino a oggi non è mai esistita. Una colonia per secoli, dagli antichi romani ai turchi, fino alla conquista degli italiani. Un gruppo di tribù senza legami, uniti a forza sotto una bandiera. Poi la guerra e la monarchia fantoccio, rovesciata dal golpe di Gheddafi nel 1969. Ecco che per la prima volta il popolo che abita quella terra, senza una società civile (altro elemento di fondamentale differenza da Egitto e Tunisia) dovrà essere capace di gestire il proprio futuro.

Come insegnano l’Iraq e l’Afghanistan, però, l’aiuto occidentale non è mai a costo zero. Proprio nei giorni che hanno preceduto la morte di Gheddafi, senza che se ne parlasse troppo, il Cnt si è diviso e infiammato in una polemica rovente, sulla questione dei contractors. Veniva chiesto loro, infatti, di ratificare accordi con le compagnie di sicurezza privata, ma alcuni esponenti del Cnt hanno rifiutato. Gesto interessante, ma che rende l’idea di come la Nato va via per lasciare il posto a una serie di interessi che adesso sono tutti da valutare.

Tanti dubbi, quindi. Mentre di Gheddafi restano solo immagini di un corpo trattato senza pietà. Un corpo, però, che da tempo era solo un simulacro. Del giovane ufficiale di meno di trenta anni, affascinante e determinato, capace di guidare una rivoluzione e di affascinare il mondo con i suo socialismo eretico non restava – da tempo – più nulla. Il fantoccio eccentrico, sempre più smarrito tra i suoi continui cambi di rotta, capace di dichiarasi panafricanista ma di trattare i neri come animali da macello, non aveva più nulla in comune con l’uomo divenuto un’icona negli anni Sessanta.

Resta un rapporto speciale con l’Italia che, adesso, potrebbe essere oggetto di una riflessione approfondita. L’espulsione degli italiani nel 1970 e i il ruolo (passivo) nella strage di Ustica. I missili contro Lampedusa e i migranti usati come un’arma. I risarcimenti per il periodo coloniale e l’esame del Dna per i cittadini delle Tremiti, dove erano stati confinati i libici durante il colonialismo italiano.

Una storia di violenze e di eccessi, fin dall’arrivo al potere di Gheddafi, caratterizzata da patti di amicizia firmati da governi di centrodestra e centrosinistra. Senza differenze e senza dignità. ”Sic transit gloria mundi”, ha commentato Berlusconi, interrogato sulla morte del vecchio amico. Purtroppo, oltre alla gloria, in Italia passa in fretta anche la memoria.

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