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Presidenziali in Argentina: una vittoria annunciata

Manrique Salvarrey (Traduzione a cura di Stella Spinelli)
www.peacereporter.net

“E’ inedito che si stiano facendo analisi post-elettorali e non pre, quando ancora manca una settimana alle elezioni”. Il giudizio pronunciato domenica 16 ottobre dal sociologo Fabián Perechodnik, direttore di una delle più importanti agenzie di exit-poll di Argentina, è stato ripetuto, quasi identico, anche dalle altre agenzie paritetiche.

È che più di un mese prima delle elezioni di oggi, domenica 23, già si aveva la certezza che Cristina Fernández de Kirchner (CFK) sarebbe stata rieletta per un secondo mandato. Manca solo di sapere il numero finale, ossia se trionferà con il 52 percento dei voti, come dice qualche sondaggio, o con il 56 come dicono altri.

L’opposizione, atomizzata, senza programmi e senza etica, ripete quello che dicono i grandi mass media, che a data la mancanza di una leadership si sono convertiti nei loro ideologi e, perché no, anche nei loro mandanti. Cosa dice? La cosa più scontata: senza un progetto unificatore, il voto si ripartirà fra i sette candidati che si disputano la medesima fetta di elettorato.

Evitando di dire quello che, in realtà, sarebbe molto più semplice: ammettere che il governo iniziato da CFK nel 2007 – in continuità con quello inaugurato nel 2003 da suo marito Néstor Kirchner, morto esattamente un anno fa – è riuscito con le sue politiche inclusive a raggiungere successi economici, politici e sociali mai visti nel paese.

L’Europa di oggi – Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo, Italia – sta soffrendo le medesime sofferenze che ha vissuto l’Argentina fino al 2003, quando per uscire dalla crisi e dai tagli selvaggi che solo puniscono i più poveri – il ‘risparmio’ come lo chiama il Fondo monetario internazionale – ruppe i legami con gli organismi internazionali di credito e si lanciò a sviluppare un modello proprio, con il riscatto del ruolo dello Stato, un ripartimento della ricchezza equo, con la difesa del mercato interno e la promozione dell’attività politica.

E il tutto senza isolarsi, bensì unendo il proprio futuro a quello della regione, attraverso un progetto di integrazione economica (Mercosur) e uno di integrazione politica (Unasur).

Che in questi otto anni dei due “governi K” – come li chiama in tono dispregiativo la grande stampa che tutela l’opposizione – il prodotto interno lordo è cresciuto a un ritmo del 6 percento annuo, con un picco del 9 nel 2010. E questo non è un aneddoto.

Questo ha permesso allo Stato di riprendere il controllo del sistema pensionistico, delle aziende dell’acqua, delle poste e degli aerei, e anche parte della rete ferroviaria è tornata in mano allo Stato, dopo la privatizzazione avvenuta nell’ultima decade del secolo scorso, negli anni del neoliberalismo fondomonetarista.

E che dire della disoccupazione, scesa dal 20,4 percento al 6,9 dello scorso settembre. È stato anche pagato un assegno universale a beneficio di 3,5 milioni di bambini di famiglie umili e questo ha fatto crescere del 22,3 il numero degli alunni. E le pensioni sono aumentate addirittura del 912 percento. Non solo: si sono duplicati gli investimenti per la ricerca scientifica e tecnologica e quelli destinati all’educazione.

E soprattutto è stata messa in atto la più rigorosa politica di difesa dei diritti umani. E, tralasciando un’infinità di altri traguardi, voglio concludere dicendo che l’Argentina è il primo paese latinoamericano dove esiste il matrimonio parificato per persone dello stesso sesso.

Il 10 dicembre, CFK riassumerà la presidenza. Nei prossimi quattro anni il suo paritto, il Frente para la Victoria, e i suoi alleati governeranno praticamente in tutti i distretti provinciali e potranno contare su una comoda maggioranza nei due rami del parlamento. E questo permetterà un ulteriore approfondimento di questo modello inaugurato otto anni fa.

Affinché l’Argentina sia ancora migliore, mancherebbe solo che l’opposizione si scrollasse dalla tutela dei grandi media e iniziasse a pensare al paese con generosità. Perché ogni democrazia, per crescere, ha bisogno di una sano dissenso.

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